Diritti

Wto, negoziati in stallo a Ginevra

Da Direttore generale a semplice levatrice. È la carriera al contrario di Pascal Lamy che alla domanda della giornalista della BBC sulle strategie prossime in vista della ministeriale 2011 dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto), in programma a dicembre, preferisce l’understatement…

Da Direttore generale a semplice levatrice. È la carriera al contrario di Pascal Lamy che alla domanda della giornalista della BBC sulle strategie prossime in vista della ministeriale 2011 dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto), in programma a dicembre, preferisce l’understatement al profilo  istituzionale, facendo sorridere l’intervistatrice e ridere mezza platea. Se il Direttore della Wto dichiara di “non avere strategie” e di avere solo il ruolo di facilitatore (“la Wto è dei Paesi membri”), questo succede perché i negoziati del ciclo di Doha sono a un punto morto: dopo 10 anni (da compiere il prossimo novembre), il Round per lo sviluppo altro non ha fatto che essere testimone di uno sfacelo globale, con un sistema finanziario impazzito come conseguenza delle liberalizzazioni e le deregolamentazioni degli ultimi 20 anni, ispirate dalla stessa filosofia che sta dietro alcuni negoziati commerciali, come quello sui servizi (“Gats”) che tratta anche di servizi finanziari.
È questa la fotografia simbolica del Public Forum 2011 dell’Organizzazione mondiale del commercio, appena concluso a Ginevra con oltre 1500 delegati. È una Wto non più aggiornata, come ha avuto modo di dire anche Lori Wallach coordinatrice dell’Ong statunitense Public Citizen. Perché nasce nel 1995 e si consolida nei primi anni 2000, quando il mondo, in verità, era totalmente diverso. Ma sembra che per i negoziatori di Rue de Lausanne questo non sia un problema, e che anzi l’unica ricetta possibile alla crisi del sistema mondiale sia ancora più liberalizzazioni, più apertura dei mercati, più deregolamentazione degli investimenti.
Rimane ancora aperto, ad esempio, il capitolo cotone, con milioni di piccoli produttori africani appesi al filo dei sussidi statunitensi ed europei oramai dal lontano 2003. “Cercando di prenderci per stanchezza” confessa con un poco di ironia l’Ambasciatore del Burkina Faso, Vokouma, referente per il suo Paese nel gruppo del C4, dove assieme ai suoi corrispettivi di Chad, Mali e Benin prova senza successo a portare le richieste dei Paesi africani sul tavolo di chi conta. Le speranze sono poche, e sono appese alla causa vinta dal Brasile diversi anni fa davanti al Tribunale della Wto, che ha portato gli Stati Uniti d’America a ripensare alla questione dei sussidi al cotone (ma non a risolverla), una situazione in veloce cambiamento visto che i giochi aperti dalla sentenza dovranno chiusi nel 2012. Le speranze sono legate anche alla possibilità di un “early harvest”, una raccolta precoce dove si cercherà di salvare il salvabile con una serie di accordi settoriali, provando a far procedere il negoziato ormai stantìo su percorsi più flessibili. Perché il problema dello stallo, per Lamy, “non è istituzionale”, ma “procedurale”, quindi proviamo a cambiare l’approccio perché la Wto è viva e vegeta, altro che crisi di legittimità.
Quello che per i produttori di cotone può essere vista come una via d’uscita, si vedrà quanto percorribile e sostenibile, per l’intero negoziato può essere una boccata d’ossigeno. Per la società civile del mondo intero, però, è una velata minaccia.
“Early harvest” vuole dire, comunque, più liberalizzazioni, anche in campo agricolo e dei servizi, oltre che per tutta una serie di altri capitoli (i cosiddetti “New Issues”) dove sta facendo capolino anche il cambiamento climatico, con la questione delle tecnologie green.
In un contesto dove si ritiene che le normative ambientali non debbano essere prioritarie rispetto agli accordi commerciali e che, anzi, questi ultimi dovrebbero essere tutelati da regolamentazioni eccessive, parlare di lotta al cambiamento climatico significa non mettere in discussione comunque il moloch del mercato, che della crisi climatica è il primo responsabile.
I prossimi mesi saranno campali per la governance globale: G20 a Cannes a novembre, COP17 a Durban a dicembre e pochi giorni dopo la ministeriale Wto di Ginevra. Tre crisi, finanziaria, climatica ed economica, riassunte in tre appuntamenti. Manca solo quella sociale. Sulla quale, però, stanno prendendo la parola le piazze.

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