Diritti / Opinioni

Al cinema con i lavoratori della Gkn. Per cambiare un sistema economico marcio

È stato proiettato a Firenze il film “Un altro mondo” di Stéphane Brizé, impietoso ritratto del modello neoliberista. In sala anche il Collettivo di fabbrica, in lotta a Campi Bisenzio contro l’annunciata chiusura, che sta immaginando un percorso di reinsediamento produttivo dal basso. Che cosa unisce le due storie

© Collettivo Di Fabbrica - Lavoratori Gkn Firenze

Metti di trovarti una sera al cinema a vedere un film insieme a un gruppo di persone che sta vivendo nel proprio quotidiano, ormai da cinque mesi, ciò che si racconta sullo schermo. Non è un cortocircuito ma una relazione stretta fra immaginazione e realtà, con gli operai presenti in sala che rivivono la loro storia, rappresentata però da un punto di vista opposto al loro. È successo giovedì 9 dicembre a Firenze, al cinema Stensen, dove è stato proiettato il film “Un altro mondo” di Stéphane Brizé, presentato in concorso alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia e in uscita nelle sale italiane nel prossimo mese di febbraio. In sala, col pubblico, un gruppo di operai della Gkn, l’azienda metalmeccanica di Campi Bisenzio, proprietà del fondo d’investimento britannico Melrose, che il 9 luglio scorso comunicò via mail l’improvvisa chiusura dello stabilimento e il contestuale licenziamento dei 422 dipendenti (in realtà circa 500, dovendo includere quelli impiegati in piccole aziende di servizio). 

Il film -terzo di una trilogia di Brizé dedicata al mondo dell’economia e del lavoro- racconta la storia di un manager, direttore di uno stabilimento francese controllato da una multinazionale statunitense, cui viene ordinato di tagliare del 10% il personale (circa 50 operai su 500), senza un apparente motivo, con l’effetto di compromettere l’operatività e la sicurezza dell’azienda. Il film si concentra sui dilemmi etici del manager e mostra la rete di relazioni in cui è inserito: il legame con un funzionario tuttofare che non digerisce il piano di licenziamenti, i buoni rapporti con gli operai grazie alla fama pregressa di direttore dal volto umano, la difficile interazione coi dirigenti di rango superiore e con il superboss negli Usa (magistrale la scena della videoconferenza decisiva). Brizé sembra voler mostrare quanto contano gli individui, le loro scelte, la loro forza morale, nelle dinamiche di potere dell’economia contemporanea, ma quel che emerge con più forza è la potenza di un sistema -l’economia globale finanziarizzata- che sfugge a criteri di condotta comprensibili e razionali. Il personale dev’essere ridimensionato non per ragioni tecniche, operative o per far fronte a fatturati decrescenti, ma perché così vuole Wall Street.

È l’esperienza che stanno facendo gli operai della Gkn, messi fuori su due piedi e senza alcun preavviso, ma all’interno di logiche finanziarie -e non industriali- almeno di medio periodo. Dario Salvetti, del Collettivo di fabbrica Gkn, al termine della proiezione ha detto che almeno uno dei cinque direttori di stabilimento che si sono succeduti a Gkn da quando Melrose ne è proprietaria (da meno di quattro anni), potrebbe corrispondere al protagonista del film, coi suoi problemi di coscienza. Quel direttore rimase in carica pochi mesi ed è possibile che abbia lasciato l’incarico per non portare a termine il progetto che forse Melrose aveva fin dall’inizio: chiudere, anziché far funzionare al meglio, la sede fiorentina. 

“Un altro mondo”, attraverso una storia inventata, rende visibili processi generali, radicatisi negli anni: è come un capitolo di un ideale manuale di economia reale, ben diverso dai testi che si studiano nelle università. E fa capire, questo film, perché la vicenda della Gkn -in fondo uno stabilimento come tanti, di una periferia cittadina, in un’area per altro non famosa per i suoi insediamenti industriali- abbia colpito così tanto l’opinione pubblica e suscitato un inedito fermento sociale e politico attorno a sé. È successo perché il Collettivo di fabbrica Gkn, nell’immediatezza dei fatti, appena arrivata la notizia dell’improvvisa chiusura, è riuscito a impostare un discorso generale, guardando oltre la propria pur difficilissima condizione. Ha fatto capire che la sconvolgente mail recapitata il 9 luglio è una spia -l’ennesima, a dire il vero- che segnala un sistema economico sempre più fuori controllo, oltre che irrimediabilmente avulso da parametri etici anche minimi.

Molti lo hanno capito e questo spiega la quantità e la qualità della mobilitazione attorno al caso Gkn. Siamo immersi in un sistema economico che si regge su alcuni pilastri profondamente marci: uno lo mostra il film, ed è reso evidente nella vita concreta dalla storia della fabbrica fiorentina, dove tutti gli operai -per dire dell’insensatezza dell’operazione- continuano a ricevere da cinque mesi a questa parte lo stipendio pieno, a fabbrica chiusa (e ora occupata dagli stessi operai sostenuti da numerosi volontari esterni). 

“Un altro mondo” finisce in un modo che non stiamo a raccontare, la sorte della Gkn invece è ancora incerta. Salvetti l’altra sera ha detto con onestà che vicende così di solito non finiscono bene, ma stavolta ci sono nuovi fattori in campo. Da un lato l’inattesa mobilitazione, dall’altro la capacità del Consiglio di fabbrica d’essere parte attiva e propositiva nella ricerca di vie d’uscite. L’attenzione generale, al momento, è concentrata sul “consigliere” nominato da Melrose e sulle sue ipotesi di riconversione dello stabilimento (passaggio già visto, con esisti infausti, in vertenze precedenti, a dire il vero), ma gli operai stanno mettendo a punto, con un gruppo di docenti e ricercatori dell’Istituto universitario Sant’Anna di Pisa, un progetto volto a creare un polo italiano della “mobilità sostenibile”, cioè auto e bus elettrici o di nuova generazione, a minore consumo e impatto inquinante, posto che i mezzi di trasporto privati in prospettiva dovrebbero calare di numero, di cui Gkn, che produce semiassi, potrebbe essere uno dei terminali. La richiesta è quella di un intervento finanziario e progettuale degli enti pubblici, superando i vincoli e le ossessioni del modello neoliberista. È una sfida anche politica profonda. Decisiva. In sostanza, a fronte di un’economia che sembra avere perso la testa, sta prendendo corpo l’ipotesi di un percorso di reinsediamento produttivo dal basso, che fa leva sull’intelligenza collettiva. Un percorso che merita d’essere seguito e incoraggiato.

Lorenzo Guadagnucci è giornalista del “Quotidiano Nazionale”. Per Altreconomia ha scritto, tra gli altri, i libri “Noi della Diaz” e “Parole sporche”

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