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L’azienda sale in cattedra, ecco i corsi universitari con lo sponsor

I programmi degli atenei italiani offrono sempre più spesso corsi di studio o master realizzati in collaborazione o finanziati da aziende come Eni, Enel, FCA e Terna. Abbiamo fatto il punto, tra marketing e offerte strutturate

Tratto da Altreconomia 203 — Aprile 2018

Prendete il più importante negozio online di “lifestyle leader nel mondo per moda, design e arte”: YOOX. Unitelo a un corso di laurea magistrale in Filosofia e poi iniziate a mescolare. Secondo il progetto “LM+” dell’Università di Pavia, che sta per lauree magistrali plus, qualcosa di buono ne uscirà. L’obiettivo infatti è quello di “rispondere a una sfida del mondo contemporaneo: realizzare un’attività di formazione che integri, al più alto livello possibile, i saperi che sono nelle università con quelli di cui sono portatrici le imprese e altre organizzazioni del mondo del lavoro”. Cinque semestri di cui due in periodo formativo in azienda. Per quest’anno accademico i corsi di laurea interessati sono sette, inclusa Filosofia. Il simbolo del progetto è una mano che fa il segno della “V” di vittoria. Sull’indice c’è un berretto da laureato, sull’altro un caschetto da lavoro.

Il tema affrontato dall’ateneo lombardo è quello del rapporto tra imprese e mondo accademico, che riguarda anche il nostro Paese. Le partnership possono manifestarsi “durante” -come dimostra il tentativo di Pavia, o in master dedicati- o subito “dopo”, con le iniziative chiamate “career” (di carriera) che dovrebbero favorire l’incontro tra laureati e il mondo del lavoro. E accanto a questo si è sviluppato anche il modello delle università “corporate”, quelle cioè organiche all’azienda stessa.

È il caso della Eni Corporate University (ECU), che per conto della multinazionale degli idrocarburi si “occupa di reperire, selezionare, formare il personale”. “L’esigenza di avere una struttura interna di questo tipo -spiega Eni- deriva dalla necessità di allineare lo sviluppo delle competenze alle strategie aziendali”. Il cuore dell’attività di ECU è la formazione interna: 26,6 milioni di euro di ricavi per i corsi erogati nel 2016 (nel 2014 furono ben 40,9) pari a 679mila ore complessive (-34% sul 2014). Ma la “corporate” guarda anche fuori, cioè al mondo accademico. Lo fa prima di tutto in qualità di socio della “graduate school of business” MIP del Politecnico di Milano. ECU, infatti, è tra i 22 azionisti della scuola in compagnia di aziende come Telecom, Snam, Bticino, Vodafone, Luxottica, IBM, Pirelli o la Fondazione Carlo Pesenti (Italcementi). Con l’Università di Pisa, invece, la “corporate” di Eni ha organizzato il master di primo livello in “Management of Health, Safety, Environment and Quality Integrated System” e ad oggi è tra i promotori con la capogruppo della laurea magistrale in “Geofisica di esplorazione e applicata”.

I seminari di Pisa sono tenuti da “esperti Eni”. Esattamente come all’Università degli Studi di Perugia per la laurea magistrale in “Petroleum Geology” (tenuta in lingua inglese), che come finalità ha quella di “fornire avanzate competenze per operare nell’ambito dei servizi geologici per l’esplorazione e la produzione petrolifera”. Risalendo verso Nord si incontrano altre due collaborazioni in atto con i Politecnici di Milano e Torino. Con il primo Eni “offre fino a 5 borse di studio” a studenti del corso magistrale in “Energy Engineering – Oil and Gas Production” che in programma ha anche degli “stage con contributo presso divisioni e società Eni in Italia per lo svolgimento della tesi di laurea”. A Torino, invece, Eni e la sua “corporate university” collaborano per la laurea magistrale in “Petroleum and Mining Engineering” e per l’organizzazione di un master in “Petroleum Engineering and Operations”.

All’Università Bocconi -almeno fino al 2016- la cattedra in “Energy Markets” realizzata per attività di ricerca in campo energetico e di sostenibilità ambientale risultava “finanziata da Eni”. E con la LUISS Guido Carli, invece, il colosso ha contribuito a realizzare uno studio sulla “geopolitica dell’energia”: era interessata al “potenziale impatto delle dinamiche geopolitiche su volumi e prezzi del petrolio”. Un attivismo che nel 2016 -in attesa dei dati 2017- ha coinvolto in Italia 175 “allievi” tra master, lauree magistrali, borse di studio o dottorati di ricerca. Con un’attenzione anche per le relazioni accademiche e l’influenza all’estero: dall’Angola alla Francia, dalla Gran Bretagna al Kazakhstan, fino al Mozambico.

Enel Spa finanzia interamente un “Piano di studio preventivamente approvato” inserito nel corso di laurea magistrale di Ingegneria elettrica del Politecnico di Milano

Eni non è l’unica. Enel Spa finanzia interamente un cosiddetto “piano di studio preventivamente approvato” (Pspa), a numero chiuso, chiamato “Smart Grid” (l’insieme di una rete di informazione e di una rete di distribuzione elettrica) e inserito nel corso di laurea magistrale di Ingegneria elettrica del Politecnico di Milano. Anche Fiat Chrysler Automobiles (FCA) ha una partnership attiva con il Politecnico di Torino per l’organizzazione di un corso di laurea magistrale in “Automotive Engineering”. Come funziona? “Grazie ad un accordo, la società ha collaborato alla stesura del piano di studi e fornito una parte dei docenti -spiegano dall’ufficio stampa dell’ateneo-. Nell’anno accademico 2017/2018 gli iscritti attivi sono 381”. Più vasta la platea dei partner o sponsor degli oltre quindici master attivi quest’anno. Magneti Marelli, ad esempio, ne sostiene uno di II livello dedicato alle tecnologie delle sospensioni rivolto a 20 studenti. Mentre il Politecnico di Torino ha un quadro aggiornato delle collaborazioni attive, Milano riconosce di non avere ancora un “monitoraggio preciso”: “L’Università è così permeata dalle aziende che non abbiamo un’entità di supervisione generale”, spiegano dall’ufficio stampa.

Nel campo accademico si muove anche Terna, la società che gestisce la rete elettrica del nostro Paese e che nell’ultima relazione finanziaria annuale ha dato conto di quattro “sponsorizzazioni” di master, l’attivazione di 33 tirocini, stage, project work e l’adesione a otto career day. Più sul versante pubblicitario si inserisce invece la partnership annunciata sempre nel gennaio 2018 da Terna con l’ateneo (non statale) della Luiss. Un pezzo del comunicato stampa che celebra l’iniziativa dà il senso dell’operazione: questa dovrebbe infatti permettere a Terna di “scegliere ogni anno alcuni fra i migliori studenti di Ingegneria e Economia provenienti da Paesi extra-europei, in particolare dal Sud America (dove Terna sta realizzando importanti infrastrutture elettriche)”.

“Non c’è dubbio che un laureato deve trovare lavoro ma è fondamentale rendersi conto che dentro quel mercato deve rimanere 40 anni” – Giuseppe De Nicolao

Per riuscire a distinguere l’annuncio pubblicitario dal percorso accademico certificato dal ministero dell’Istruzione, è buona cosa rifarsi al portale “Universitaly, creato ad hoc dal Miur per “accompagnare gli studenti nel loro percorso di studi”. L’offerta formativa è aggiornata per tipo di laurea, area, classe, città e ateneo. Lo sa bene Giuseppe De Nicolao, professore ordinario di Automatica presso la facoltà di Ingegneria dell’Università di Pavia. È tra i fondatori di Roars (roars.it, Return On Academic ReSearch), network di soggetti impiegati nell’università e nella ricerca divenuto associazione. “La collaborazione tra imprese e università può avere valenze assolutamente positive se gestita correttamente -riflette-. Ad esempio quando un corso specifico si inserisce in un percorso consolidato nel quale uno studente ha potuto coltivare e approfondire materie diverse in vista magari di stage in una determinata azienda. In quel caso o in quello di un master di II livello calibrato adeguatamente, il rapporto mi sembrerebbe sensato. Discorso diverso se l’azienda vuole costruire un corso di laurea ‘su misura’, perché quando la formazione è ritagliata su esigenze specifiche il rischio è quello di creare eccessiva dipendenza”. È un problema di bilanciamento. “Non c’è dubbio che un laureato deve trovare lavoro -spiega De Nicolao- ma è fondamentale rendersi conto che dentro quel mercato deve rimanere 40 anni. Cioè deve avere la possibilità di aggiornarsi o ‘riciclarsi’ in un settore economico che magari a quell’azienda non interessa più ma alla collettività sì. E la differenza sta tutta nel ‘come’ hai studiato. Se ti ho insegnato le basi scientifiche della termodinamica, della fisica o della chimica è un conto. Se invece hai ricevuto una formazione puramente operativa, su un software o una tecnologia, e non ne governi i principi, beh, dopo un po’ di anni rischi di diventare obsoleto pure tu”.

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