Economia / Opinioni

Banche e Stato, cronaca di una secolare dipendenza

Dopo il testo unico del 1993, gli istituti di credito italiani hanno cessato sulla carta di essere “pubblici”, ma hanno continuato a gravare in maniera significativa sulle risorse pubbliche. Dimostrando una capacità molto limitata di stare sul mercato. Il commento di Alessandro Volpi

Ormai è chiaro che il sistema bancario italiano ha avuto e avrà un costo non banale per i contribuenti del nostro Paese. Tale costo si articola in più voci, alcune direttamente riconducibili agli interventi dello Stato, altre legate invece agli effetti  che la crisi e i fallimenti bancari hanno provocato nell’economia nazionale.

1) I salvataggi “diretti” comportano un impegno complessivo che comprende il tetto dei 17 miliardi di euro per “sostenere” le banche venete e i 5,4 miliardi indispensabili per ricapitalizzare “preventivamente” il Monte dei Paschi di Siena. A queste cifre devono essere aggiunti gli interventi di sistema del Fondo Atlante, a cui partecipano, tra gli altri, fondi previdenziali e la Cassa depositi e prestiti (Cdp), e il contributo di circa 200 milioni di euro annui al Fondo europeo “salva Stati”. Se si provasse a stimare un totale dell’intervento pubblico si supererebbero i 31 miliardi di euro, destinati ad andare in soccorso di istituti dichiarati sani fino a poco tempo prima. Anche in Italia, dunque, come in numerosi altri Paesi europei, per salvare le banche è stato ed è necessario l’intervento pubblico, paragonabile per entità ad una robusta manovra finanziaria, che, peraltro, nella storia italiana si è rivelato assai frequente e spesso indotto dai legami tra banche e politica.
È avvenuto così a fine Ottocento, in occasione del fallimento della Banca Romana che ha accelerato la costituzione della Banca d’Italia, nel caso del “salvataggio” della Banca italiana di Sconto nel primo dopoguerra e in quello del sostegno alle due principali banche “miste”, il Credito italiano e la Banca commerciale Italiana, soccorse dall’Imi all’inizio degli anni Trenta.  Ci fu poi l’intervento per salvare il Banco Ambrosiano nell’estate del 1982, quando Banca d’Italia, Governo Spadolini e un gruppo di sette istituti di credito apportarono il capitale necessario alla continuità aziendale accollandosi debiti e crediti, tranne quelli esteri, del precedente, omonimo  istituto. Tra la fine degli anni Ottanta e la metà del decennio successivo fu la volta di alcune Casse di risparmio centrosettentrionali, tra cui quella di Prato, e del Banco di Napoli, che di fatto piegò il sistema bancario meridionale costringendo il Paese ad un pesante esborso di risorse pubbliche. Il nuovo millennio ha visto di fatto una sequenza pressoché ininterrotta di crisi e salvataggi, ben avvertibili già ben prima dello shock mondiale del 2008, di cui quello del Monte è solo l’ultimo di una serie.

In estrema sintesi, guardandosi indietro e provando ad immaginare il futuro, sembra inevitabile che le banche italiane abbiano bisogno dell’ausilio statale, nonostante l’azione “protettiva” svolta in passato dalla Banca d’Italia e ora dalla Banca centrale europea che, pur rendendo i margini bancari più stretti, ha consentito a quasi tutti gli istituti di rifinanziarsi a costo zero.

2) Sono state molto pesanti le perdite subite da azionisti e obbligazionisti degli istituti bancari italiani coinvolti nei fallimenti.  La serie delle emorragie patite dai risparmiatori è impressionante, a cominciare dalla Banca popolare italiana, travolta nel 2006, per proseguire con Carige nel 2012, con le Casse di risparmio di Cesena, Rimini e San Miniato, per approdare a Banca Etruria, Banca Marche, Cassa di Risparmio di Ferrara e Carichieti. Migliaia di “piccoli portafogli” che hanno di fatto visto cancellato il loro patrimonio, spesso nel giro di pochi giorni, senza alcuna possibilità di vero recupero e senza che si possano chiamare in causa i sempre invocabili rischi di mercato perché, in alcuni casi, ai risparmiatori sono stati “venduti” prodotti finanziari le cui caratteristiche e le cui insidie non erano sufficientemente chiare. Nell’ambito delle perdite conosciute dai risparmiatori possono essere ascritti anche i molteplici scivoloni dei titoli del comparto bancario che nel 2016 hanno perso il 56% del loro valore a fronte di una perdita media europea del 32%.

Queste brevi e inevitabilmente sommarie notazioni inducono a pensare che le banche siano state uno degli elementi di maggior ritardo dell’economia italiana e soprattutto abbiano rappresentato e rappresentino un onere importante per i conti pubblici del Paese, mostrando una capacità molto limitata di stare sul mercato. Paradossalmente dopo il testo unico del 1993, le banche hanno cessato di essere “pubbliche”, ma hanno continuato a gravare in maniera significativa sulle risorse pubbliche; per dirla con un linguaggio antico, privatizzano gli utili e socializzano le perdite.

Università di Pisa

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