Esteri / Reportage

Gli street artist che dipingono un’idea di pace sui muri di Beirut

Gli Ashekman, due fratelli gemelli di 36 anni, sono cresciuti nel Libano in guerra. Oggi contribuiscono alla rigenerazione di edifici e quartieri, per costruire una cultura dell’inclusione contro xenofobia, arabofobia, islamofobia

Tratto da Altreconomia 219 — Ottobre 2019
© Archivio Ashekman

La parola Ashekman appartiene alla versione “sha’abi” (“popolare”, “di strada” in arabo) dell’arabo-libanese, e richiama il modo in cui i ragazzi di strada in Libano -influenzati dalla cultura francese- pronunciano il termine francese echappement, cioè il tubo di scarico delle auto. C’è proprio un tubo di scappamento, adagiato su un cornicione all’entrata del quartier generale degli Ashekman -al secolo, i fratelli gemelli 36enni, Omar e Muhammad Kabbani- al quarto piano di una palazzina di Hamra, a Beirut.

Un oggetto che richiama il concetto di inquinamento (“inquiniamo l’atmosfera con la nostra arte”) ma anche quello di incessante attività, con cui gli Ashekman puntano a oscurare il vero inquinamento (Beirut è la settima città più inquinata al mondo, alle prese da anni con una crisi nella gestione dei rifiuti e una idrica), che è atmosferico, acustico e visivo allo stesso tempo. La loro arte si pone a metà tra la pura street art e un suo sottoinsieme, il graffitismo, con cui mescolano la rivivificazione nel contesto urbano della celebre arte calligrafica araba e l’utilizzo di icone culturali. “Siamo nati durante la guerra civile, quindi la nostra infanzia è stata segnata dagli effetti del post-conflitto, sopratutto visivi: il Paese era in macerie”, spiega Mohammad. “Abbiamo tratto ispirazione dalla città e dai suoi spazi lacerati. A differenza degli street artist europei, influenzati dai graffiti sulla metropolitana, il nostro primo approccio con l’idea di scrivere sui muri sono stati gli stencil e le frasi scritte con le bombolette che negli anni Ottanta si vedevano sui palazzi. Erano opera delle milizie della guerra civile, che marcavano il territorio con i loro nomi”.

L’effetto è stato ambivalente: da una parte l’ostilità maturata verso milizie, che dividevano la città in roccaforti; dall’altra l’associazione tra queste scritte e il “prestigio” che gli conferivano. Da lì nasce #thestreetisours, un hashtag utilizzato sui loro profili social, nonché una forma di riappropriazione: stessa “logica” delle milizie ma allo stesso tempo una dichiarazione postuma contro di esse. “La strada è nostra, ed è fatta per l’arte”. Nei loro graffiti è spesso protagonista Grandizer, il personaggio dei cartoni giapponesi che in Italia è noto come Ufo Robot. Non si tratta di un semplice omaggio, perché Ufo Robot per i fratelli Kabbani è anche una questione personale: lo vedevano comparire in tv, quando da bambini si nascondevano nei rifugi anti-bombardamento, spesso intorno all’alba. Si vedeva una sola emittente, TeleLiban, che a quell’ora trasmetteva Ufo Robot. È così che hanno vissuto quegli anni, accompagnati dall’idea che Ufo Robot fosse l’eroe virtuale che li salvava dalla violenza reale, quella delle milizie. Centrali nella loro arte sono anche i volti stilizzati di grandi musicisti libanesi, vere e proprie icone come Fairouz e Ziad Rahbani (ancora in vita) e i defunti Sabah e Wadi al Safi. In questo caso la motivazione trainante è quella di sensibilizzare e creare connessioni sane. “Instillare nel pubblico l’associazione tra il Libano e l’arte, non la guerra e l’estremismo. Abbiamo disegnato i volti di grandi artisti della storia libanese anche perché quando alcuni di loro sono morti non è stata organizzata alcuna commemorazione, a differenza di quanto avviene quando muore ad esempio un ‘martire’, un politico o un militare. È anche un modo per render loro giustizia”.

Gli Ashekman su una mappa di Tripoli, in vista di “Operazione salam”: un progetto che unisce riqualificazione del territorio e cooperazione tra comunità – © Archivio Ashekman

Un sottile filo lega i fratelli Kabbani all’Italia: la madre parla perfettamente l’italiano, avendo studiato in una delle tante scuole gestite dalle suore italiane nel Libano degli anni Sessanta del Novecento, quando il Paese dei Cedri era noto come “la Svizzera del medioriente”. E oggi gli Ashekman preparano l’ennesimo lavoro d’utilità sociale, una dimensione che negli ultimi anni si è espansa proporzionalmente alla loro popolarità: una scuola di graffiti, la prima di questo tipo in Libano, a beneficio di circa 360 bambini vulnerabili, in partnership con la Ong italiana Cesvi, all’interno di un più ampio progetto educativo finanziato dalla Cooperazione italiana. Non è l’unico. Il più significativo lavoro degli Ashekman è stato realizzato a Tripoli, seconda città del Libano, ma non è visibile dalla strada. Si chiama “Operazione Salam” (in arabo salam vuol dire “pace”) e l’unico luogo da cui si possono apprezzare i suoi effetti è il cielo: insieme a una cinquantina di giovani volontari dell’area, gli Ashekman quasi due anni fa hanno infatti verniciato di verde i tetti di 85 palazzi adiacenti, in un’area di circa due chilometri quadrati, che dall’alto formano appunto la scritta “salam”.

Non si tratta di una zona come un’altra: siamo nella dissestata periferia della città costiera, a cavallo di Syria street, nota per essere lo spartiacque -nonché una linea del fronte, lo si vede dalla quantità di palazzi crivellati- tra due quartieri i cui residenti fino a pochi anni fa si facevano letteralmente la guerra, replicando su piccola scala le dinamiche del conflitto in Siria: da una parte Jabal Mohsen, a maggioranza alawita (come Bashar al Assad), e dall’altra Bab el Tabbeneh, a maggioranza sunnita. “È stato complicato, anzitutto perché abbiamo interamente finanziato il progetto. La Ong March ci ha introdotto nelle comunità locali, dalle quali abbiamo coinvolto circa 50 ragazzi, di un quartiere e dell’altro. Ragazzi abituati a odiarsi, i cui genitori si erano fisicamente sparati fino a pochi anni prima, proprio in quei vicoli. Siamo orgogliosi perché la dinamica di cambiamento stimolata non è solo visiva ma anche fattuale, essendo riusciti a far lavorare insieme (retribuiti) ragazzi abituati a nutrirsi di tensioni e diffidenze. Il sostegno della ong March, che già lavorava nell’area, è stato fondamentale: parliamo di quartieri in cui anche un libanese è visto come uno straniero”. Alla fine, a parte l’effetto visivo e quello “distensivo”, i palazzi hanno anche beneficiato di vantaggi materiali: “Abbiamo un tipo di vernice particolare, con una funzione ‘stuccante’ contro le perdite d’acqua dai tetti e un’altra impermeabile ai raggi ultravioletti, per rendere la vita più semplice a chi vive all’ultimo piano senza aria condizionata”, spiega Mohammad.

La vista aerea dell’“Operazione Salam”: gli Ashekman quasi due anni fa hanno verniciato di verde i tetti di 85 palazzi adiacenti, in un’area di circa due chilometri quadrati che dall’alto formano la scritta “salam” (pace) – © Archivio Ashekman

La funzione restauratrice vale anche per i murales realizzati nei palazzi pericolanti di Ouzai, un quartiere poverissimo a sud di Beirut, vicino all’aeroporto, che hanno contribuito a riqualificare parzialmente con il progetto “Ouzville”. “Non c’è nulla di meglio di contribuire a cambiare la percezione di un luogo conosciuto solo per il disagio. Il cambiamento visivo può stimolarne uno sostanziale. E la questione della percezione vale per tutto il mondo arabo: me ne accorgo quando in aeroporto sono soggetto a controlli invasivi. Come artisti sentiamo una responsabilità, per far sì che l’idea di pace sostituisca quella di guerra nell’immaginario” spiegano. Oggi gli Ashekman sono un brand, come accaduto ad uno dei loro riferimenti, lo street artist Obey. A differenza di altri loro ispiratori, come Bansky, sono riconoscibili.

“Una volta stavamo disegnando all’alba su un muro a Gemmayze (quartiere di Beirut est, ndr), e un pattuglia della polizia si ferma. I poliziotti scendono e chiedono cosa stiamo facendo, mio fratello Omar inizia a spiegargli il nostro lavoro e uno di loro ci chiede il nostro nome. Omar risponde istintivamente col nostro nome d’arte e uno degli agenti fa ‘vi conosco, mio figlio ha il vostro album, è un vostro grande fan!’”. Gli Ashekman hanno esposto alcune loro opere in prestigiosi showroom di Dubai e hanno una linea d’abbigliamento -della parte commerciale si occupa il fratello maggiore-, in cui ripropongono il mix tra arte calligrafica araba -ispirati dal maestro Ali Assi- e icone artistiche o musicali. Inoltre, hanno già realizzato due album rap.
“Non abbiamo mai pensato alla diffusione dei nostri nomi come fine a se stessa. Volevamo lanciare dei messaggi, che in parte veicolavamo già con la musica hip hop, sopratutto nell’album Ashekmanphobia”. Il titolo del disco, uscito nel 2011, non è casuale. Xenofobia, arabofobia, islamofobia. Sono tutti concetti familiari a ogni ragazzo arabo, inclusi i fratelli Kabbani, che ai pregiudizi e i cliché oppongono le suggestioni generate dalle loro opere. “I nostri genitori ci hanno insegnato il rispetto di tutte le opinioni, ed è anche per questo che ci mobilitiamo contro le paure, contro le fobie: se non mi conosci, perché mi giudichi, perché hai paura?”.

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