Ambiente / Approfondimento

Banca d’Italia: il cambiamento climatico è un rischio concreto per gli istituti italiani

Il riscaldamento globale può “esacerbare la naturale fragilità del nostro Paese” e produrre conseguenze su “vasta scala” per l’intero sistema economico e finanziario. Inclusi i 340 miliardi di euro impiegati dalle banche in province “ad alto impatto alluvionale”. L’allarme di Via Nazionale

Genova colpita dall'alluvione nel 2011
Genova colpita dall'alluvione nel 2011

Il cambiamento climatico è “di tutta evidenza”, l’impronta dell’uomo è decisiva, il riscaldamento globale può “esacerbare la naturale fragilità del nostro Paese” nonché produrre conseguenze su “vasta scala” per l’intero sistema economico e finanziario. Il discorso tenuto da Luigi Federico Signorini, vice direttore generale di Banca d’Italia, in occasione di un convegno del 6 febbraio per la presentazione del “Rapporto del dialogo italiano sulla finanza sostenibile”, segna un punto decisivo per il “discorso pubblico” sui cambiamenti climatici. Il vice direttore generale di Banca d’Italia non si è limitato alle conclusioni ma ha illustrato nel dettaglio le circostanze che hanno spinto il “regolatore finanziario” guidato da Ignazio Visco a preoccuparsi del tema. Il 2015 è stato l’anno più “caldo” dal 1880, ha ricordato Signorini. “L’Italia non è un’eccezione. La temperatura media nel 2015 è stata la più alta dal 1961”. E con la sua “unicità geologica e geomorfologica”, il nostro Paese “è particolarmente suscettibile di instabilità idrogeologica”. “Tra il 2009 e il 2011, in Italia si è registrata una media di 82 ‘eventi’ (climatici, ndr) all’anno, che hanno colpito oltre 2,3 milioni di persone e causato un danno stimato approssimativamente in 2,7 miliardi di euro all’anno”. Il 15,2% della popolazione italiana è esposta al rischio inondazione, mentre il 3,2% è collocata in aree “ad alta pericolosità”. Nel solo 2015 -ha evidenziato Signorini, citando l’Annuario dei dati ambientali 2016 dell’ISPRA- i costi derivanti da inondazioni hanno superato quota 3 miliardi di euro, e buona parte delle perdite “non erano coperte da assicurazione”.

I rischi interessano direttamente il sistema bancario italiano. Nella versione integrale del “Rapporto del dialogo italiano sulla finanza sostenibile” c’è un approfondimento che dà conto di un interessante studio di Banca d’Italia in fase di pubblicazione relativo ai pericoli corsi dal settore creditizio in tema di inondazioni. Sono anticipati alcuni risultati: “Se le banche sono esposte con imprese a rischio, gli ‘shock ambientali locali’ potrebbero aumentare la quantità di crediti non performanti (NPL) nei portafogli degli istituti, inducendoli perciò a stringere il credito”. Il parametro dello studio sono le “province ad alto impatto inondazione” (HFI). “Alla fine del 2014, i crediti erogati alle imprese da parte delle banche italiane ammontavano a 856 miliardi di euro, il 40% dei quali destinato a province classificate come HFI”. E se i “risultati mostrano che a una riduzione del rischio disastro è associato un incremento dei prestiti alle piccole e medie imprese”, c’è da segnalare un’eccezione: “Al contrario -si legge nel Rapporto- non c’è alcun legame con i prestiti concessi alle grandi aziende […]: le banche più grandi sembrano essere maggiormente propense a concedere prestiti a imprese situate nelle zone a più alto rischio”.

La questione climatica non può essere ignorata nemmeno sul versante delle fonti fossili, come ha del resto sancito l’Accordo di Parigi entrato in vigore nel novembre 2016. Anche Banca d’Italia ha riconosciuto il rischio della “bolla del carbonio”, citando la ricerca di Christophe McGlade e Paul Ekins pubblicata nel gennaio di due anni fa sulla rivista scientifica Nature -secondo la quale, al fine di contenere il riscaldamento globale, dovrebbero rimanere sottoterra l’80% delle riserve di carbone conosciute ed estraibili, metà del gas e un terzo del petrolio che saremmo in grado di estrarre-. Il “business del carbone” è in una “condizione critica”, ha sottolineato Signorini, tanto che “una parte considerevole degli asset nell’industria mondiale del carbone è di proprietà di imprese in stato d’insolvenza o finanziariamente ‘stressate’”. Il problema, afferma Banca d’Italia, è che i “mercati stanno probabilmente sottostimando il rischio legato al cambiamento climatico poiché ritengono che i suoi effetti si materializzeranno solamente nel lungo periodo”. O, per usare le parole contenute nella sintesi del “Rapporto del dialogo italiano sulla finanza sostenibile” coordinato dal ministero dell’Ambiente, “i processi di decisione finanziaria non tengono ancora in adeguata considerazione le sfide di lungo periodo, come il cambiamento climatico”.

Tra i soggetti interessati dalla “bolla del carbonio” potrebbe esserci anche Eni Spa -il cui principale azionista è il ministero dell’Economia (sia direttamente sia attraverso Cassa depositi e prestiti)-, che secondo il think tank “Carbon Tracker” avrebbe maturato “investimenti inutili o non necessari” da qui al 2025 per 37,4 miliardi di dollari.

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