Ambiente / Attualità

In Basilicata, dove il petrolio è un’emergenza che sembra non finire mai

Dalla Val d’Agri alla Val Basento, le notizie delle attività estrattive in terra lucana di multinazionali come Eni e Total sono poco confortanti. Incidenti negli stabilimenti, ricadute pesanti sugli habitat naturali, aria irrespirabile. La politica è assente mentre la magistratura si muove, come dimostra il “Petrolgate”

Lo stabilimento Eni in Val d'Agri in Basilicata © Eni

Quella dell’Eni, il 13 maggio 2020, è stata l’ennesima assemblea a porte chiuse di questo periodo così travagliato, senza azionisti critici in sala e con contraddittorio ridotto al lumicino. È servita a ratificare il terzo mandato consecutivo dell’amministratore delegato Claudio Descalzi e il cambio della guardia tra la presidente uscente Emma Marcegaglia e quella entrante Lucia Calvosa, in quota M5s.

Oltre agli impatti sulla crisi climatica provocati dall’attività dell’Eni e alle sue beghe giudiziarie, uno dei temi caldi del mancato azionariato critico sarebbe stata la situazione in Basilicata dove l’azienda estrae petrolio da circa 30 anni. Lo scorso 4 maggio proprio al Centro Olio dell’Eni in Val d’Agri (Cova) è stato registrato un incidente, confermato alla stessa multinazionale petrolifera italiana: una fortissima fiammata anomala. In una prima informativa la compagnia ha spiegato che l’episodio sarebbe dovuto alla rottura di un compressore, riservandosi di inoltrare una dettagliata relazione sulle cause dell’evento. Episodi simili si sono verificati negli ultimi mesi.

In attesa di ulteriori accertamenti da parte dell’Arpab, l’ente regionale di controllo ambientale, l’attività estrattiva dell’Eni prosegue, seppure a ritmo ridotto, come riporta la stessa società. Rispondendo alle domande scritte degli azionisti ricevute a inizio maggio, l’azienda fa sapere che “ha proceduto a una graduale e progressiva riorganizzazione delle attività lavorative che hanno implicato la riduzione al minimo possibile della presenza del personale nel Cova e in particolare: la posticipazione di attività non essenziali; nuove turnazioni atte a limitare le presenze al centro olii. La nuova configurazione ha determinato una riduzione della produzione del Cova pari al 30%”. 

L’osservatorio popolare Val d’Agri ha fatto notare che la grande fiammata è stata preceduta da alti livelli di idrocarburi non metano, categoria di inquinanti che da sempre accompagna l’attività estrattiva in valle, incredibilmente ancora non normati in Basilicata nonostante le tante promesse e le pressioni delle associazioni.

Val la pena ricordare che nel recente passato il Cova ha avuto problemi ancora più gravi: nel 2017 c’è stato un mega-sversamento di greggio che ha comportato la chiusura dell’impianto per circa tre mesi. Sulla perdita, stimata in 400 tonnellate, hanno indagato le autorità competenti e a Potenza a fine 2019 è iniziato un procedimento nei confronti dell’ex manager dell’Eni Enrico Trovato, accusato di disastro ambientale, reato per cui rischia una pena fino a cinque anni di reclusione.

Ma già a fine 2017 era iniziato il cosiddetto “Petrolgate”, un altro processo che vede coinvolti ben 67 imputati, tra cui anche in questo caso l’Eni e suoi ex manager, accusati di smaltimento illecito di rifiuti. “Con il Petrolgate per la prima volta nella storia della Lucania, terra di petrolio, di sfruttamento e non solo, le molteplici segnalazioni di cittadini e associazioni sono arrivate al vaglio dell’autorità giudiziaria”, spiega Giovanna Bellizzi, presidente dell’associazione Mediterraneo No Triv. “Le ipotesi di reato sono molteplici e variegate e inducono a riflettere sulle vane promesse di vantaggi e ricchezze che hanno forse illuso, più che i cittadini, un’intera classe dirigente. Ma è forse il processo a Enrico Trovato che apre scenari di maggiore rilevanza non fosse altro per l’ipotesi di reato di ‘disastro ambientale’. Quando questioni di tutela ambientale sono trattate solo ed esclusivamente nelle aule di tribunale oppure, piuttosto, se è la magistratura a dover accertare e reprimere tali condotte è indicativo dell’assenza o dell’inadeguatezza della politica e delle istituzioni”, è l’amaro commento di Bellizzi.

L’incertezza sui reali impatti ambientali dell’attività estrattiva regna sovrana. L’associazione Cova Contro riferisce che a fine aprile c’è stata una moria di pesci alla foce dell’Agri tra Policoro e Scanzano, mentre pochi giorni dopo si è registrato un caso analogo nel lago artificiale del Pertusillo, a due chilometri in linea d’aria dal Centro Olio Val d’Agri dell’Eni. “È da oltre un decennio che la stampa riporta morie e spiaggiamenti ma di spiegazioni complete e ufficiali a questi fenomeni ne abbiamo solo per una piccola fetta di casi”, ci spiega Giorgio Santoriello, esponente di Cova Contro. “Non abbiamo un registro delle morie, non sappiamo in che condizioni arrivino i campioni e le analisi quando svolte sono incomplete. Soprattutto le autorità rifiutano i controlli incrociati con le associazioni che segnalano le morie. Quasi mai vengono svolti studi completi sulla colonna d’acqua o sugli altri organismi acquatici, idem per i sedimenti, completamente ignorato il bioaccumulo e quando qualche ricercatore ha trovato problemi nella fauna ittica ne ha subito i contraccolpi”, denuncia Santoriello.

Anche le notizie dalla Val Basento, poche decine di chilometri dalla Val d’Agri, dove la francese Total ha realizzato Tempa Rossa, il secondo centro olio regionale, sono ben poco confortanti. Pure in quel caso si parla di fiammate, odori nauseabondi e aria irrespirabile. Un’emergenza, quella del petrolio, che in terra lucana sembra proprio non finire mai.

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