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Un pasticcio tra Province e Senato

La riforma del governo Renzi non cancella l’ente Provincia ma solo l’elezione diretta degli amministratori, e rischia di minare la capacità dell’ente di assolvere alle funzioni istituzionali, dalla tutela ambientale all’istruzione superiore. Intanto, il nuovo Senato vedrà rappresentati e preminenti gli interessi delle Regioni. Una rischiosa riforma costituzionale sotto mentite spoglie.

Qui l’approfondimento di Ae sulle Province. Qui l’inchiesta sulle Regioni "Stati nello Stato"

Entro il 30 settembre dovranno essere eletti i nuovi Consigli provinciali e i nuovi presidenti delle Province. A sceglierli non saranno i cittadini, ma i consiglieri comunali e i sindaci dei Comuni che compongono le Province. Si prefigura un’elezione di secondo livello per un ente che, ai sensi della legge 56, continuerà ad esistere. Non è vero infatti che le Province spariscono, perché la riforma prevede che restino in vita fino alla modifica costituzionale, assumendo però una fisionomia decisamente diversa. 


Ed è qui che si gioca la sfida centrale del cambiamento insito in tale misura: le “nuove Province” non possono essere la mera sommatoria delle istanze dei singoli territori che le costituiscono, espresse dal collegio dei sindaci e da un “super sindaco” -divenuto presidente- che interpreta il proprio ruolo a tutela della città capoluogo. La perdita dell’elettività diretta e la rimodulazione delle competenze costringono in concreto a un vero cambio di prospettiva istituzionale e politica, che dovrà necessariamente tradursi in una visione comunitaria molto più forte delle pressioni e delle pur legittime e comprensibili sollecitazioni dei diversi localismi. 
Accanto alla logica dei risparmi e della razionalizzazione della spesa pubblica, che si abbina, attraverso il processo di semplificazione istituzionale, a una maggiore evidenza delle responsabilità, la riforma contenuta nella legge 56 dovrà produrre una reale, maggiore integrazione del territorio provinciale, che può essere agevolata dalla coincidenza degli organismi di governo ma ha bisogno di essere sviluppata grazie alla ricerca costante di sinergie. 


Le nuove Province, al pari delle città metropolitane, devono pensare se stesse come un unicum cha ha una propria sostanza autonoma e al contempo funzionale ai Comuni che ne fanno parte e le governano. Si tratta di un percorso decisivo e delicato, perché proprio la coincidenza degli organi di governo locale rende assai critico lo svolgimento di alcune funzioni di controllo storicamente svolte dalla Province nei confronti degli altri enti locali, a partire da temi molto sensibili come quello ambientale. Solo se i Consigli provinciali assumeranno una concezione complessiva che considera le specifiche aree del territorio nei termini delle tessere di un mosaico ben distinto dall’accostamento delle fotografie dei singoli Comuni, la riforma riuscirà a partorire risultati fruttuosi e a non indebolire le maglie della vigilanza istituzionale. 


Per avere successo, poi, la riforma ha bisogno di due altre condizioni:

1) le risorse finanziarie e, soprattutto, la chiarezza delle procedure del loro utilizzo. 

Se il prossimo anno, a riforma approvata e con le nuove Province appena varate, cominceranno a chiudere molte scuole superiori, o peggiorerà sensibilmente il già precario stato delle strade provinciali, che rappresentano l’80% della rete viaria italiana, il fallimento di questo sforzo di revisione della macchina statale prenderà rapidamente corpo. 
La limitata capacità di prelievo tributario nelle mani della attuali Province, che di fatto si limita a due voci da tempo in diminuzione, e il significativo indebitamento di molte di esse non consentono, neppure in presenza di importanti tagli al costo della politica, il reale sviluppo di un’idea di area metropolitana integrata. In questo senso, l’ambizione della legge 56 di attuare una nuova dimensione comunitaria delle realtà territoriali, in grado di superare le logiche di campanile, ha bisogno di un coerente impegno finanziario e di una intelligente attenuazione dei vincoli del Patto di stabilità. 


2) La necessità inderogabile di una rappresentanza centrale. 

Questo tema si intreccia strettamente con la questione della riforma del Senato. Rispetto all’ipotesi originaria, concepita da Matteo Renzi, l’attuale proposta affida ai Consigli regionali la scelta di un numero, peraltro estremamente limitato, di sindaci che diverranno senatori, mentre i consiglieri regionali saranno, sia per tale attribuzione sia per il gran numero, i soli protagonisti del Senato non elettivo. 
Il rischio vero di un simile quadro è rappresentato dal fatto che proprio la componente più importante delle città e delle nuove “province comunitarie” resti priva di una voce nazionale, soggiacendo per alcuni versi al pericolo di un centralismo regionale. Si tratta di un pericolo accentuato dalla procedura stessa che la legge 56 contempla per la definizione dello spacchettamento delle funzioni delle attuali province, che spetta prima alla Conferenza Stato-Regioni e poi ai Consigli regionali. 
Infine, perché la riforma delle Province assuma i contorni del grande cambiamento serve una nuova cultura politica che sappia assumere proprio gli orizzonti metropolitani come paradigma di lettura della vita amministrativa locale; uno salto di qualità di cui i partiti in primis devono farsi carico, superando i troppi strabismi delle tessere. 

* Università di Pisa
 

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