Economia

Vi piace il peperoncino? Occhio al colore – Ae 50

Numero 50, maggio 2004L'allarme e i controlli riguardano tutta l'Unione Europea. All'origine un peperoncino “troppo rosso”, colorato con il Sudan I, cancerogeno. Ritirato anche il peperoncino del commercio equo del KenyaSe vi piace il peperoncino, questa storia vi riguarda. Nei…

Tratto da Altreconomia 50 — Maggio 2004

Numero 50, maggio 2004

L'allarme e i controlli riguardano tutta l'Unione Europea. All'origine un peperoncino “troppo rosso”, colorato con il Sudan I, cancerogeno. Ritirato anche il peperoncino del commercio equo del Kenya

Se vi piace il peperoncino, questa storia vi riguarda. Nei mesi scorsi infatti, in Italia e nell'Unione Europea, sono stati ritirati dal mercato sughi, paste, salsicce e salami piccanti contenenti peperoncino e, soprattutto, bustine di peperoncino in polvere. È questo infatti il prodotto sotto accusa. Nel maggio 2003 la Francia ha notificato, attraverso il sistema di allarme rapido per gli alimenti e i mangimi, l'individuazione del colorante “Sudan rosso I” in peperoncini originari dell'India.

È subito scattato l'allarme, perché il Sudan I è un colorante usato per tingere solventi, oli minerali, cere ma è vietato per uso alimentare perché è tra le sostanze cancerogene (gruppo 3). Il 20 giugno 2003, come accade in questi casi, l'Unione Europea ha adottato “misure di emergenza relative al peperoncino rosso e ai prodotti derivati” e dal mercato europeo sono state ritirate grandi quantità di merci, in particolare sughi e paste piccanti. 122 i casi trovati positivi nel nostro Paese alla fine del 2003; molti i grandi marchi alimentari coinvolti, una decina le aziende italiane, tra cui Barilla, Cirio, Star. All'origine sempre il peperoncino e il Sudan I. Nei ritiri, ed è la prima volta che accade, è stato coinvolto anche un prodotto del commercio equo, il peperoncino macinato della Meru Herbs proveniente dal Kenya e importato in Italia da Ctm altromercato e da Equo Mercato.

La situazione, per quanto riguarda la sicurezza alimentare, dovrebbe essere ormai sotto controllo. I prodotti contaminati con il colorante Sudan I sono stati ritirati dal mercato (e dovranno essere distrutti) e da gennaio 2004 il peperoncino e i prodotti derivati possono essere importati nell'Unione Europea solo se accompagnati da una relazione analitica che dimostri che non contengono Sudan I, II, III e IV o Scarlet red. Per tutti questi motivi il ministero della Salute, competente in materia, non ha ritenuto di promuovere campagne di informazione particolari per i consumatori. Ma è chiaro che il Sudan I non doveva essere lì dov'è stato trovato. Che cosa è successo?

Occupiamoci del commercio equo. La vicenda ha inizio il 6 novembre 2003 in un negozio di Aosta: su ordine della procura, nell'ambito dei controlli scattati nell'Unione Europea per la vicenda del Sudan I, vengono sequestrate alcune confezioni di peperoncino del commercio equo. Il 15 e il 16 dicembre Ctm Altromercato ed Equo Mercato ricevono la notifica che il campione di peperoncino con scadenza 30-1-2005 prodotto dalla Meru Herbs e sequestrato ad Aosta è risultato positivo al Sudan I. Partono le controanalisi ma anche le comunicazioni alle botteghe per bloccare le vendite del peperoncino della Meru e, tra dicembre e gennaio, il prodotto viene ritirato dal mercato. Entrambe le centrali, per precauzione, ritirano tutto il prodotto con scadenza 2005 e bloccano o ritirano (è il caso di Equo Mercato) il prodotto con scadenza 2006. In particolare Ctm fa analizzare diversi altri lotti del peperoncino e conferma che in “nessuna delle altre analisi effettuate è stata riscontrata la presenza di Sudan 1. L'unico campione che ha dato riscontro positivo resta a tutt'oggi quello analizzato dall'Asl di Aosta”. Resta da capire come sia stato possibile che nel circuito del commercio equo sia finito un prodotto colorato con Sudan I. Iniziano i controlli e le indagini. Da una parte si tratta di fare chiarezza sulle responsabilità -in una vicenda che in l'Italia ha anche risvolti penali- dall'altra si tratta di non rovinare l'immagine di un produttore storico del commercio equo in Kenya.

La storia di Meru Herbs comincia nel 1991 quando, grazie a un finanziamento della cooperazione internazionale e al tramite della diocesi di Meru, viene realizzata una rete di distribuzione dell'acqua che conserte di coltivare, con buoni risultati, i terreni sulle pendici del monte Kenya. In questi anni si stringono i rapporti con il commercio equo italiano, che per Meru rappresenta un partner essenziale. Sono 400 le famiglie che oggi sono coinvolte nella coltivazione (con una media di circa 2 ettari a testa). Da lì vengono Karkadé, infusi vari e ottime marmellate. Secondo i criteri del commercio equo Meru Herbs è stata visitata più volte in questi anni dagli italiani ed è nato un rapporto di fiducia reciproca. Anche questa volta quindi Equo Mercato ha deciso di inviare un suo responsabile per cercare di capire che cosa era successo. Spiega Emilio Novati di Equo Mercato: “Eravamo convinti che il peperoncino della Meru non potesse presentare problemi di questo genere, dato che più volte avevamo verificato che proveniva interamente dai campi coltivati dagli agricoltori della cooperativa e non subiva trattamenti di sorta oltre all'essiccazione e alla macinatura. Con Meru abbiamo ricostruito la storia del peperoncino, dalle prime importazioni del 1998. Anche i peperoncini, come gli altri prodotti che già importavamo, risultavano in eccesso rispetto ai consumi locali. L'acquisto di parte di questa sovrapproduzione era quindi una fonte di guadagno in più per le famiglie e il confezionamento dava lavoro ad alcune donne, come già succedeva per la camomilla, il karkadé e le marmellate”. Equo Mercato non assorbe però tutta la sovraproduzione e così anche Ctm sceglie di importare peperoncino da Meru con un grosso ordine. Le importazioni iniziano nel marzo 2003.!!pagebreak!!

Ed è a questo punto che succede il guaio. Meru probabilmente non è in grado di soddisfare tutta la richiesta (Equo Mercato per esempio riceve solo 540 bustine delle 3.000 ordinate, quelle spedite a Ctm in quattro lotti sono oltre 12 mila) e, per stessa ammissione dei suoi dirigenti, decide di acquistare del prodotto sul mercato locale.

Il peperoncino acquistato è stato mischiato con una parte della produzione Meru ed è probabilmente quello che è risultato positivo al Sudan 1. Continua Emilio: “I responsabili della Meru hanno ammesso il loro errore, impegnandosi anche a venire in Italia a testimoniare davanti alla magistratura, e naturalmente hanno assunto impegni concreti per evitare che un fatto simile abbia a ripetersi, istituendo anche delle procedure di controllo per dare le adeguate garanzie”. Caso risolto? In parte. Per il commercio equo che continua a crescere a ritmi elevati, resta una sfida continua: lavorare con i piccoli produttori ma insieme tutelare la qualità e gli standard di sicurezza. Una sfida che ha costi economici elevati (i viaggi sui luoghi di produzione e le analisi di laboratorio per esempio) ma che è parte del commercio equo stesso.

Controlli, tra costi e sicurezza
I controlli costano e, ovviamente, anche se è in gioco la sicurezza alimentare, non si può controllare tutto.

Così, “poiché i provvedimenti previsti sul Sudan I hanno un notevole impatto sulle risorse adibite al controllo negli Stati membri”, la Commissione dell'Unione Europea ha deciso che i controlli avranno intanto una durata di 12 mesi. Poi, in base ai risultati, si deciderà se continuare o meno i test.

Quella del Sudan I si può considerare un'emergenza: quando qualcuno -in questo caso la Francia- lo ha trovato, sono scattati i controlli in tutta l'Unione Europea. Sulle partite di alimentari importate ci sono però controlli di routine. Alle dogane i prodotti non possono essere sdoganati se non superano una serie di analisi (in base ai Paesi di provenienza e al tipo di merce) e se non sono accompagnati dalla dovuta documentazione sanitaria. Per quanto riguarda il commercio equo in Italia i più attrezzati sono quelli di Ctm, i primi, 6 anni fa a istituire, un'attività sistematica di “controllo qualità” e “assicurazione qualità” nella quale ormai lavorano due esperti a tempo pieno. Ma per tutto il commercio equo il fatto di conoscere direttamente il produttore (pregi e limiti) è la base di ogni sistema di garanzia.

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