Esteri / Reportage

In piazza a Beirut, tra macerie e corruzione, il futuro è incerto

Dopo l’esplosione che ha sventrato la capitale il 4 agosto scorso, la rabbia dei libanesi è montata ulteriormente. Il governo si è dimesso ma la popolazione chiede un cambio netto del sistema oligarchico dei partiti. Reportage a quasi un anno dalla “Rivoluzione del 17 ottobre”

@ Michèle Boujikian

A Mar Mikhayel, famoso quartiere che si affaccia su quel che rimane del porto di Beirut, lo scenario e i rumori sono cambiati. In un torrido pomeriggio il consueto tintinnio dei bicchieri e il vociare degli avventori dei tantissimi bar lungo “Armenia Street” hanno lasciato il posto a una profonda desolazione: case annientate, le poche automobili rimaste ridotte a scatole di latta, detriti e vetri ai lati delle strade. I meravigliosi palazzi tradizionali beirutini, patrimonio storico-artistico dell’area, sono irrimediabilmente danneggiati. Ad eccezione di un bar, stranamente aperto, tutti gli altri hanno le serrande abbassate. In un quartiere che prima brulicava di gente, la scena di persone che consumano un aperitivo è diventata tristemente insolita. Un silenzio surreale domina la scena. Poi improvvisamente, dal nulla, si sente una voce. Una giovane donna vestita di nero cammina sollevando uno striscione con un cappio disegnato. Nella strada quasi vuota i suoi passi sono scanditi da una frase ripetuta come un mantra: “I cappi sono ancora vuoti”.

Per le persone i cappi sono destinati alla classe politica. Rappresentano il nuovo simbolo della rabbia popolare, culminata con l’esplosione che il 4 agosto scorso ha sventrato la capitale del Paese. A qualche ora dalla deflagrazione i libanesi venivano infatti a sapere che le più alte cariche dello Stato erano da tempo al corrente della presenza del nitrato d’ammonio -sostanza alla base del disastro- stoccato in un hangar del porto. A ciò, tuttavia, era seguita una totale inazione. La collera della gente monta rapidissima e, a sua volta, esplode, violenta.

A Ovest, Piazza dei Martiri, cuore della città, è il luogo simbolo di numerose battaglie politiche del Paese. A due settimane dall’esplosione le attività nella piazza sono piuttosto blande. Alcuni sparuti gruppi di volontari impegnati nelle attività di soccorso si raccolgono nelle tende per un ultimo saluto prima di chiudere un’altra giornata. Poche persone, sparse qua e là, cercano di godersi un raro momento di tranquillità nei pochi spazi pubblici che la città offre. Sul posto si nota anche un gruppo di soldati dell’ISF, le forze di sicurezza interna libanesi. Discutono placidamente fra loro, davanti alla vetrina di un negozio chiuso. Il clima apparentemente disteso contrasta fortemente con gli eventi di qualche giorno prima quando, in seguito all’esplosione, la piazza si fece teatro della più violenta protesta dalla “Rivoluzione del 17 ottobre”, una serie di contestazioni nazionali iniziate nel 2019 per chiedere le dimissioni della classe politica. Le ragioni di ieri, le stesse di oggi: il rifiuto di una politica settaria e corrotta e di un sistema clientelare onnipresente che hanno via via privato i cittadini dei propri diritti, inclusi una minima sicurezza economica e i servizi più essenziali. Zeina Helou, ricercatrice e attivista politica, conosce bene le “piazze” libanesi avendo accompagnato la maggior parte delle proteste degli ultimi 15 anni. Spiega come il 17 ottobre rappresenti “una tappa fondamentale che non va però letta in maniera separata da quelle che l’hanno preceduta ma come l’ultimo importante momento di un lungo percorso di battaglie politiche per cambiare il sistema politico libanese”.

 

@ Michèle Boujikian

Per molti i problemi di oggi affondano le radici proprio nel sistema politico del dopoguerra. Al termine del conflitto i signori della guerra -che per anni guidarono le milizie in sanguinose battaglie interconfessionali e scontri fratricidi- riuscirono nell’intento di reinventarsi leader politici, capi partito e protettori della propria comunità religiosa dalla minaccia, quasi sempre costruita ad arte, degli altri gruppi confessionali. Ma dietro un’apparente tensione settaria sono impegnati a negoziare e decidere, a porte chiuse, come spartire tra loro le principali sfere dello Stato, dall’energia elettrica e la raccolta rifiuti fino alle opere pubbliche. Ciò consente loro di prelevare ricchissime commissioni mentre lo Stato viene spogliato della capacità di fornire anche i servizi più essenziali alla popolazione. È proprio qui che entrano in gioco le macchine dei partiti politici, offrendo servizi come lavoro, istruzione o copertura sanitaria agli affiliati che dimostrano lealtà elettorale e attivismo. Inoltre, se prima della guerra un accordo non scritto regolava la ripartizione del potere politico tra le principali comunità religiose, nella Seconda Repubblica la distribuzione di posizioni secondo linee settarie è stata estesa a tutti i livelli e settori dello Stato, istituzionalizzando il clientelismo come pratica. Il risultato è che oggi l’accesso a qualsiasi posizione nelle istituzioni -ministeri, società pubbliche, forze di sicurezza e persino l’esercito- richiede l’intercessione dei partiti politici. Il Libano si configura come una partitocrazia che produce e riproduce un sistema blindato, dominato da oligarchi che si legittimano e rinforzano reciprocamente.

“È proprio questo sistema che stiamo combattendo”, afferma Helou. “La thawra (rivoluzione, ndr) non ha ancora raggiunto il suo obiettivo. Ma non significa che il movimento non stia producendo degli effetti reali. Sono sempre più numerosi gli iscritti che si rendono conto del vero gioco dei partiti e che passano nelle fila dei gruppi di opposizione nati dalle contestazioni”. Questi ultimi, tuttavia, mancano ancora della necessaria maturità politica e non rappresentano una reale alternativa. “È un processo di crescita graduale”, aggiunge Helou. “È ugualmente vero che ora non abbiamo più il lusso del tempo”.

Oggi il Paese si trova ad affrontare una crisi economica e finanziaria senza precedenti, originata da una politica fallimentare e dall’estensione delle logiche “predatorie” al settore economico e bancario. A partire dal 1990 la strategia di ricostruzione del Paese si è fondata su due pilastri. Il primo consisteva nell’ancorare la lira libanese al dollaro, puntando sulla stabilità della valuta come mezzo per attirare capitali e investimenti. La seconda strategia è stata espandere la spesa pubblica per rilanciare l’economia. Tale politica, però, ha portato a contrarre debiti sempre più ingenti con il rapporto debito/PIL che nel 2019 si è attestato al 155%, il terzo più alto al mondo. Se fino a pochi anni fa questo sistema ha in qualche modo resistito, i delicati equilibri su cui si reggeva sono saltati quando i capitali in entrata nel Paese hanno cominciato a diminuire.

Dal suo ufficio in Ras Beirut, zona centrale tra le più cosmopolite della capitale, Sami Atallah, direttore del Lebanese Center for Policy Studies, spiega: “È dal 2011 che riceviamo segnali di crisi. Da allora la classe politica ha avuto molte opportunità di introdurre riforme. Tuttavia è rimasta a guardare”. Mero opportunismo volto alla massimizzazione del profitto? Anche profonda incompetenza di chi decide, sostiene Atallah. Il risultato è che oggi il Libano è un Paese in default, la moneta ha perso l’80% del suo valore, l’inflazione aumenta a ritmi spaventosi e il 50% della popolazione vive sotto la soglia di povertà, secondo le stime della Commissione economica e sociale per l’Asia occidentale (ESCWA). A questa fase drammatica si sono aggiunti gli effetti del Coronavirus e quelli di una delle più violente esplosioni di sempre. “Il 4 agosto mostra tutti i limiti del sistema politico e come il clientelismo che domina oggi tutte le istituzioni libanesi diffonda incompetenza e immoralità in maniera trasversale. Tutti i leader sono da considerare responsabili”, conclude Atallah.

È possibile immaginare una via d’uscita? Probabilmente no, almeno per ora. Il governo si è dimesso sotto la spinta delle ultime proteste. In assenza di alternative extra-sistema, la classe politica è già pronta a riallinearsi sotto un nuovo esecutivo controllato dai noti leader settari. Quanto all’economia, conclude Atallah “siamo solo all’inizio di un’enorme distruzione di ricchezza, di chiusura di migliaia di aziende ed esercizi commerciali e di un processo migratorio di massa. È la fine di un’era”.

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