Diritti / Varie

Vite maltrattate

Illuse dal miraggio di una vita migliore -come parrucchiere o modelle- molte ragazze divengono vittime della tratta. E c’è chi specula sulla richiesta di asilo. Per i trafficanti, l’esodo dei profughi in fuga dalla Libia rappresenta un canale perfetto per far arrivare in Italia la propria “merce”

Tratto da Altreconomia 177 — Dicembre 2015

Aysha, 25 anni, ha sulle spalle un debito di 35mila euro da saldare ai trafficanti che l’hanno portata in Italia dalla Nigeria. Quando sbarca a Lampedusa, nel settembre 2014, ha con sé solo un foglietto con un numero di telefono da chiamare non appena avrà presentato domanda d’asilo. Il piano dei suoi aguzzini è semplice: costringere Aysha a prostituirsi con un permesso di soggiorno in tasca. Quel semplice pezzo di carta, infatti, può avere uno straordinario potere.
“Gli sfruttatori hanno la garanzia di poter sfruttare a lungo queste donne, senza preoccupazione che finiscano in un Cie -spiega suor Claudia Biondi responsabile dell’area tratta e prostituzione di Caritas Ambrosiana-. Noi operatori perdiamo lo strumento più efficace a nostra disposizione: non possiamo più offrire la possibilità di uscire dalla clandestinità perché queste donne sono già in regola. E non hanno interesse a denunciare”.
Un modus operandi che si sta diffondendo da un anno a questa parte. “In passato le ragazze nigeriane restavano prevalentemente in una condizione di ‘clandestinità’ -spiega Tiziana Bianchini della cooperativa Lotta contro l’emarginazione di Sesto San Giovanni (MI)-. Oggi, invece, arrivano in Italia su un barcone e attraverso la richiesta d’asilo i loro sfruttatori hanno trovato un modo per farle entrare legalmente”.

Per i trafficanti, l’esodo dei profughi in fuga dalla Libia rappresenta un canale perfetto per far arrivare in Italia la propria “merce”. In base ai dati dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni tra il 1° gennaio e il 30 settembre 2015 sono arrivate in Italia 4.371 donne e ragazze di nazionalità nigeriana. “Con un aumento di quattro volte rispetto allo stesso periodo del 2014, in cui sono state poco più di mille -spiega il portavoce in Italia, Flavio Di Giacomo-. E sono sempre più giovani”.
Le rotte della tratta e quelle dei richiedenti asilo si intrecciano. Una volta sbarcate in Italia, le giovani nigeriane vengono inserite nei centri d’accoglienza dopo aver presentato domanda d’asilo. È a questo punto che le maman e gli sfruttatori riprendono i contatti. “A volte le ragazze spariscono pochi giorni dopo l’arrivo -spiega  Andrea Morniroli del consorzio di cooperative sociali “Dedalus” -. Altre volte, se vengono accolte in strutture gestite da enti poco attenti, in alberghi o in centri troppo grandi le giovani nigeriane escono per andare a prostituirsi”.
Lo sfruttamento, dunque, inizia già nei mesi che precedono il colloquio con la Commissione che dovrà esaminare la loro richiesta di protezione. Diverse associazioni hanno già registrato un aumento del numero delle donne nigeriane sulle strade: “Negli ultimi due mesi abbiamo visto un aumento consistente, almeno del 50%, delle prostitute nigeriane. Tutte giovanissime”, spiega Alberto Mossino, referente del Piam, associazione che da anni si occupa delle vittime di tratta in Piemonte.

Contrastare questa situazione è molto complesso. Intercettare le vittime di tratta al momento dello sbarco è quasi impossibile: sulle banchine dei porti si preferisce lasciare spazio alla polizia anziché agli operatori attenti a cogliere queste dinamiche. Con la sola eccezione di Palermo dove, da qualche mese, lavorano le associazioni cittadine impegnate nel contrasto alla tratta e allo sfruttamento della prostituzione. “Eppure anche qui abbiamo avuto modo di incontrare sulle strade le stesse ragazze sbarcate solo pochi giorni prima”, denuncia Fulvio Vassallo Paelologo, docente di diritto Università di Palermo e attento osservatore della realtà migratoria siciliana.
Qualcosa di più si può fare nei centri di accoglienza. A patto però che si riescano a costruire alleanze positive. Grazie a un accordo con la Prefettura di Monza, ad esempio, le operatrici di “Lotta all’emarginazione” hanno  incontrato una quarantina di donne nigeriane all’interno dei Centri d’accoglienza straordinari nella provincia di Monza: cinque hanno accettato di entrare nei programmi di protezione per vittime di tratta. Un accordo analogo è stato siglato dalla Prefettura di Napoli con il consorzio di cooperative sociali “Dedalus” lo scorso marzo, ma non tutti gli enti gestori sono disposti a collaborare: “Quelli più seri erano ben felici della nostra presenza. Altri sono più ostici a farci entrare” dice Morniroli.

Per le donne nigeriane, però, ottenere l’asilo non è semplice: “Non dicono di essere vittime di tratta perché sono spaventate e ricattate -spiega Tiziana Bianchini-. Raccontano storie molto simili tra loro e poco credibili, perché così sono state istruite”. Per chi riceve un “no” dalla Commissione si aprono le porte dei Centri di identificazione ed espulsione (Cie) con il rischio di essere rimpatriate in Nigeria: doppiamente vittime di un sistema che dovrebbe proteggerle e che invece, spesso, presta il fianco alle associazioni criminali.

Un sistema che talvolta non riesce nemmeno a riconoscere le donne nigeriane come potenziali vittime di tratta. Come è successo a 66 ragazze trasferite al Cie di Ponte Galeria (a Roma) nel luglio scorso subito dopo lo sbarco e con un decreto di respingimento tra le mani. Da qui avrebbero dovuto essere rimandate in Nigeria in blocco, senza nemmeno la possibilità di chiedere protezione. Solo grazie all’intervento di alcuni avvocati e attivisti della campagna “LasciateCientrare” (lasciatecientrare.it) le giovani hanno potuto presentare domanda d’asilo: “Ma tempi così ristretti e la detenzione in un Cie non sono certo le migliori condizioni per convincere le vittime di tratta a denunciare i loro aguzzini -spiega Francesca De Masi, operatrice della cooperativa Be Free di Roma che dal 2008 opera a Ponte Galeria-. Serve molto tempo per conquistarsi la fiducia di queste donne, che sono molto  spaventate e non si fidano di nessuno”. Uno sforzo che comunque non ha salvato 19 ragazze dal volo di rimpatrio verso Lagos, mentre altre trenta si trovano ancora a Ponte Galeria in attesa di capire cosa sarà del loro destino.

“Sono poco più che bambine, molte non sanno nemmeno scrivere il proprio nome”, spiega suor Monica Chikwe, nigeriana, dell’associazione “Slaves no more” (www.slavesnomore.it).
Povertà e bassissimi livelli di istruzione fanno di queste ragazze le prede ideali. Quasi tutte vegnono dallo Stato di Edo, nel sud del Paese. Il fenomeno è talmente diffuso che -secondo alcune stime- solo nella capitale, Benin City, almeno una famiglia su dieci avrebbe una sorella, una figlia o una cugina coinvolta nel fenomeno.
“Probabilmente nelle città c’è una maggiore consapevolezza -riflette suor Monica-. Per questo, negli ultimi anni, i trafficanti vanno a cercare le loro prede nei villaggi. Spesso sono i genitori a incoraggiarle a partire, con la speranza di migliorare le condizioni di vita della famiglia”.
Le giovani nigeriane che partono per l’Europa lo fanno con la promessa di un lavoro come baby sitter o come parrucchiera. Alcune persino con l’offerta di una borsa di studio o il miraggio di una carriera come modella. Per tutte la promessa di pagare il debito contratto per pagare il viaggio (dai 20mila dollari in su) viene siglata con un rito vodoo e la minaccia di punizioni “divine” in caso di disobbedienza, ribellione o tentativo di fuga. Un ulteriore anello di una lunga catena di sfruttamento e violenze sempre più difficile da spezzare.

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