Diritti / Intervista

Al fianco degli avvocati turchi in carcere per la giustizia

In Turchia gli oppositori politici sono accusati di terrorismo e imprigionati. Almeno 600 legali sono detenuti, ritenuti complici dei propri assistiti. Intervista all’avvocato Fausto Gianelli, che li difende insieme ad altri 13 colleghi europei

Tratto da Altreconomia 233 — Gennaio 2021
Alcuni avvocati turchi nel corso di una manifestazione contro il governo organizzata a Istanbul a seguito della morte in carcere dell’avvocata Ebru Timtik, nell’agosto 2020 © Epa/Tolga Bozoglu

Fausto Gianelli segue da decenni casi penali internazionali ma racconta di non avere mai visto un carcere come quello di Silivri, in Turchia, né colleghi così coraggiosi come quelli lì detenuti. Diciotto avvocati accusati di terrorismo per aver difeso chi non si allinea all’idea di Turchia di Recep Tayyp Erdoğan. Tra di loro anche Ebru Timtik, l’avvocatessa morta dopo 238 giorni di sciopero della fame. “Sembrava non importarle della condanna -ricorda Gianelli-. Era serena, lei come gli altri. I nostri corpi o le condizioni detentive non contano nulla, mi disse, dentro o fuori troveremo il modo per continuare la nostra lotta per la giustizia”. Gianelli fa parte dell’associazione Giuristi democratici e insieme ad altri tredici colleghi provenienti da tutt’Europa, nell’ottobre del 2019, è partito per Istanbul dove ha partecipato come co-difensore alla vicenda processuale contro i colleghi turchi.

Avvocato, che cosa ricorda di quel viaggio?
FG Ricordo innanzi tutto Silivri, un’ex base militare adattata a carcere di massima sicurezza, il più grande e tecnologico d’Europa. Mi occupo da diciassette anni di Palestina e non faccio altro che entrare e uscire dagli istituti penitenziari ma non avevo mai visto nulla del genere. All’ingresso siamo stati sottoposti ad un controllo biometrico con scannerizzazione della retina e fondo dell’occhio, una tecnologia che hanno solo pochissime prigioni negli Stati Uniti e in Israele. È una città divisa per quartieri, con torrette e filo spinato ovunque. Ospita oltre ventimila detenuti e ventimila guardie. Chi ci entra è praticamente sepolto vivo.

Chi ha incontrato?
FG Ho parlato con Selçük Kosagacli, il presidente del CHD, l’associazione degli avvocati progressisti turchi, la branca locale di Giuristi democratici, e con le sorelle Timtik, Ebru e Barkin, entrambe avvocatesse e attiviste per i diritti umani. Quando ci siamo incontrati erano già stati condannati in primo grado per terrorismo, e proprio quando eravamo lì hanno ricevuto la sentenza di secondo grado: una paginetta con scritto “appello respinto” senza alcuna motivazione. La loro reazione mi stupì molto: rimasero sereni di fronte ad accuse e condanne spaventose, sapendo che le avrebbero scontate fino in fondo, tra i dodici e i quattordici anni di carcere duro. Le due sorelle non si erano mai viste da quando stavano lì dentro e anche in occasione della nostra visita fecero in modo che non si incrociassero.

“Silivri è un’ex base militare adattata a carcere di massima sicurezza. Una città divisa per quartieri, con torrette e filo spinato ovunque. Chi entra è praticamente sepolto vivo”

Che cosa le dissero?
FG Chiesi loro come le trattavano, le celle non hanno finestre, la luce artificiale è sempre accesa così come la telecamera che le riprende anche quando sono sul water. Non erano soggette a violenze fisiche né a torture. “Non sono importanti le condizioni di detenzione, ma la lotta -mi disse Ebru-. Non ci piegheranno, né Erdogan né il carcere”. Entrambe mi chiesero di salutare l’altra, il forzato isolamento era la cosa che più le faceva soffrire ma mi lasciarono con un grande sorriso.

Poi Ebru ha iniziato lo sciopero della fame e non ce l’ha fatta…
FG Il 10 agosto 2020 avevamo chiesto alla Cassazione di liberarla per condizioni di salute incompatibili con il carcere: pesava 31 chilogrammi. Ma il 14 agosto la richiesta è stata respinta, dicendo che le sue condizioni non erano tali da metterne in pericolo la vita. Tredici giorni dopo è morta.

La stessa Cassazione ha ritenuto tutti gli avvocati colpevoli di terrorismo. Su che cosa si basano le accuse?
FG Su quanto riferito da testimoni anonimi, apparsi sullo schermo col volto pixellato e la voce distorta, senza che ci venissero forniti i loro nominativi e la possibilità di controinterrogarli come succede in ogni Paese del mondo. In Turchia viene applicata una sorta di coincidenza tra difensore e imputati accusati di terrorismo, imputati che spesso sono, ad esempio, operai in lotta, famiglie di minatori che si battono per la morte dei loro cari o i ragazzi che si erano incatenati per bloccare l’abbattimento degli alberi di Gezi Park. La procura denuncia un numero “abnorme” di visite del legale ai propri assistiti in carcere e una quantità eccessiva di difese di imputati di terrorismo. L’avvocato sarebbe quindi considerato un sodale, come se andando in carcere facesse da corriere agli imputati e difendendone troppi fosse uno di loro. Trovo sia agghiacciante, da nessuna parte un difensore è identificato con la causa che conduce. Ma in Turchia tutti gli oppositori politici sono accusati di terrorismo: in carcere ci sono giornalisti, professori universitari, magistrati. Basti dire che attualmente su 1.500 avvocati indagati, 600 sono detenuti e di questi 441 hanno già ricevuto una condanna decennale.

Il gruppo degli avvocati internazionali, nella sede del Consiglio dell’ordine degli avvocati di Istanbul. L’avvocato Gianelli è il terzo da sinistra Fausto Gianelli © Fausto Gianelli

Come si spiega questa situazione?
FG L’apparato giudiziario è assolutamente controllato dall’esecutivo. Non c’è margine di indipendenza nella magistratura. Dopo il tentato golpe del 2016 molti magistrati sono stati arrestati e incarcerati. A Silivri, mi disse Selçük, ci sono anche i giudici di primo grado che avevano prosciolto i colleghi per inconsistenza di prove.

E poi che cosa successe?
FG Una cosa mai vista. I giudici avevano emesso un ordine di scarcerazione ma trentasei ore dopo, all’una di notte, l’intero collegio è stato cambiato dal vertice del Consiglio giudiziario, che dipende dal ministero della Giustizia. Il giorno dopo i nuovi giudici hanno revocato l’ordine di rilascio e gli avvocati sono rimasti in carcere.

Anche la Cassazione li ha ritenuti colpevoli. L’iter processuale è concluso?
FG No, l’ultima speranza è la Corte Suprema, l’equivalente della nostra Corte costituzionale, che ancora mantiene una certa indipendenza. È grazie alla Corte Suprema per esempio, che dopo la morte di Ebru Timtik, il collega, Aytac Ünsal, anche lui in sciopero della fame, è stato liberato e trasferito in una struttura sanitaria perché le sue condizioni sono state ritenute incompatibili con il carcere, ma appena starà meglio dovrà tornere dentro. Sarà una lunga battaglia, ma siamo fiduciosi.

Pensate di ricorrere anche alla giustizia europea?
FG La Turchia non appartiene all’Unione europea ma ha aderito alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo (Cedu). È quindi possibile ricorrere alla Corte europea di Strasburgo ma solo dopo che si sono esauriti tutti i gradi della giustizia interna. Dobbiamo quindi aspettare che si pronunci la Corte Suprema, anche se ci sono delle violazioni macroscopiche. La Cedu però non può liberare i detenuti ma solo in caso condannare la Turchia che è già il primo Paese per numero di condanne. Oltre che quello con il maggior numero di ricorsi alla Cedu: oltre ottomila l’anno.

Un suo collega ha scritto una lettera al nuovo presidente Cedu, l’islandese di origini italiane, Robert Ragnar Spanò, perché?
FG Perché ha accettato un dottorato honoris causa in Giurisprudenza dall’Università statale di Istanbul, la stessa che ha licenziato quasi duecento docenti, all’indomani del tentato golpe del 2016, per motivi politici come oppositori. Ci sembrava a dir poco inopportuno, vista anche la situazione generale della Turchia e le continue denunce di violazione dei diritti umani.

Se di fatto non obbligherebbe al rilascio degli avvocati, che senso avrebbe allora un’ulteriore condanna della Corte europea dei diritti dell’uomo?
FG È grazie ai suoi avvocati, i più battaglieri che abbia mai conosciuto, che la Turchia ha un numero così elevato di ricorsi alla Cedu. Per loro è una questione che va oltre i singoli casi. Non dimenticherò mai il discorso che mi fece Selçük Kosagacli in carcere. Aveva perso 20 chilogrammi, ma restava lucido e determinato. “Un avvocato quando è fuori si deve occupare della difesa degli assistiti -disse- quando è in carcere, ancor prima che a se stesso, deve pensare a come continuare la battaglia per la difesa dei diritti civili, sociali e politici. Anche il nostro corpo è uno strumento di lotta. Dobbiamo essere consapevoli in ogni momento, con ogni mezzo, che siamo al servizio della giustizia. Io come individuo sono importante se riesco a diventare un granello di sabbia che inceppa la macchina dell’oppressione che ogni giorno cerca di cancellare i diritti degli oppositori in questo Paese”.

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