Ambiente / Attualità

A Torino il consumo di suolo non si è fermato. Qualcosa si muove in Parlamento

Nel quartiere Borgata Parella, alla periferia Ovest del capoluogo, i comitati provano a difendere i prati liberi rimasti tra i palazzi, considerati “vuoti urbani” da valorizzare. Intanto al Senato le sei proposte di legge ferme da oltre un anno sono state riunite. Il Forum Salviamo il paesaggio è critico

Il comitato Salviamo i Prati di Torino

La città di Torino continua a essere tutt’altro che virtuosa in tema di consumo di suolo e il quartiere Borgata Parella, alla periferia Ovest, ne è la dimostrazione. I pochi prati liberi che resistono tra i palazzi sono stati definiti dal piano regolatore della città “zona urbana di trasformazione (Zut)”. Significa, come si legge nel documento urbanistico, che “indipendentemente dallo stato di fatto” sono ammessi interventi di “radicale ristrutturazione urbanistica e di nuovo impianto”. 

L’intenzione di costruire sui prati di Parella è stata stabilita dal Programma integrato del 2009 e ribadita con una variante al piano regolatore nel 2018. Dove c’era l’erba ora a Parella c’è un supermercato con annesso parcheggio e rimangono a disposizione sette lotti da urbanizzare, tre di proprietà di altrettante società immobiliari e quattro del Comune.

Il comitato “Salviamo i prati”, gruppo di cittadini che si è costituito nel 2019, sta cercando di salvaguardare almeno i terreni pubblici, in particolare quello su cui il Comune ha proposto di edificare un palazzetto dello sport e, recentemente, uno studentato per le Universiadi 2025 (per cui Torino ha presentato la candidatura).

Tra le tante iniziative organizzate da “Salviamo i prati”, lo scorso ottobre, sono state presentate delle osservazioni nell’ambito della procedura di revisione del piano regolatore, supportate da centinaia di firme raccolte, con le quali si è chiesto di trasformare l’area in Parco urbano della città (Puc), “cosa che lo renderebbe inedificabile” spiega Maria Cariota, portavoce del comitato. “Ma nessuno dei due assessori all’urbanistica che si sono susseguiti in questa legislatura (prima Guido Montanari poi Antonino Iaria, ndr) hanno sostenuto la battaglia del comitato, affermando che l’unico modo per manutenere l’area fosse ricavare soldi dalla costruzione dell’immobile”.

La logica ancora una volta è quella di servirsi dei prati come “vuoti urbani” da sfruttare, sui quali costruire e incassare gli oneri di urbanizzazione. “Torino non ha solo il primato di città più inquinata d’Italia ma si colloca anche nei primi posti della classifica dei Comuni italiani per superficie cementificata”, continua Cariota. “Il 67% del territorio è coperto di cemento, un dato elevatissimo se si considera che una buona parte della superficie non impermeabilizzata è costituita dalle pendenze della parte collinare”. 

Il primo aprile di quest’anno, le commissioni riunite Urbanistica e Ambiente del Consiglio comunale di Torino hanno proposto di sostenere la proposta di legge nazionale “Norme per l’arresto del consumo di suolo e per il riuso dei suoli urbanizzati (DDL AS 164)”, elaborata dal Forum Salviamo il paesaggio (a cui il comitato “Salviamo i prati” aderisce), e chiedendo in modo esplicito alla Giunta di impegnarsi nella pianificazione urbana della città in coerenza con l’arresto del consumo di suolo. “Nel caso in cui anche il Consiglio comunale dovesse approvare la mozione -continua Cariota- si auspica che agisca poi coerentemente, facendo un passo indietro rispetto alle intenzioni di cementificare il pratone di Parella. Più in generale, riteniamo sia necessario definire inedificabili tutti i terreni liberi, abbandonando la logica perversa del ‘saldo netto’ perseguita dal Comune (quella che prevede che si possa consumare suolo purché in altre aree della città si vada a deimpermeabilizzare, ndr), e quindi di costruire solo in risposta ad effettivi bisogni della comunità e non a fini speculativi”.

Di consumo di suolo il legislatore se ne è occupato più volte: in Senato sono depositate sei proposte di legge e tra queste c’è anche quella elaborata dai tecnici del Forum, l’unica a parlare espressamente di “arresto”. L’iter parlamentare è fermo ormai da almeno un anno, anche se qualcosa di recente si è mosso. La commissione congiunta Ambiente e Agricoltura a fine febbraio ha depositato un testo unico, sintetizzando le sei proposte ferme in Parlamento. La nuova proposta di legge, orientata sul tema della rigenerazione urbana e il riuso del suolo, presenta alcuni spunti interessanti: si parla, ad esempio, di “favorire il riuso edilizio di aree già urbanizzate” con “elevati standard di efficienza idrica ed energetica degli edifici”, tutelare i centri storici e i centri urbani dal degrado e, infine, “favorire la partecipazione attiva degli abitanti alla progettazione e alla gestione dei programmi di rigenerazione urbana”. 

Inoltre, il testo dispone l’esecuzione di un censimento edilizio nazionale per rilevare la “quantificazione e la qualificazione delle aree urbanizzate e infrastrutturate esistenti”, “individuando gli edifici, sia pubblici che privati, sfitti, non utilizzati o abbandonati”. Il fine è quello di “creare una banca dati del patrimonio edilizio pubblico e privato inutilizzato, denominata “banca dati del riuso, disponibile per il recupero o il riuso, nonché per tenere aggiornato lo stato del consumo di suolo”. Esattamente quello che Salviamo il paesaggio aveva iniziato a fare nel 2013, senza alcun sostegno da parte delle istituzioni: attraverso il suo  “censimento del cemento”, la rete composta da oltre mille comitati locali, aveva raccolto, per mezzo dei Comuni, il numero di edifici vuoti e da riutilizzare, dimostrando come le previsioni di espansione dei piani regolatori locali non tenessero conto in alcun modo del reale aumento della popolazione. 

Un rilevamento che, seppur parziale, ha messo in evidenza da una parte che il 30-40 per cento del patrimonio edilizio esistente è vuoto o inutilizzato ma allo stesso tempo che la capacità insediativa residenziale prevista dai piani regolatori è maggiore del 76% rispetto all’effettiva crescita della popolazione. Ciò significa, in altri termini, che in questo momento storico i Comuni italiani prevedono di costruire quasi il doppio rispetto a ciò che già esiste. Una tendenza confermata anche dagli annuali rapporti dell’Ispra sul consumo di suolo: si continua a costruire diminuisce la popolazione. Nel 2019 un cittadino italiano poteva contare su 355 metri quadrati di superfici costruite. Erano 353 nel 2018, 351 nel 2017.

Tornando al testo unificato del Senato, il Forum si è espresso però in modo critico. “La nostra proposta di legge si è di fatto sdoppiata in due tronconi. Ed è, a nostro parere, un grave errore” spiega ad Altreconomia Alessandro Mortarino, coordinatore di Salviamo il paesaggio. “La nostra proposta univa i due elementi basilari, consumo di suolo e rigenerazione/riuso, in un solo testo. Ora ne troviamo due: uno molto complesso, perché vuole occuparsi in un sol colpo di temi troppo slegati tra loro, e l’altro finalizzato al solo suolo agricolo e non al suolo libero e a tutto quello libero. È un errore. Una legge che sarebbe invece essenziale trovasse posto all’interno del Piano nazionale di ripresa e resilienza, come primario tema da finanziare in accordo con le strategie del Next Generation Eu”.

Anche Paolo Pileri, docente di pianificazione e progettazione urbanistica al Politecnico di Milano ed editorialista di Altreconomia, è scettico: “La fusione ha prodotto cose buone ma non ha eliminato cose problematiche come quella di condizionare l’azione locale in modo perentorio. Si parla di rigenerazione urbana in modo virtuoso ma non si dice con la dovuta chiarezza che non si deve più toccare un solo centimetro quadrato di suolo libero”. “Stiamo dicendo di essere virtuosi ma pure di portare avanti le pratiche non virtuose che sono quelle ampiamente permesse dalle norme vigenti, senza dirlo esplicitamente. Temo -conclude Pileri- che leggi come questa non producano il cambiamento integrale e radicale di cui abbiamo bisogno”. 

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