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Gli equilibrismi del welfare familiare. Tra lavoro, tempo di vita e cura nell’Italia di oggi

La sfida della conciliazione tra asili nido, bonus e congedi. Alla ricerca di soluzioni nuove per vite sempre più “precarie”. La copertina del numero di aprile 2018 di Altreconomia

Tratto da Altreconomia 203 — Aprile 2018
A gennaio 2018, l’occupazione femminile ha raggiunto il 49,3%. Per l’Italia un livello record, ma tra i più bassi in Europa (74,5% in Germania, 66,3% in Francia) - © shutterstock.com

È stata una grande novità delle ultime elezioni, ma in pochi l’hanno notata. “Per la prima volta nel nostro Paese, il tema della conciliazione è stato affrontato da tutte le diverse forze politiche nei loro programmi elettorali”, dice la sociologa Chiara Saraceno. L’equilibrio tra la vita professionale, privata e familiare -o tra i tempi della vita e quelli del lavoro- è un tema rimasto a lungo ai margini del dibattito italiano, ma che sta finalmente acquisendo la giusta importanza anche nel nostro Paese.

Nel settembre 2016 il Parlamento europeo ha riconosciuto “la riconciliazione della vita professionale, privata e familiare come un diritto fondamentale per tutti”, definendola come “un concetto ampio”, che comprende tutte le politiche volte a promuovere “un equilibrio adeguato e proporzionato tra i vari aspetti della vita delle persone”, conciliando “il lavoro, l’assistenza e il tempo con i familiari, gli amici, il tempo libero e lo sviluppo personale”. Un tema che richiede non solo “politiche solide, trasversali, strutturali, coerenti e globali”, ma soprattutto “uno spostamento culturale nella società, affrontando gli stereotipi di genere in modo che il lavoro e le cure siano ripartiti in modo più uniforme tra uomini e donne”, si legge nella risoluzione europea “Creating labour market conditions favourable for work-life balance” dell’agosto 2016.

Un primo aspetto fondamentale da mettere a fuoco, spiega Saraceno, è che “non si tratta solamente di un problema femminile. Guardarlo da questa prospettiva è molto limitante e non arriveremo mai a una soluzione. Occorre invece affrontare più in generale il tema del rapporto tra lavoro remunerato, lavoro di cura e lavoro familiare come una questione centrale della vita di uomini e donne, svincolandoci dall’idea che il lavoratore vero, in quanto uomo, non debba affrontare problemi di conciliazione”. E quindi, continua Saraceno, la politica deve avere “uno sguardo complessivo sul tempo di lavoro, i congedi, i servizi e una maggiore collaborazione familiare”. In quest’ottica, i giorni di congedo per i padri sono stati introdotti per legge nel 2012, alternativi e autonomi rispetto al congedo di maternità. “Si tratta di un’innovazione importante, ma principalmente sul piano simbolico”, osserva Ilaria Madama, professore associato di Scienze politiche all’Università degli Studi di Milano. Per il 2018 ai padri lavoratori dipendenti spettano infatti solo quattro giorni di congedo obbligatorio, entro il quinto mese di vita del bimbo, più un giorno facoltativo.


Per il 2018 ai padri lavoratori dipendenti spettano solo quattro giorni di congedo obbligatorio, entro il quinto mese di vita del bambino

I congedi parentali sono uno dei tasselli fondamentali delle politiche di conciliazione: in Italia sono facoltativi e possono essere utilizzati dai lavoratori dipendenti “entro i primi 12 anni di vita del bambino, per un periodo complessivo tra i due genitori non superiore a dieci mesi”, dice l’Inps. “Ma la fruizione dei congedi per i lavoratori atipici o a tempo determinato è più complicata e la compensazione economica è inferiore rispetto a molti altri Paesi europei”, osserva Madama. Si ferma al 30% della retribuzione media giornaliera, entro i primi sei anni di età del bambino e per un periodo massimo complessivo per i genitori di sei mesi (estendibile solo per i genitori con retribuzione inferiore a una specifica soglia). “Fra i Paesi europei c’è una forte eterogeneità in relazione ai requisiti d’accesso, alla durata e alla compensazione economica previsti dai congedi -continua Madama-. Questa variabilità è minore nel caso dei congedi di maternità, anche se persistono differenze”. In Italia, per esempio, è di cinque mesi con una copertura dell’80% del salario, mentre in Germania sono previste 14 settimane e nei Paesi Bassi 16, in entrambi i casi con una copertura del 100%. “I congedi di paternità sono estremamente variabili, generalmente più brevi, ma con compensazioni più alte”. In Portogallo, per esempio, sono previsti 25 giorni (15 e altri 10 facoltativi) -contro i 5 (4 e uno facoltativo) dell’Italia- al 100% del salario.

In Italia solo il 22,8% dei bambini di età acompresa tra 0 e 3 anni trova posto negli asili. Nel Mezzogiorno il dato scende al 10% - © istockphoto.com
In Italia solo il 22,8% dei bambini di età compresa tra 0 e 3 anni trova posto negli asili. Nel Mezzogiorno il dato scende al 10% – © istockphoto.com

Cambia ancora la situazione nel caso dei congedi parentali facoltativi. In Italia sono previsti complessivamente fino a 10 mesi (che diventano 11 se il padre ne prende almeno 3) con una compensazione al 30%, ma solo per i primi sei mesi ed estendibili solo per i genitori con una retribuzione inferiore a una certa soglia. In Germania sono 12 mesi di congedo fra i due genitori, più altri due di bonus se entrambi ne hanno presi almeno due, con un compensazione più elevata, al 65% dello stipendio. Un altro tipo di intervento a sostegno delle famiglie che possono favorire la conciliazione sono i trasferimenti monetari. In Italia la misura principale di sostegno al reddito delle famiglie è rappresentata dagli assegni erogati dall’Inps. “Sono una forma di sostegno al reddito che varia in base alla tipologia del nucleo familiare, del numero dei componenti e del reddito complessivo, penalizzando così le famiglie a doppio reddito, e sono destinati ai lavoratori con un lavoro dipendente, parasubordinato o ai pensionati (con pensione da lavoro dipendente): una platea limitata che esclude gli autonomi o chi è senza lavoro”, dice Madama.

25 giorni di congedo parentale che spettano a un neo-papà in Portogallo

Tra le innovazioni più recenti in materia di trasferimenti monetari ci sono il premio alla nascita (“Bonus mamma domani”) di 800 euro per la nascita o l’adozione di un minore; il contributo economico a sostegno della genitorialità, fino a 1.000 euro per contribuire al pagamento delle rette degli asili nido pubblici e privati autorizzati (“Bonus asilo nido”) o per servizi assistenziali domiciliari per bambini con meno di tre anni, affetti da gravi patologie croniche. È previsto anche un contributo per l’asilo nido o per l’acquisto di servizi di baby-sitting fino a sei mesi (tre per le lavoratrici autonome) e un massimo di 600 euro mensili per le madri che rinunciano in tutto o in parte al congedo facoltativo.

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A questi contributi ha fatto riferimento dopo le elezioni anche il Movimento 5 stelle, che vorrebbe “riportare il nostro Paese al primo posto in Europa per nascite”, a partire dai “rimborsi per asili nido, pannolini e baby-sitter”. “Ma da dove verranno le risorse per attuare le proposte politiche fatte nelle ultime elezioni?”, chiede Saraceno. Per sostenere le famiglie con figli, il M5s prevede un investimento di 17 miliardi di euro, da coprire “inglobando il reddito di inclusione (2,5 miliardi annui), sostituito dal nostro reddito di cittadinanza, e con un mix di spending review ed eventuale deficit”. Intanto però, l’Istat ha rilevato un aumento per le famiglie nel costo dei servizi socio-educativi per la prima infanzia. Dal 2004 al 2014 la spesa delle famiglie è passata dal 17,4 al 20,3% della spesa corrente impegnata dai Comuni per i servizi socio-educativi, che nel 2014 è stata di 1 miliardo 482 milioni di euro (il 5% in meno rispetto all’anno precedente). L’Italia non è riuscita a raggiungere l’obiettivo della “Strategia di Lisbona” (2000), che aveva fissato una copertura del 33% dei servizi alla prima infanzia (0-3 anni) entro il 2010, per promuovere la maggiore partecipazione delle donne nel mercato del lavoro e migliorare la conciliazione della vita familiare e lavorativa. La media italiana è del 22,8% (Istat, 2014), ma con un grave divario tra Nord e Sud, dove questa percentuale scende al 10. E i bambini con meno di tre anni accolti nei servizi comunali, o finanziati dai Comuni, sono in media il 18,3% al Centro e il 4,1% al Sud.

12,5% i minori che vivono in condizioni di povertà assoluta in Italia

Nel 2007, il dipartimento per le Politiche della famiglia aveva avviato un “Piano straordinario triennale per lo sviluppo dei servizi socio educativi per la prima infanzia”, trasferendo alle Regioni e Province autonome oltre 616 milioni di euro fino al 2012, per potenziare l’offerta dei servizi per la prima infanzia e garantirne la qualità. L’eredità di quel piano è stata poi accolta nel 2017 da un’importante novità: il decreto legislativo 65/2017 ha istituito lo scorso maggio, per la prima volta in Italia, un “sistema integrato di educazione e di istruzione dalla nascita sino a sei anni”, con l’obiettivo di raggiungere quel 33% fissato dall’Europa e una copertura del 75% dei Comuni dei servizi educativi per la primissima infanzia.

Secondo l’Istat, dal 2004 al 2014 la spesa delle famiglie è passata dal 17,4 al 20,3% della spesa corrente impegnata dai Comuni per i servizi socio-educativi

La creazione di un “sistema integrato” dedicato all’educazione delle bambine e dei bambini è finalizzato a promuovere la qualità e la continuità del percorso educativo e scolastico e “ridurre gli svantaggi culturali, sociali e relazionali”, per favorire l’inclusione e “la conciliazione tra i tempi e le tipologie di lavoro dei genitori e la cura delle bambine e dei bambini, con particolare attenzione alle famiglie monoparentali”. Sono considerati servizi educativi per l’infanzia i nidi e micronidi per i bambini tra i tre e i 36 mesi d’età; le “sezioni primavera”, tra i 24 e i 36 mesi; i “servizi integrativi che concorrono all’educazione e alla cura”, in modo flessibile, come gli spazi gioco con la presenza degli educatori, i centri che accolgono i bambini nei primi mesi di vita accompagnati da un adulto e i servizi educativi domiciliari. E infine, la scuola dell’infanzia per i bimbi tra i tre e i sei anni. La legge parla anche di welfare aziendale nei termini di un “Buono nido” fino a 150 euro mensili, che le ditte possono erogare alle lavoratrici e ai lavoratori con figli che hanno un’età tra i tre mesi e i tre anni, spendibile nel sistema dei nidi accreditati. Il Piano di azione nazionale pluriennale per la promozione di questo sistema integrato di educazione e istruzione è entrato ufficialmente in vigore lo scorso gennaio, a seguito della delibera del Consiglio dei ministri dell’11 dicembre 2017. Per sostenere il Piano è stato previsto un investimento -cofinanziato dalle Regioni- di 209 milioni di euro per l’anno 2017, 224 milioni per il 2018 e 239 milioni dal 2019.

Ma nel nostro Paese “la spesa per l’infanzia è da sempre residuale”, avverte l’Ong Save the children nel rapporto “Futuro in partenza? L’impatto delle povertà educative sull’infanzia in Italia” (2017, savethechildren.it). Dal report emerge che “l’accesso ai servizi per la prima infanzia di qualità rappresenta un intervento chiave per sconfiggere la povertà educativa”. Mentre la povertà assoluta tra i minori continua ad aumentare -in dieci anni è triplicata, arrivando nel 2016 al 12,5%-, i dati dicono che la percentuale di ragazzi di 15 anni appartenenti alla fascia delle famiglie più povere che non raggiungono le competenze minime in matematica e lettura diminuisce notevolmente all’aumentare della frequenza al nido o altri servizi integrativi per l’infanzia. In questo senso, si legge nel report, l’asilo nido rappresenta “un hub socio-educativo, dove sin dalla primissima infanzia attivare percorsi di resilienza che coinvolgano tutta la famiglia”, oltre a essere un importante strumento di conciliazione che favorisce la riduzione del tasso di disoccupazione femminile.

In Italia c’è una popolazione sempre più anziana e che ha bisogno di cure. Secondo l’Istat uno su due soffre di una malattia cronica grave e il 23% ha problemi motori. Ma i servizi di assistenza domiciliare sono troppo costosi per chi ha redditi bassi - © istockphoto.com
In Italia c’è una popolazione sempre più anziana e che ha bisogno di cure. Secondo l’Istat uno su due soffre di una malattia cronica grave e il 23% ha problemi motori. Ma i servizi di assistenza domiciliare sono troppo costosi per chi ha redditi bassi – © istockphoto.com

L’Istat ha registrato nel gennaio 2018 un record positivo nell’occupazione femminile: 49,3% (per gli uomini è al 67%). Un dato che resta comunque tra i più bassi d’Europa (in Germania è al 74,5%, al 66,3% in Francia) e ci tiene in un limbo, poiché “esiste una correlazione positiva tra l’occupazione femminile e i tassi di fecondità”, spiega Ilaria Madama: dove c’è più lavoro si fanno più figli. “L’occupazione femminile ha infatti un impatto positivo sulla povertà minorile e sulle scelte procreative delle famiglie, rallentando così anche il processo di invecchiamento demografico del Paese. Le politiche di conciliazione tuttavia possono generare un circolo virtuoso solo se riescono a confrontarsi con la complessità attuale, delle famiglie e del lavoro”.

In generale, l’Italia arriva in ritardo rispetto a molti altri Paesi europei, tra cui la Francia e la Germania -“dove le prestazioni sono più generose”, sottolinea Madama- e le nuove risorse investite “non sono comunque sufficienti a colmare l’arretratezza del modello italiano”. A livello europeo, questi temi si stanno affrontando anche con la recente adozione dell’“European Pillar of Social Rights” (il “Pilastro europeo dei diritti sociali”), uno strumento di garanzia dei diritti per raggiungere la giustizia e l’uguaglianza sociale, sancito lo scorso novembre durante l’ultimo Social Summit per l’occupazione equa e la crescita, a Göteborg (Svezia). Il “Pilastro” si basa su 20 principi chiave: il nono è dedicato proprio all’ “equilibrio tra attività professionale e vita familiare” e proclama il “diritto a un congedo appropriato, modalità di lavoro flessibili e accesso a servizi di assistenza” e l’importanza della parità di genere. “Gli uomini e le donne hanno pari accesso ai congedi speciali al fine di adempiere le loro responsabilità di assistenza e sono incoraggiati a usufruirne in modo equilibrato”. Si parla anche del diritto dei bambini “all’educazione e cura della prima infanzia, a costi sostenibili e di buona qualità” e del loro diritto a “essere protetti dalla povertà”. Anche l’assistenza sanitaria “preventiva e terapeutica” deve essere “di buona qualità e a costi accessibili” per tutti e “ogni persona ha diritto a servizi di assistenza a lungo termine di qualità e a prezzi accessibili, in particolare ai servizi di assistenza a domicilio e ai servizi locali”.

Un altro aspetto che limita il dibattito italiano sulla conciliazione -secondo Chiara Saraceno- è proprio che lo si affronta “quasi esclusivamente rispetto alla presenza di bambini molto piccoli, in età prescolare, come se non ci fossero gli stessi problemi di conciliazione in altre fasi della vita. Pensiamo a quando i bambini crescono o le persone si ammalano o, ancora, alla popolazione anziana”.

Secondo Saraceno, infatti, il tema della cura e della conciliazione “riguarda esplicitamente anche gli anziani”, anche se si tratta di un aspetto finora trascurato. I servizi domiciliari e diurni sono pochi e costosi per chi ha un reddito basso e spesso si trascura il fatto che “la cura familiare non possa essere sempre adeguata alle diverse esigenze”, osserva Saraceno. Si riduce il gap di genere nella mortalità (4,3 anni) e si allunga la speranza di vita, che nel 2016 era di 80,6 anni per gli uomini e 84,9 anni per le donne. C’è quindi una popolazione sempre più anziana che ha bisogno di cure: “Dopo i 75 anni gli anziani in Italia vivono in condizioni di salute peggiori”, avverte l’Istat, un anziano su due soffre di almeno una malattia cronica grave e il 23% ha gravi limitazioni motorie. Per questo, alcune Regioni erogano “Buoni servizio di conciliazione” a favore dei nuclei familiari con persone anziane e disabili e l’Inps prevede un bonus disabili per chi assiste un parente dagli 80 anni in su (“Fondo caregivers”).

Ma -tra donne e uomini, bambini e anziani- ha ancora senso parlare di conciliazione così come era stata pensata questa politica negli anni Ottanta, “quando la vita e il lavoro erano più ordinati?”, si chiede Sandra Burchi, sociologa del dipartimento di Scienze sociali dell’Università di Pisa. “Il mondo del lavoro è cambiato così tanto che, per esempio, parlare di orari sembra strano: oggi in pochi sanno a che ora iniziano e finiscono di lavorare -dice Burchi-. Non a caso è stato introdotto il termine work-life balance, perché non esiste più una divisione tra vita e lavoro e da una polarità vita-lavoro si è passati a una pluralità di vite e lavori”. In questa nuova prospettiva, più che conciliare, ciascuno deve quindi inventare il suo personale equilibrio vitale, meno prevedibile e spesso costruito in privato.

Secondo Chiara Saraceno, il tema della cura e della conciliazione “riguarda esplicitamente anche gli anziani”, anche se si tratta di un aspetto finora trascurato

Per questo s’inventano nuove forme di sostegno familiare e, osserva Burchi, “aumentano i servizi privati, i coworking dedicati alle donne, le esperienze locali e auto-organizzate e anche i progetti di welfare aziendale”. Il Censis ha stimato lo scorso gennaio in 21 miliardi di euro il valore potenziale del welfare aziendale, se i servizi a sostegno del reddito e per migliorarne la vita privata e lavorativa fossero garantiti a tutti i lavoratori del settore privato. Secondo l’indagine 2017 “Welfare Index PMI” -promossa da Generali Italia, con la partecipazione di Confindustria, Confagricoltura, Confartigianato e Confprofessioni- condotta su un campione di 3.422 piccole e medie imprese (sulle 662.440 presenti in Italia), tra le aree con un maggiore incremento del tasso di iniziativa, la conciliazione vita-lavoro è cresciuta nel 2017 dal 22% al 31% (con un picco del 72,4% nel Terzo settore), con iniziative di smart working, telelavoro e flessibilità oraria aggiuntiva -che è l’iniziativa adottata più spesso, nel 27,2% dei casi. Sono invece ancora poco diffusi i servizi di sostegno alla maternità come asili nido aziendali o convenzionati, scuole materne e doposcuola, babysitter e altri servizi di facilitazione della vita come il disbrigo di pratiche burocratiche o i trasporti aziendali. In un contesto lavorativo sempre più complesso e precario, “il sistema di conciliazione si è fatto plurale”, dice Burchi. Parliamo infatti di vite e di lavori e alle risposte date dalle istituzioni o dalle imprese “si affiancano sempre più nuove organizzazioni individuali e comunitarie, e prende maggiore spazio il welfare familistico”.

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