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Diritti / Attualità

Un progetto per studiare il corridoio delle rotte balcaniche. Tra persone, campi e diritti

A novembre parte una ricerca promossa da un team internazionale della durata di cinque anni il cui obiettivo è analizzare i luoghi -formali e informali- in cui sono passati dal 2015 i migranti e recuperare la memoria di quelli andati perduti. Ma anche le relazioni con i governi, le comunità locali e le reti di attivisti. E il ruolo della violenza

Un campo d'accoglienza informale in Grecia nel 2016 © European Union 2016 - European Parliament

“Come geografo politico mi sono occupato a lungo di ‘campi’: di concentramento e non solo. Qualche anno fa ho ritrovato un collega e amico, Dragan Umek, professore all’Università di Trieste, che si occupava dei Balcani da tempo: nella primavera del 2016 a fronte della situazione che si era creata a Idomeni abbiamo deciso di percorrere assieme al contrario la rotta balcanica, anche perché sentivo il bisogno di tornare sul terreno, dopo un lungo periodo di lavoro storico e teorico”. Claudio Minca, docente dell’Università di Bologna, è il primo geografo italiano ad aver ottenuto un Erc advanced grant, il massimo riconoscimento accademico assegnato dalla Commissione europea, attraverso lo European research council (Erc).

Il progetto, finanziato con 2,5 milioni di euro, si intitola “TheGAME: Counter-mapping informal refugee mobilities along the Balkan Route”, prenderà il via il primo novembre 2022 e durante i cinque anni della sua durata prevede di sviluppare, con un team di una decina di ricercatori e ricercatrici italiani e internazionali, un approfondito e intenso lavoro sul terreno, necessario proprio per la complessità del fenomeno.

“Negli ultimi anni abbiamo lavorato a lungo sui campi profughi in Serbia e in Bosnia ed Erzegovina -racconta Minca- da un lato riflettendo sul piano teorico su che cosa sia oggi e su come funzioni il suo regime spazio-temporale interno; dall’altro analizzando questi luoghi in relazione alle politiche di confine, alla crisi dello Stato-nazione, al principio di cittadinanza, al diritto alla mobilità e ai grandi temi che riguardano le migrazioni nel mondo contemporaneo. Ci siamo inoltre interrogati sull’impatto che hanno sull’ambiente che li circonda, i cosiddetti campscapes, ma anche sulla formazione, in alcuni contesti, di un vero e proprio arcipelago: come nel caso della Serbia, dove una ventina circa campi ‘aperti’ implicitamente sostengono la mobilità dei rifugiati”.

Il nuovo progetto di ricerca finanziato dall’Erc ha un respiro molto più ampio e si propone di studiare, nella sua interezza, il corridoio informale della rotta balcanica lungo il quale ogni anno decine di migliaia di persone si muovono dalla Grecia fino a Trieste o altre destinazioni in Europa, attraversando Bulgaria, Romania, Albania, Macedonia del Nord, Kosovo, Montenegro, Serbia, Bosnia ed Erzegovina, Croazia e Slovenia. Lungo questo percorso è emerso un vero e proprio arcipelago di campi formali e informali.

Il progetto di ricerca prenderà le mosse proprio da questi ultimi. “Mi interessa capire come un corridoio informale sia diventato parte fondamentale della geografia politica europea e, più in generale, come un percorso migratorio si formi, si riproduca e muti. Infine, sviluppare una metodologia adeguata a studiarne la complessità e la fluidità -spiega Minca-. Il campo informale di Idomeni, ad esempio, come molti altri luoghi simili, è sorto nel luogo in cui si è creata una strozzatura lungo la rotta, facendo così emergere realtà abitative temporanee, precarie e spesso destinate a scomparire in poco tempo ma che sono caratterizzate da una vita sociale intensa. Ci siamo pertanto posti una serie di domande di ricerca, a nostro avviso fondamentali per comprendere il funzionamento di una rotta migratoria informale: come si studia un luogo che non c’è più? Come si connettono tra di loro i campi informali? Esistono elementi di continuità? Sono tutte questioni che alla fine potrebbero anche rivelarci qualcosa sul funzionamento ambivalente dello Stato-nazione in Europa, ma anche sulla concettualizzazione e sulle pratiche dei confini esterni dell’Unione europea e più in generale sul tema globale delle persone in movimento, dell’associata porosità delle frontiere, del potere simbolico dei nuovi muri”.

Il lavoro che attende Claudio Minca e il suo gruppo è enorme se si pensa a tutte le mutazioni che hanno caratterizzato la rotta balcanica dal 2015 a oggi: “Ha a che fare con una situazione geopolitica in continuo movimento, caratterizzata da chiusure e aperture dei confini, ma anche da una formidabile determinazione da parte di migliaia di profughi che cercano una vita migliore in Europa e che sono sostenuti nei loro lunghi viaggi, nonostante l’impossibilità di attraversare le frontiere legalmente, da un esercito di volontari, operatori umanitari. Cui spesso, implicitamente, si aggiungono anche le istituzioni governative -spiega il docente-. Studieremo questa complessità ponendo particolare attenzione alle differenze nei singoli contesti interessati dalla rotta, alla coesistenza e all’integrazione di campi formali e informali, alle infrastrutture delle reti di trasporto, legali e illegali, per realizzare una sorta di ‘contro-mappatura’ di questa geografia della mobilità informale, cercando di capire come nelle sue differenze interne la rotta mantenga elementi di continuità e altri di forte rottura, spesso dovuti alle mutate condizioni politiche dei Paesi coinvolti, ma anche al rapporto che si instaura tra migranti e popolazioni residenti, tra migranti e le reti di solidarietà, tra migranti e chi si oppone alla loro presenza. Il progetto parte dall’idea che la rotta balcanica sia il prodotto dell’interazione tra tutti questi attori e che non sia destinata a sparire, ma anzi che essa rappresenti un elemento strutturale della geografia politica dell’Europa. Il progetto tiene anche conto della straordinaria forza di volontà che spinge i migranti a muoversi e ad affrontare rischi enormi allo scopo di raggiungere l’Europa. Siamo di fronte a una vera e propria progettualità, una forza vitale, senza la quale la rotta semplicemente non esisterebbe, una volontà che incontra o si scontra con quella di molti altri soggetti che, operando negli stessi luoghi, intervengono per facilitare o frenare il loro cammino. Alla base della riproduzione di questo corridoio migratorio informale sta un processo complesso e articolato che in fondo non è mai stato studiato nella sua interezza”.

Il progetto svilupperà anche un archivio in progress che darà voce alle esperienze dei migranti nei loro diversi percorsi attraverso i Balcani e traccerà delle “contro-mappe” per recuperare e conservare la memoria di campi e passaggi informali scomparsi o andati distrutti. Il progetto punta a sviluppare un approccio analitico sul funzionamento dei corridoi migratori informali che possa tradursi in una metodologia innovativa e inclusiva applicabile in altre parti del mondo.

“Una componente della nostra ricerca è anche la realizzazione di una sorta di archeologia dei campi, che studi la loro after life, che includa siti abbandonati o distrutti per ricostruirne la memoria attraversi i segni che sono rimasti e i racconti di chi ci è passato. Un’altra componente prevede di lavorare su alcuni punti nodali della rotta, come Bihać o Subotica, per capire l’impatto che la presenza nel tempo dei migranti e delle organizzazioni umanitarie ha avuto su quei territori e in particolare sulle economie locali generate dalla presenza di campi formali e informali. C’è infine un’attenzione rivolta alla dimensione della violenza che attraversa tutta la rotta, sia a livello esplicito sia implicito, e che si intreccia in maniera complessa con le reti della solidarietà locali e internazionali, ma anche con il modo in cui le istituzioni governative alternano politiche di intervento (atte ad inibire la mobilità dei migranti in molti casi, a facilitarla in altri) a politiche di non intervento e relativo abbandono. Come questi elementi incidano sulla formazione e lo sviluppo della rotta nel suo complesso solo il lavoro sul terreno durante i cinque anni del progetto ci potrà rivelare”.

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