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Diritti / Intervista

Andrea Voglino. L’adozione internazionale senza filtri

Intervista all’autore della graphic novel “Un nido di nebbia” che, a partire dalla propria esperienza familiare, racconta le speranze ma anche le difficoltà e gli aspetti spigolosi di un processo lungo e complesso. Per figli e genitori

Tratto da Altreconomia 255 — Gennaio 2023
© Ariel Vittori

“L’adozione è un gesto egoistico, che il genitore compie per sé, non solo per il figlio. Però, ed è fondamentale prenderne coscienza, quando una coppia decide di intraprendere questo ‘viaggio’, i diritti che si tutelano sono necessariamente tutti del bambino, perché non sta scegliendo. Perché se avesse potuto avrebbe scelto senz’altro di tenersi i suoi genitori biologici, com’è naturale”, dice Andrea Voglino. Sceneggiatore, giornalista (dal 2006 scrive di fumetti sul quotidiano il manifesto), ha scritto “Un nido di nebbia”, una graphic novel che parla di adozione internazionale: illustrata da Ariel Vittori, è uscita a ottobre 2022 per edizioni tunuè (136 pagine, 17,50 euro). Genitore adottivo, nelle postfazione Voglino spiega che il libro, pur contenendo spunti legati al suo vissuto, non è autobiografico. 

Perché hai fatto questa scelta?
AV In modo consapevole non ho voluto raccontare la mia storia perché personalizzare questo tipo di vicenda mi avrebbe messo nella condizione di perdere sincerità o lucidità nei confronti del lettore: se scrivessi di mia figlia, probabilmente sarei portato a omettere tutto ciò che a lei non farebbe piacere leggere, avrei finito con l’auto-limitarmi, evitando magari di raccontare dei momenti difficili. Questo è ciò che accade agli autori che parlano di adozione sulla base del proprio vissuto, finendo per mettere in pagina una narrazione dei buoni sentimenti ma non affrontando il tema nei suoi aspetti più spigolosi, legati al confronto con un bambino o una bambina che a volte ti rifiuta e altre può essere spietato. Non basta scrivere: “È dura, ma ce la si può fare”. Pochi raccontano perché e in che modo è dura. Ho voluto essere libero di raccontare una storia premendo l’acceleratore anche su tutto ciò che è controverso. 

Davide e Valeria vanno a incontrare loro figlio Gabriel in Messico, nello stesso Paese dove tu e tua moglie Elena avete adottato Mariluz.
AV È così, per questo il “colore” e tanti piccoli dettagli sono frutto del mio vissuto. Tanto nell’ambientazione messicana -anche se non è mai dichiarata in modo aperto, la desumi dagli indizi che disperdiamo nel testo e nelle tavole- quanto in quella italiana, perché sono alcuni particolari a far capire che la storia è ambientata a Milano, dettagli perché ci interessava che fosse una lettura universale. Per questo la storia tiene insieme tanti pezzetti, incontri e appunti, che ho sedimentato a lungo e poi scritto in tre mesi, in modo quasi automatico. Non nascondo che è un libro a cui tengo moltissimo, perché dentro c’è tutta la mia esperienza personale: in inglese lo definirebbero un labour of love, fatto più per amore che per banale esercizio di stile. Ma non potevo raccontare che ero andato in Messico, avevo adottato e poi tornato a casa, come se facessi vedere al lettore le foto delle vacanze. 

Le illustrazioni di “Un nido di nebbia” sono realizzate da Ariel Vittori, illustratrice, fumettista e art director italiana. È co-fondatrice e presidente dell’etichetta indipendente Attaccapanni press © Ariel Vittori

Quali sono gli aspetti controversi o difficili più importanti che hai scelto di far emergere in un libro come questo?
AV Il primo è legato ai vissuti che il bambino restituisce, che non sono mai quelli che il genitore adottivo potrebbe aspettarsi. Non sei il protagonista di una commedia romantica, in cui lui ti dice “tu non sei mio padre” e tu rispondi “ma sì, io ci ho messo tre anni per stare con te”. Questi bambini e queste bambine sono individui abbandonati, feriti, così dopo l’adozione ti devi confrontare con la loro capacità di andarti a toccare dove sanno che fa male, di saperti leggere come un libro aperto, evidenziando aspetti che tu per primo non sai affrontare e gestire. E questo è un punto fondamentale, in cui c’è il senso della storia: chi vive un percorso di adozione deve dimostrare la capacità di accettare non solo la storia del suo bambino ma anche la propria storia, tornando a guardare nelle “scatole” che non voleva più aprire, di confrontarsi con il bambino che è stato e che non ha avuto magari sempre dei genitori impeccabili, che ha subito traumi. E nel frattempo c’è il tuo bambino e c’è la vita vera. Nel rapporto con tuo figlio spesso è più quello che non saprai e non potrai sapere che farà la differenza: ci sono situazioni in cui questo non sapere apre porte su angoli molto bui, che è difficile riuscire ad accettare.

“La domanda per questi bambini è questa: ‘Preferisci essere abbandonato o avere un papà o una mamma?’. Non c’è una scelta. Bisogna tenerlo presente”

A colpire è anche il cinismo della reazioni di alcuni amici, incapaci di comprendere il desiderio di genitorialità di Davide e Valeria.
AV Credo sia davvero complicato capire fino in fondo qual è il meccanismo, quali sono le emozioni, le istanze che tu come genitore adottivo porti avanti e sono tante le persone che, senza sapere niente, ti chiedono: “Perché lo fai?”. Un amico carissimo, quando ha saputo che io ed Elena avevamo scelto la strada dell’adozione, forte della sua condizione di essere sposato con una psicologa infantile, mi ha detto che lui non lo avrebbe mai fatto. Un altro ha avuto lo stesso approccio di Manuel, l’amico di Davide descritto nel testo, secondo cui non avevamo una condizione economica adeguata e non avremmo dovuto far arrivare in Italia un bambino per farlo vivere in una condizione agiata. È un punto di vista mosso forse da buon senso (perché quando la pressione tende a salire, come può accadere nel contesto di una famiglia adottiva, chi è ricco ha valvole di compensazione più raggiungibili, come in ogni altra situazione di conflitto), ma che a mio avviso da un punto di vista invece della scelta adottiva è totalmente ininfluente. Eppure guardandoti da fuori fanno questi discorsi. Altri, invece, in positivo fanno discorsi altrettanto vuoti, giudicando l’adozione una “buona azione”, senza considerare che volere un figlio è sempre un gesto egoista. 

© Ariel Vittori

Questa affermazione potrebbe apparire molto secca. Come puoi aiutarci a comprenderla?
AV Pensi davvero che qualcuno possa decidere di trasferirsi in un Paese a 12 ore di aereo da quella che ha sempre considerato “casa”, confrontarsi con una realtà completamente diversa, senza scegliere nulla. Perché la domanda per questi bambini è secca: “Preferisci essere abbandonato o avere un papà o una mamma?”. Non c’è una scelta. E bisogna tenere presente che magari i genitori adottivi non sono quelli che lui o lei sogna. L’adozione nazionale e internazionale tutela i bambini. La “domanda di adozione” in realtà è una dichiarazione alla disponibilità: se tu dici di fronte a un giudice “Ho fatto domanda di adozione” vieni corretto. Ti spiegano che tu hai dato dichiarazione di disponibilità, che è un’altra cosa. 

Quindi siamo a tuo avviso di fronte a un gesto egoista compiuto nell’interesse di un terzo?
AV Sì, ed è una bella contraddizione, perché descrive due universi e due esigenze che all’apparenza sembrano inconciliabili ma che in una famiglia adottiva devono armonizzarsi. Il nodo del problema è che tu avrai un figlio, ma non è necessariamente quello che tu ti aspetti di avere, perché a differenza di un padre o di una madre biologica, che si confronta con il suo dal giorno zero, tu ci arrivi a cose fatte.
Così devi per forza far combaciare la tua storia, i tuoi principi, il tuo modo di essere figlio, che tutti noi replichiamo quando diventiamo genitori, con qualcuno che non necessariamente ti somiglia. E lui -figlio- deve accettare te, genitore, un essere umano che nel caso di un’adozione internazionale non gli somiglia nemmeno fisicamente. 

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