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Una partita a carte

Dal primo luglio 2014 entrano in vigore in Italia le norme che incentivano l’utilizzo di dispositivi di pagamento alternativi al contante. Dai circuiti di pagamento alle commissioni interbancarie, ecco come funziona la filiera che abbiamo descritto ad aprile —

Tratto da Altreconomia 159 — Aprile 2014

“Non sappiamo cosa acquisterete, ma sappiamo come”. Oggi è “solo” lo slogan pubblicitario di un’importante società che produce Pos, i dispositivi usati per accettare pagamenti con carta. Dal primo luglio 2014, per legge, sarà invece un principio che interessa ogni italiano. L’utilizzo delle carte di pagamento verrà infatti rafforzato, incentivato, e per alcuni addirittura imposto.
Limitare il contante -si dice- contribuirà a scoperchiare l’economia oggi sommersa (il “nero”). Inoltre, i pagamenti con strumenti elettronici -più agilmente tracciabili- facilitano la vita al fisco e, conseguentemente, alla collettività. Che sarà chiamata a delegare un passaggio della propria vita socio-economica -la gestione delle risorse- ai (pochi) attori della filiera dei pagamenti elettronici: le banche -quando emettono carte o gestiscono le transazioni-, il Consorzio Bancomat e i circuiti, come Visa, MasterCard, American Express, Diners Club International. Anelli poco studiati di una catena che si basa su un assunto che -invece- è di pubblico di dominio: il contante “costa”.

Secondo Banca d’Italia (una società per azioni di cui Intesa Sanpaolo e Unicredit detengono il 52,4% del capitale), il contante rappresenta lo strumento più usato nei 27 miliardi di operazioni di pagamento effettuate ogni anno in Italia. Non esiste alcuna quantificazione esatta di questa “quota contante”, ma una stima compresa tra l’83% e il 90% (secondo la Banca centrale europea è l’86%). Ad ogni transazione con contante corrisponde un valore medio di 19 euro, per una spesa di 430 miliardi di euro (dati 2010). Il resto delle operazioni (4,5 miliardi circa) è riferito a bonifici, assegni, addebiti e alle 73,5 milioni di carte in circolazione (dato 2012). Che possono essere di tre tipi: di credito (saldo a fine mese e, di solito, tetto massimo di spesa), debito (collegate a un conto) o prepagate. Le prime, sono le meno diffuse: 13,5 milioni, in calo del 7% rispetto al 2010. Le carte di debito invece sono 41,2 milioni (più 10%) e le prepagate -protagoniste di un’esplosione- sono 18,8 milioni, in crescita del 52% dal 2010 al 2012. Il Servizio di supervisione sui mercati e sul sistema dei pagamenti di Palazzo Koch assegna alle carte di pagamento un “peso” del 6-12% sul monte delle operazioni, e un valore medio delle transazioni di 75 euro. Si può stimare un volume di transazioni complessivo con carte pari a 180 miliardi di euro.

Per ridurre questo “ritardo”, il legislatore italiano -con il decreto legge 179 dell’ottobre 2012 (governo Monti)- ha deciso di intervenire. Obiettivo, invertire la rotta che colloca l’Italia tra i Paesi europei più “affezionati” al metodo di pagamento tradizionale. Ed è un intervento a “valle”, anche se spuntato in partenza. Perché se è complicato obbligare ogni persona (o consumatore) a impiegare la carta di pagamento che tiene nel portafoglio, è più semplice costringere un esercente a non potersi rifiutare di accettarla. Dunque, il dl 179 prevedeva che -da un certo punto in avanti- chiunque vendesse o prestasse servizi -dal ristoratore al negoziante d’abiti, dal professionista al panettiere- fosse “tenuto ad accettare anche pagamenti effettuati attraverso carte di debito”, procurandosi, tramite la propria banca, un dispositivo in grado di farlo: e cioè un Pos (point of sale). Oggi quelli attivi in Italia sono poco più di 1,5 milioni -considerando quelli attivati per i propri clienti da banche (1,4 milioni) e Poste Italiane (53mila)-. Al ministero dello Sviluppo economico sarebbe poi spettato l’onere di specificare importi minimi, modalità e termini. Quel “da un certo punto in avanti” era stato inizialmente fissato al primo gennaio 2014. Prima di capitolare, però, il governo guidato da Enrico Letta ne aveva sancito il rinvio nel cosiddetto “decreto mille proroghe” (dicembre 2013), calendarizzando l’entrata in vigore al primo luglio di quest’anno. Motivazione: “consentire alla platea degli interessati di adeguarsi all’obbligo”. Nel frattempo il governo -nella persona dell’ex ministro allo Sviluppo economico Flavio Zanonato- circoscrive l’ambito di applicazione a “tutti i pagamenti di importo superiore a 30 euro”. Agli occhi del legislatore si tratta di una dichiarazione di guerra al contante votata all’interesse collettivo, in linea con la proposta di legge presentata a inizio dell’anno dal deputato Sergio Boccadutri (Sel). Come il “decreto Zanonato”, l’iniziativa parlamentare parte dal presupposto che “secondo i dati della Banca d’Italia i ‘costi sociali’ complessivi derivanti dall’utilizzo del contante ammontano a circa 8 miliardi di euro”.

Per costi sociali Banca d’Italia intende indicatori quali l’emissione e la distribuzione dello strumento, il processo di pagamento vero e proprio, la sua rendicontazione, amministrazione e controllo.
Nonostante una crescita continua delle carte a spese del contante (tra il 1993 e il 2008 le famiglie italiane dotate di carte di debito e credito sono passate dal 41,8% al 63,6% e dal 13,2% al 31,6%), gli italiani usano ancora troppo poco le carte, avendo effettuato con loro “solo” 31,8 operazioni nel 2012, ben al di sotto delle 191,1 che registrate negli Usa già nel 2008. Il traguardo, quindi, è oltreoceano e poco importa che, all’incirca nello stesso periodo di incremento delle carte come strumento di pagamento, la propensione al risparmio di quelle stesse famiglie italiane si sia parallelamente inabissata dal 22% a meno del 12% (1995-2011, dati Eurostat). Tant’è: tra le norme proposte da Boccadutri c’è il limite massimo di prelievo mensile (3mila euro dal 2018), il taglio standard del denaro emesso dagli sportelli bancomat (20 euro o inferiore), una campagna informativa (anche nelle scuole) per la promozione del denaro elettronico, la deducibilità delle sole spese sostenute con carte di pagamento o altri strumenti (salvo il contante).

Che il contante costituisca un “fardello sociale” è un principio che fa perno su un documento di analisi di Banca d’Italia datato novembre 2012, “Il costo sociale degli strumenti di pagamento in Italia”. È al suo interno che è stato decretato il cosiddetto “costo sociale” del contante, e cioè quegli 8 miliardi di euro citati da Boccadutri, ovvero lo 0,52% del Pil (o 133 euro all’anno a testa per ogni italiano). Quelli che Banca d’Italia etichetta come “sociali” altro non sono però che gli oneri a carico di banche e imprese -il campione indagato all’interno del report-. Inoltre, sempre secondo l’istituto, il contante, “percepito” dalla popolazione come gratuito, costerebbe 0,33 euro per ogni singola operazione ma celerebbe costi elevatissimi, schizzando in cima alla classifica per il costo medio ad importo (è il 2%, misura il costo per operazione in rapporto al numero delle operazioni). È un’interpretazione fuorviante, perché prescinde da ogni ponderazione correlata alla diffusione degli strumenti. Infatti, dato l’impiego del contante (86%) e delle carte (circa 9%), il primo “costa” in proporzionalmente molto meno (8 miliardi di euro su 15 miliardi di “costi sociali” registrati, cioè il 53%), al contrario delle seconde (che costano 3,5 miliardi di euro, il 24% del totale).
E c’è dell’altro: il legame automatico tra contante ed economia sommersa è stato fortemente ridimensionato da Banca d’Italia stessa, in un report meno citato del precedente ma ancor più dettagliato nell’analisi. Si chiama “Eterogeneità nelle abitudini di pagamento”, è del gennaio 2013, e spiega che “la presenza di economia sommersa -sebbene positivamente correlata con il maggior uso di contante tramite carta- non appare di per sé una condizione sufficiente a spiegare le ragioni delle differenze territoriali”.

Chi guarda con interesse all’accelerazione impressa alla diffusione delle carte di pagamento sono i protagonisti di quella filiera. A partire da coloro ai quali spetta -più o meno- il 3% di commissione su ogni importo “transitato” per via elettronica. Per conoscerli, è utile immaginare il tipico scenario di un pagamento tramite Pos: la carta di pagamento impiegata può essere stata emessa da una banca, un istituto di moneta elettronica (in Italia sono quattro, di cui uno è CartaLis Imel Spa, del gruppo Lottomatica e GTech Spa, che emette e gestisce tra le altre cose anche le prepagate a marchio PayPal) o un istituto di pagamento (tra i più noti c’è CartaSì, ex Servizi Interbancari spa, che fa capo al gruppo all’Istituto centrale delle banche popolari italiane). Il Pos dell’esercente, di norma, è invece fornito da una banca, che può far pagare l’installazione e un canone mensile, oltre a commissioni modulate per tipo di operazione. Al pagamento, l’emittente della carta (issuer) e colui che ha convenzionato l’esercente per la sua accettazione (acquirer) entrano in contatto. Chi incassa -dotato di Pos- richiede l’autorizzazione al proprio acquirer, che è una sorta di collegamento tra questi e i circuiti di pagamento (Visa, MasterCard).

All’esercente tocca pagare al proprio acquirer la cosiddetta merchant fee. Ammonta, in media, al 2,5-3% del valore dell’importo, e si compone di tre voci, cioè tre canali di destinazione del denaro: una commissione interbancaria multilaterale -“interchange fee” (Mif)– che viene stabilita dal circuito e che la banca (in questo caso) acquirer riconosce a colei che ha “prodotto” la carta, a copertura dei suoi costi di emissione e gestione; dopodiché c’è il compenso al circuito che ha messo l’infrastruttura di collegamento (scheme fees) e il compenso (margine) per l’acquirer stesso, che scarica sull’esercente il “peso” della commissione interbancaria. La Mif è pari allo 0,8% sull’importo, le scheme fees allo 0,2% e i costi di acquiring allo 0,4%. Il resto è margine per la banca (o istituto di pagamento) dell’esercente.

In materia di Mif -che è la voce più rilevante delle commissioni a carico dei commercianti- sono in corso profonde riforme a livello comunitario. Il 26 febbraio scorso la Commissione europea ha deciso di “accettare” la proposta del più importante circuito di credito al mondo, Visa -sotto inchiesta dall’antitrust dell’Unione europea per il livello delle Mif, ritenuto fonte di un ostacolo alla concorrenza-: prevede un drastico taglio del 40-60% delle interchange fees. Una “buona notizia” che potrà però avere ripercussioni esiziali sul circuito delle carte di debito -le più diffuse in Italia- nel giro di pochi anni. Per capirlo è necessario conoscere i circuiti di pagamento e la loro operatività in Italia: da Visa a MasterCard, da Diners al Consorzio Bancomat.
 
Il più importante circuito di credito del mondo è Visa. Non emette carte, chi lo fa per lui sono le banche licenziatarie. In Europa -dove 1 euro su 6,5 è speso con carte di pagamento a marchio Visa-, le “sue” carte sono 400 milioni e generano 2mila miliardi di euro di volume di transazioni concluse (dati settembre 2013). Nel nostro Paese, le carte di credito in circolazione a marchio Visa sono circa 30 milioni (oltre il 50%), in grado di concludere -al settembre 2013- 55,4 miliardi di euro di operazioni. “Un circuito funziona come un circolo di tennis -spiega ad Ae Davide Steffanini dg di Visa in Italia- che offre ai propri soci -le banche- la possibilità di usare il ristorante, la palestra, il bar”, che altro non sono che la rete che utilizzano per perfezionare il pagamento. Rete duplice: di credito (Visa) e di debito (V-pay). E un potere enorme: basti pensare a quando Visa (e Mastercard) congelarono le donazioni a favore di Wikileaks -di stanza in Islanda- dopo la pubblicazione dei 250mila cablogrammi diplomatici nel 2011.

Davide Steffannini
è ovviamente uno sponsor delle transazioni elettroniche. L’obiettivo è quello di “mettere in tasca a tutti lo strumento” rendendo più conveniente spendere 1 euro con Visa tramite promozioni mirate, grazie al profiling del consumatore in base alle sue abitudini. Il nemico da battere è il contante e chi, come spiega Steffannini, è abile in trucchi contabili in grado di “ridimensionare l’imponibile fiscale”.
Il logo Visa è molto famigliare, perché lo vediamo tra gli adesivi delle porte degli esercizi commerciali o ad ogni acquisto online, ma è più complicato ottenere informazioni dettagliate sulle società attive per conto di Visa in Italia. Che sono due: la Visa Europe Services Inc, con sede principale nel Delaware -Stato Usa a fiscalità agevolata- presente dal 2004 e con 25 dipendenti, ma oggi formalmente “inattiva”, e la Visa Europe management services limited, iscritta alla Camera di commercio di Milano dal 30 dicembre 2013. È appena nata, e l’oggetto sociale recita “conduzione di campagne di marketing e altri servizi pubblicitari”. Il legale rappresentante della succursale è Davide Steffanini, che descrive ad Altreconomia la dinamica costi-ricavi di Visa in Italia: “Fino al’anno scorso eravamo un ufficio di rappresentanza, dunque senza conto economico. I nostri soci italiani (le banche, ndr) riconoscevano ricavi direttamente alla sede centrale di Londra di Visa Europe. Recentemente la nostra operatività è stata modificata, pur restando una filiale. E in quanto filiale percepiremo una commissione riconosciuta dalla sede centrale di Londra”.

MasterCard opera nel nostro Paese e nel resto d’Europa attraverso la società belga Mastercard Europe Sprl, con sede a Waterloo. In Italia opera, dal 1995, una filiale. Come Visa, ha due direttrici: credito (MasterCard) e debito (Maestro). Il bilancio dà conto di un poderoso giro d’affari a livello continentale: 1,6 miliardi di euro il totale dei ricavi per un’utile al netto delle imposte di 420 milioni di euro. La sede italiana -è l’unica informazione disponibile- è attiva in “conduzione di campagne marketing e studi di promozione pubblicitaria”, e ha 69 dipendenti. È la stessa formula adottata da Visa, che è poi analoga alle filiali pubblicitarie di Yahoo!, Facebook, Google (vedi Ae 152).
Ad adottare una veste societaria che di fatto abbatte l’imponibile sembrerebbero dunque gli stessi soggetti (come i due principali circuiti di pagamento) in prima linea nel promuovere la limitazione del contante e dunque il “ridimensionamento fiscale” addebitato agli esercenti italiani.

C’è poi American Express, che dal 1996 agisce in Italia tramite una filiale della American Express Services Europe Limited, controllata in ultima istanza dalla statunitense American Express Company. Il fatturato depositato è ancora una volta “consolidato”, il che pregiudica qualunque fotografia specifica dell’operato nel nostro Paese. La società “europea”, che sul nostro territorio conta al 2013 oltre mille dipendenti, fattura 1,1 miliardi di sterline, per un’utile di 28,6 milioni.

Dopodiché c’è Diners con l’italiana Diners Club Italia Srl, costituita nel 1958. Di tutte le società che gestiscono le carte di credito operanti in Italia, è l’unica che perde, e molto. Meno 5,8 milioni di euro nel 2012, con un effetto negativo sul patrimonio netto che ha reso necessaria una ricapitalizzazione. “Non siamo stati in grado di ottenere sufficienti e appropriati elementi probativi circa l’appropriatezza del presupposto della continuità aziendale utilizzato dagli amministratori”, si legge nella relazione di Kpmg in merito allo scorso esercizio della società, che vede tra i consiglieri anche Mauro Costa -presidente di Banca Arner-. Con American Express si “accontenta” del 10% del mercato.

Un altro strumento di uso quotidiano è la carta di debito Bancomat, che opera attraverso il circuito Pagobancomat dell’omonimo Consorzio, egemone a livello italiano. Costituito nel 2008, vi aderiscono 594 soggetti, tra i quali l’Associazione bancaria italiana (Abi), le banche, gli intermediari finanziari e gli istituti di pagamento. È uno dei circuiti più diffusi del Paese, e la sua forza è riassunta in due dati: le carte di debito in circolazione, che sono circa 30 milioni di unità, pari a circa l’80% sul totale nel 2012, e il numero di Pos attivi (circa 1,2 milioni di unità, pari a circa l’85% sul totale nel 2012). Dal 3 gennaio 2014 è entrata in vigore la “nuova” commissione multilaterale interbancaria (Mif) tra gli aderenti al Consorzio, che ne hanno fissato l’importo a 0,1 euro.
Una scelta che secondo l’Autorità garante per la concorrenza e il mercato “potrebbe configurare un’intesa suscettibile di falsare la concorrenza” dato che “l’esistenza di una commissione uniforme definita a livello di Consorzio determina una soglia minima al di sotto della quale la concorrenza tra acquirer non può ridurre la merchant fee agli esercenti”. Per questo, l’Agcm ha aperto alla fine del mese di febbraio di quest’anno un’istruttoria ad hoc proprio sul Consorzio. Quel Consorzio che potrebbe vedere presto eroso il suo predominante ruolo a livello nazionale, dato il taglio secco delle Mif che si preannuncia a seguito della decisione comunitaria di portarle tra lo 0,2 e lo 0,3%. Tradotto: per Visa e MasterCard -oggi più attive sui circuiti di credito che su quelli di debito, cui però sono più affezionati gli italiani- potrebbero aprirsi enormi opportunità di sviluppo, raggiungendo lo stesso “peso” sul mercato che già detengono con le carte di credito.

L’appuntamento con la “riforma” è fissato al primo luglio, dunque 2014, quando il bacino delle piccole e medie imprese (3,8 milioni) e delle partite Iva (5,5 milioni) tenute ad “adeguarsi all’obbligo” diventerà appetibile per i produttori e i distributori di sistemi di accettazione di pagamento. Su tutti, coloro che producono il “mobile Pos”. Jacopo Vannetti e Giuseppe Saponaro sono i due (giovanissimi) fondatori della start-up Jusp, che produce, sviluppa e commercializza un piccolo scatolino di plastica che -quando collegato alla rete tramite smartphone o tablet- è in grado di accettare pagamenti tramite tutti i circuiti (da Visa a Pagobancomat), attraverso il lettore di chip della carta. Gli altri attori del mercato sono Payleven (che ha stretto un accordo con Poste Italiane), Samup, Izettle e Vodafone, che ha un accordo con Setefi, la società di Intesa Sanpaolo specializzata nella gestione dei pagamenti con moneta elettronica. “Il Pos classico è uno strumento superato -racconta Vannetti, che incontriamo presso la sede di Jusp, nell’incubatore di imprese del Politecnico di Milano in zona Bovisa- ed è il telefono a cambiare la prospettiva: manda scontrini digitali, invia al commercialista tutti i movimenti, crea di fatto un’autentica piattaforma di pagamento”. Tutto sarà più immediato: “Una volta il contratto per il Pos era di 44 pagine -riflette Vannetti-, e un lungo elenco di tabelle riportava una commissione diversa a seconda del carta. Oggi puoi ordinare il mobile Pos da casa, pagarlo meno di 40 euro e iniziare a incassare il giorno stesso, senza canone mensile o costi di installazione”. Partiti da zero, Vannetti e Saponaro hanno costruito una realtà imprenditoriale in grado di stipulare accordi con un’importante assicurazione (di cui preferiscono non fare il nome) per la produzione di 4mila dispositivi per altrettanti assicuratori ambulanti, o perfezionare un ordine con un “player australiano” da 200mila nuovi Pos.

Le tecnologie evolvono mentre i circuiti rimangono comunque il “campo da gioco” dei pagamenti. “Per transitare presso di loro devi ricevere una certificazione, che nel nostro caso ad esempio è anche la EMV, che di fatto è di competenza dei circuiti stessi”, spiega Vannetti. EMV infatti è l’acronimo di Europay (Pagobancomat che vale all’estero), Visa e MasterCard. Che vanno conosciuti, perché conoscono perfettamente noi e le nostre abitudini di consumo. —
 

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