Ambiente / Approfondimento

Tutte le crepe dell’industria italiana del cemento

I maggiori gruppi cementieri del Paese -Italcementi, Cementir e Buzzi- presentano le peggiori performance ambientali del settore. E chi non riduce le emissioni, come spiega “Visible cracks”, il nuovo report della ong internazionale CDP rivolto agli investitori, oggi mette a rischio anche la propria redditività. Su 12 aziende prese in considerazione, le tre società quotate a Milano occupano la nona, l’undicesima e la dodicesima posizione. Intervista a Tarek Soliman, senoir analyst di CDP. Italcementi è tra le protagoniste dell’articolo in copertina sul numero 184 di Altreconomia, “Una mano di verde”

L’industria del cemento è ad alta “intensità di emissioni”, nel senso che per ogni milione di dollari di ricavi quelle medie superano le 3.500 tonnellate di CO2, più del doppio rispetto al settore delle utilities elettriche. È quanto risulta dalle risposte raccolte da CDP (un’organizzazione non governativa ambientalista internazionale con sede a Londra, già conosciuta come Carbon Disclosure Project) sentendo i primi 12 gruppi globali del settore, tra cui le italiane Italcementi, Cementir e Buzzi Unicem: CDP lavora per fornire agli investitori informazioni adeguate sui benefici attesi e sugli eventuali rischi connessi alla scelta di un determinato settore tra quelli responsabilità di considerevoli emissioni di gas climalteranti.


”Visible cracks”
, crepe visibili, è il titolo del report dedicato all’industria del cemento, diffuso a giugno 2016. Il sottottiolo, invece, recita così: “Quali produttori di cemento non riescono a rispondere a questioni strutturali?”. La risposta è contenuta in una tabella, alla pagina 4, che riassume le performance delle aziende sulle cinque “punti chiave” analizzati da CDP. Che sono le emissioni, la gestione dell’energia e delle materie prime, i rischi di fronte all’introduzione di eventuali costi legati ai “crediti di emissione” (carbon pricing), la gestione delle risorse idriche e l’azione di lobby in materia di regolazione delle emissioni di gas climalteranti. Per ogni ambito, CDP attribuisce un punteggio medio, dalla lettera A alla E.

La classifica è chiusa dalle aziende italiane: in dodicesima posizione c’è Italcementi, che conta 3 “E” e 2 “D”; Cementir, all’undicesimo posto, ha 3 “E”, 1 “D” e 1 2C”; poco più su, nona, c’è Buzzi, con 4 “D” e 1 “C”.

Le prestazioni ambientali dell’industria globale del cemento. Fonte: “Visible cracks”, CDP (2016)

“L’industria del cemento continuerà ad operare, perché non esistono sostituti sul mercato. Nonostante questo, sappiamo che l’industria cementiera fornisce un grande contributo ai cambiamenti climatici, e perciò, a fronte delle azioni contro il climate change anche a Parigi, in occasione della Cop 21, è opportuno richiamare l’attenzione degli investitori sul potenziale idi scelte a tutela del clima sugli azionisti di queste aziende. Pensiamo, infatti, che il contesto regolatorio dovrà necessariamente cambiare nei prossimi anni, per adattarsi a questo nuovo contesto” sottolinea in un’intervista con Altreconomia Tarek Soliman, senoir analyst di CDP e curatore responsabile del rapporto.

Uno degli elementi più significavi del rapporto, riguarda l’analisi dei possibili effetti del carbon pricing, ovvero dell’introduzione di un costo per l’acquisto dei diritti di emissione. Tanto Italcementi quanto Cementir sono classificate con una “E”. Significa, in termini economici, che continuare a produrre cemento secondo lo scenario attuale, senza interventi adeguati per ridurre le emissioni in atmosfera, né l’utilizzo di energia per alimentare il forno, potrebbe rendere non più redditizio operare, qualora venisse introdotto un costo dei “diritti di emissione” di 10 dollari la tonnellata. “Le industrie più carbon intensive -scrive CDP nel report, e il riferimento è alle due italiane- potrebbero mettere a rischio fino al 114% dell’EBIT”, quel parametro che misura il “risultato operativo prima della deduzione degli oneri finanziari e delle imposte”. Significa che il costo di approvvigionamento della CO2 andrebbe ad erodere e azzerare l’EBIT, uno dei parametri aziendali cui guarda ogni investitore prima di scegliere se diventare o meno azionista di un gruppo.

Cementir
-società quotata in Borsa, a Milano, controllata dalla famiglia Caltagirone, che detiene circa il 69,6% del capitale- viene considerata “la più attiva nelle azioni di ostruzione” (il virgolettato è tratto da “Visible cracks”) rispetto a una regolazione del mercato delle emissioni. In compagnia di Italcementi. “Una delle differenza principali tra i grandi gruppi mondiali e le aziende italiane -sottolinea Soliman- è che le seconde risultano controllate da famiglie industriali, non esiste un azionariato diffuso e di peso capace di mettere in discussione le scelte industriali in merito a sostenibilità e cambiamenti climatici”. Se i Caltagirone e i Buzzi-che pure è quotata- sono saldamente al comando delle proprie aziende, però, Soliman sottolinea come l’integrazione tra Italcementi (della famiglia Pesenti) e la HeidelbergCement, che è stata annunciata lo scorso anno e dovrebbe essere imminente dopo l’ok dell’Antitrust americano, arrivato intorno a metà giugno, potrebbe portare a migliori performance per l’azienda di Bergamo. I tedeschi presentano 2 “B”, 2 “C” e 1 “D”. E se dovessero decidere di chiudere i cementifici italiani, è anche ai dati del rapporto “Visible Cracks” che dovrebbe guardare chi vorrà analizzare i rischi occupazionali (il piano industriale per l’Italia di Heidelberg parla di circa 250 esuberi).

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