Altre Economie / Reportage

Agricoltori, allevatori e gruppi di acquisto, alleati contro il terremoto

Dopo il sisma dell’agosto 2016 i mercati locali sono in larga parte scomparsi. Da allora i Gas hanno cercato di offrire alle aziende biologiche di Abruzzo, Lazio, Marche e Umbria una rete di distribuzione alternativa ed efficace

Tratto da Altreconomia 192 — Aprile 2017
La piazza centrale di Illica, in provincia di Rieti, distrutta dopo il terremoto di fine agosto 2016 - Simona Granati / buenavista
La piazza centrale di Illica, in provincia di Rieti, distrutta dopo il terremoto di fine agosto 2016 - Simona Granati / buenavista

“La casa la trovi, è l’unica rimasta in piedi”. Illica, frazione di Accumoli (RI), 850 metri di altitudine. Il viaggio parte da qui, dove tutto è iniziato, in un inverno infinito che dura dal 24 agosto. Alla ricerca della cooperativa Rinascita 78: con un allevamento diversificato e un mercato conquistato a fatica, che toccava Marche, Abruzzo e Roma, questa azienda biologica a conduzione familiare era un caso esemplare di rinnovamento dell’economia montana. Sandra accoglie nell’unico locale agibile dell’abitazione, il caseificio. “Dormiamo da mesi in un camper e due container. Ad agosto qui sono crollate le stalle, a Grisciano il laboratorio per la trasformazione della carne, l’agriturismo, il punto vendita. Abbiamo ripreso, ma con un calo drastico. Abbiamo venduto i maiali, non facciamo più carne e insaccati. Rimane solo il formaggio”.

“Dormiamo da mesi in camper. Ad agosto qui sono crollate le stalle, a Grisciano il laboratorio per la trasformazione della carne, l’agriturismo, il punto vendita”

Rinascita 78 (www.rinascitacoop78.it) è un caso tra tanti, in un sistema economico che appare, nel complesso, annientato dal sisma. Coldiretti stima danni per 2,3 miliardi per 25mila aziende agricole, nei 131 Comuni terremotati di Lazio, Umbria, Marche e Abruzzo. Una casistica infinita (chi ha perso la casa, chi le stalle, chi gli animali, chi tutto) e un’infinità di problemi, per primi la mancata consegna dei moduli abitativi e l’azzeramento del mercato locale. In questo sfacelo cerchiamo di capire, nell’area del primo epicentro, tra Amatrice e Accumoli, come le aziende rimaste abbiano potuto resistere e trovare altri mercati. Nel solo Comune di Amatrice sono censite 118 stalle: piccole aziende familiari con pecore, mucche o maiali, colture di legumi e patate. Qui l’allevamento è stato l’unica attività produttiva a proseguire. In un deserto economico, dove per mesi la popolazione, sparsa in oltre 80 frazioni, ha vissuto senza un bar o un supermercato, con mense e spacci gestiti da Protezione Civile e volontari. E dove l’estensione progressiva dell’area colpita ha causato il crollo del turismo e la perdita di acquirenti nelle regioni vicine.

Per Rinascita 78, già in contatto con i gruppi d’acquisto solidali (Gas) di Roma, la solidarietà è stata cruciale. “Ordiniamo la loro carne da anni, è buonissima -dice Paola del Gas Pigneto, circa 30 famiglie-. A settembre, quando abbiamo saputo dei danni, abbiamo voluto aiutarli con un ordine di formaggio, al prezzo simbolico di 20 euro l’etto”. Dopo l’emergenza il Gas ha continuato il rapporto con l’azienda: ha acquistato in tutto 160 chili di formaggio, per circa 4.400 euro. Ma il sostegno è venuto anche da altre realtà, come la cooperativa romana Agricoltura Nuova, che per Rinascita 78 ha lanciato una campagna di crowdfunding, raccogliendo in 40 giorni 15.000 euro.
Massimiliano Rosati, a Nommisci, Amatrice, alleva mucche da carne e coltiva la patata turchesa, un prodotto tipico dei Monti della Laga, che vendeva ai negozi locali. “Abbiamo ripreso una varietà tradizionale, quasi sparita, che cresce dai 700 ai 1000 metri. Abbiamo creato un’associazione. È l’unica patata presidio Slow Food, per promuoverla siamo andati al Salone del Gusto di Torino”. Dopo la raccolta autunnale, una parte delle patate si è gelata nel container, ma il resto è stato venduto grazie al progetto Amatrice 2.0 e ai Gas.

La patata turchesa, un prodotto tipico dei Monti della Laga, presidio Slow Food. È coltivata, tra gli altri, da Massimiliano Rosati ad Amatrice (RI) - Archivio Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga
La patata turchesa, un prodotto tipico dei Monti della Laga, presidio Slow Food. È coltivata, tra gli altri, da Massimiliano Rosati ad Amatrice (RI) – Archivio Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga

Quanto ha inciso il contributo dell’economia solidale? Giorgia Brugnerotto è presidente dell’associazione PosTribù (https://postribu.net) che coordina il Gas di Rieti, il più vicino alle zone del sisma. “Subito dopo il terremoto -dice- siamo stati sommersi da richieste di Gas e associazioni, volevano capire chi e come aiutare. Non riuscivamo a rispondere a tutti”. Una rete nazionale informale, due facce della stessa medaglia: da una parte il volontariato (singoli o associazioni, come le Brigate di Solidarietà Attiva, brigatesolidarietaattiva.net), che ha supportato gli allevatori nei bisogni quotidiani, procurando container, stufe, fieno, dall’altra gli acquisti. Con alcuni rischi: massima concentrazione nel momento iniziale, corsa al pacco natalizio,scarsa visibilità delle aziende “minori”. Per questo c’è chi, come PosTribù, si impegna in un progetto a lungo termine (“Miele per la vita”), provando ad accompagnare una famiglia di apicoltori colpiti da gravi lutti nella ripresa dell’attività; con la campagna on line PosTerremoto ha raccolto finora 26mila euro. C’è anche chi prova a fare rete puntando al turismo solidale, come racconta Sonia, titolare della Fattoria Santarelli -che a Torrita, una frazione di amatrice, alleva bovini da generazioni- e animatrice dell’Associazione di promozione turistica Salaria, che unisce 22 agriturismi e realtà produttive.
A Pinaco, 2 chilometri da Amatrice, incontriamo Antonio Aureli. È giovane ma viene da una tradizione antica: a inizio ‘900 la sua famiglia già spediva le forme in America. Con 400 pecore, il caseificio, con certificazione biologica dal 2001, produce ricotta e pecorino. Le stalle hanno resistito alle scosse, ma non la sua casa, inagibile. “Avevano promesso i moduli abitativi (MAPRE) per gli allevatori per novembre -racconta-. I lavori sono iniziati il 21 dicembre, ma c’è stata subito una pausa per Natale, poi altre per la neve”. Con un bambino di due anni, la famiglia Aureli ha passato mesi in roulotte e in container, con temperature fino a meno 12. Se le prime tensostrutture per stalle e fienili sono state montate a dicembre, molti allevatori, come lui, sono entrati nel modulo solo a marzo. Ma hanno continuato a lavorare: dopo l’estate si riportano le pecore nelle stalle, e la produzione di latte continua fino alle gravidanze. “Il nostro mercato era quello locale, negozi e ristoranti di Amatrice. Non conoscevamo i Gas ma dopo agosto ci hanno scritto da tutta Italia, da Milano, Genova… grazie a loro abbiamo potuto distribuire circa la metà del prodotto”.

Antonio è tra i promotori del “Consorzio per la tutela e la valorizzazione de l’Amatriciano”, che riunisce 10 allevatori e 2 caseifici e produce un pecorino di qualità. “Abbiamo delimitato l’areale, con pascoli sopra i 600 metri, seguiamo un disciplinare: latte  crudo, non pastorizzato, salatura a secco. Vorremmo arrivare al DOP”. Per saperne di più, bisogna andare sull’altro versante della Laga, quello abruzzese. Come Amatrice, anche Campotosto (AQ) è compresa nel Parco nazionale Gran Sasso e Monti della Laga. Rinaldo D’Alessio, dell’azienda La Mascionara, è il presidente del Consorzio. “Siamo nati nel 2014 mettendo in rete aziende di montagna medio-piccole (in media 300 capi l’una), al di là dei confini regionali. Speravamo di più nella promozione da parte del Parco. Ma la qualità del formaggio si sente: il latte crudo permette il trasferimento dei sentori del pascolo”. La Mascionara produce anche salumi e formaggi rari, come il blu di pecora o il caciofiore aquilano. L’azienda ha sostenuto Amatrice comprando dagli allevatori il latte di pecora a 1,15 euro al litro, un prezzo maggiorato.
Risparmiata in agosto e in ottobre, però, per La Mascionara il momento peggiore è arrivato a gennaio 2017, con le nuove scosse e la neve. Come altri, che avevano resistito fino al 18 gennaio: Casale Nibbi, ad Amatrice, storica azienda bio che produce mele, ciliegie, formaggi di mucca, ha il caseificio inagibile; a Poggio Cancelli (Campotosto) un allevatore che dava latte al Consorzio, distrutte le stalle, ha chiuso l’attività. Nelle regioni colpite è una corsa a svendere i capi. Alla Mascionara, come altrove, si è sofferta la perdita del mercato locale: “La produzione estiva era stata abbondante. Abbiamo venduto grazie a negozi, Gas, associazioni. Abbiamo partecipato fiere e mercati”.

Valentino Antonio, della cooperativa Rinascita 78 di Illica, nel reatino, munge una mucca - Archivio Rinascita 78
Valentino Antonio, della cooperativa Rinascita 78 di Illica, nel reatino, munge una mucca – Archivio Rinascita 78

Grazie allo slogan “SOS pecorino di Amatrice”, diffuso sul web nell’autunno 2016, gruppi d’acquisto solidali da tutta Italia hanno ordinato formaggi e salumi. Come la rete Res.to a Torino (acquisti per 2.322 euro), A tutto Gas Crescenzago, Milano (1.365 euro), Gaspallo, Rapallo (2.200 euro) e molti altri.“ Abbiamo venduto ai Gas circa 70 quintali di prodotti, pari all’80% del totale -dice Rinaldo-: i gruppi d’acquisto sono stati l’unico vero aiuto a livello nazionale”. Spenti i riflettori, continuerà il supporto dei Gas? Quando si riattiveranno il turismo e il mercato locale? Ad aprile in montagna è ancora inverno. Dopo Pasqua, quando le pecore hanno il latte, ricomincia il ciclo. Si riprenderà a fare il formaggio, gli animali torneranno ai pascoli d’alta quota, ma è presto per capire quando l’emergenza e la precarietà finiranno.

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