Ambiente / Opinioni

Climate change, un fenomeno incompreso

Per affrontare il riscaldamento globale non bastano leggi, accordi, obblighi o divieti. È necessaria un’opinione pubblica consapevole. “Il clima è (già) cambiato”, l’editoriale di Stefano Caserini, Climalteranti.it

Tratto da Altreconomia 188 — Dicembre 2016
I capi di Stato e di governo che si sono riuniti nel 1980 a Venezia, per il G7. Il quinto da sinistra è Francesco Cossiga, allora presidente del Consiglio
I capi di Stato e di governo che si sono riuniti nel 1980 a Venezia, per il G7. Il quinto da sinistra è Francesco Cossiga, allora presidente del Consiglio

Finiti i festeggiamenti per l’entrata in vigore dell’Accordo di Parigi, è utile capire il perché del grande ritardo accumulato nella lotta al cambiamento climatico. È indubbio che il sistema economico, le lobby, le classi dirigenti politiche ed economiche abbiano una pesante responsabilità. Ma non c’è solo questo. Un altro fattore è l’assenza di una forte spinta dell’opinione pubblica ad affrontare in modo deciso la questione. La morale comune non fornisce una guida etica per affrontare molti degli aspetti del cambiamento climatico, che è un grande problema globale, collettivo: ognuno di noi con le sue azioni, spinto dai propri desideri, contribuisce in piccola parte a un risultato che non era né voluto né desiderato. Sono azioni innocenti, quotidiane, banali, come guidare una macchina o riscaldare la propria abitazione. Da sole le nostre emissioni non cambiano nulla, contano solo se unite a quelle di un numero abbastanza grande di persone: nessuno di noi sta da solo cambiando il clima del Pianeta. Se per qualche strana carneficina rimanessimo solo noi e gli abitanti della nostra città, potremmo emettere tutta la CO2 che vorremmo e sarebbe solo un rumore di fondo nel ciclo naturale del carbonio.

36 sono gli anni che ci separano dal primo G7 che si occupò del problema delle emissioni di gas climalteranti: si tenne a Venezia il 22-23 giugno 1980, e il presidente del Consiglio italiano era Francesco Cossiga

Questo problema è stato magistralmente spiegato da Dale Jamieson nel suo libro “Reason in a dark time”, la ragione nei tempi bui (Oxford University Press, 2014). Analizzando diversi approcci della filosofia morale, Jamieson mostra come si potrebbe produrre un mondo moralmente peggiore, per esempio perché le persone più povere saranno più colpite dai cambiamenti climatici, senza che nessuno abbia fatto qualcosa che possa essere definito moralmente sbagliato. Questo perché i concetti di responsabilità e danno della morale comune, nati in piccole popolazioni che si muovevano in grandi territori, con un accesso quasi illimitato a molte risorse naturali, sono inadatti per affrontare le cause e i danni del cambiamento climatico.

Il cuore del problema è la dimensione globale e temporale della relazione causa-effetto del problema del riscaldamento globale. L’idea che il nostro attuale modo di vivere lascerà una traccia sul pianeta che persisterà per millenni è difficile da comprendere, e ancor più difficile da tradurre in scelte concrete. La nostra morale comune non è stata costruita per affrontare problemi che riguardano tempi così lunghi. È stata creata per gestire i rapporti con chi è vicino a noi, o con quelli, come i figli e i nipoti, con cui le nostre vite si possono sovrapporre. Possiamo pensare una o due generazioni ancora più in là, ma è più difficile, il nostro interesse rapidamente svanisce. La conclusione di Jamieson è che “non c’è quindi da sorprendersi se molte persone non vedono il tema della responsabilità individuale sul cambiamento climatico come un problema morale”, e questa è un’altra ragione del perché le buone pratiche del risparmio energetico o della mobilità sostenibile continuano a riguardare una piccola parte delle persone, nonostante sia aumentata la percezione della minaccia del cambiamento climatico.

Sarebbe utile se il discorso ambientalista, che negli ultimi anni è stato molto impegnato a promuovere comportamenti virtuosi e di stili di vita sostenibili, cosa certo meritoria, tornasse a mettere al centro delle proprie rivendicazioni un’azione comune e politica, per combattere il riscaldamento globale. Per avere leggi con obblighi e divieti, incentivi e penalizzazioni.

Stefano Caserini è docente di Mitigazione dei cambiamenti climatici al Politecnico di Milano. Il suo ultimo libro è “Il clima è (già) cambiato” (Edizioni Ambiente, 2016)

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