Diritti / Opinioni

Un Nobel miope, e senza pace

Per chi è ancora consapevole che l’Italia sia “in guerra”, al pari di molti altri Paesi dell’Unione europea, è difficile sostenere la scelta del comitato di Oslo che ha assegnano all’Ue il premio, che viene consegnato oggi (10 dicembre 2012, ndr)  _ _ _
 

Tratto da Altreconomia 143 — Novembre 2012

“Ricordati che vivi in un Paese in guerra”. È il monito che tutti noi dovremmo considerare ogni mattina al risveglio, in modo da affrontare la giornata in piena consapevolezza. Viviamo in un Paese che all’articolo 11 della sua Costituzione afferma di ripudiare la guerra come “strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Ma non abbiamo mai dato piena attuazione a questo principio, né con leggi né rispettandone la lettera e soprattutto lo spirito, in verità piuttosto chiari. Fatto sta che il nostro Paese è impegnato in numerosi fronti di guerra all’estero. È ad esempio presente in Afghanistan con un contingente militare, pudicamente definito “missione di pace” o di “polizia internazionale”, ma intanto autorizzato a sganciare bombe e combattere in campo aperto. Questo impegno bellico viene vissuto con una certa noncuranza: non è motivo di discussione politica né suscita particolari interrogativi morali o dubbi di compatibilità con il dettato costituzionale. Il tema della guerra è del tutto assente dal discorso pubblico.
Qualche anno fa le missioni militari in Iraq e Afghanistan avevano suscitato un terremoto politico, con milioni di persone in piazza (in particolare nel 2003) e governi in affanno di fronte ai cittadini e al Parlamento. Poi è subentrata l’assuefazione e ci si è rassegnati all’idea che l’articolo 11 della Costituzione sia un pronunciamento ideale, senza risvolti pratici, dunque trascurabile. Ma l’abitudine al peggio e l’indolenza non sono buone consigliere in democrazia e anzi spingono all’accettazione passiva di ciò che il potere vuole.
Perciò ricordare a se stessi ogni giorno che viviamo in un Paese in guerra (in casa d’altri) è un esercizio di ecologia della mente e di presa di coscienza politica. C’è naturalmente un prezzo da pagare, in termini di sofferenza per il cinismo ostentato da istituzioni e media. E può accadere di sobbalzare di fronte alla notizia dell’assegnazione del Premio Nobel per la pace all’Unione europea. Capi di Stato e di governo, esperti e commentatori si sono in genere compiaciuti, dilungandosi sui 60 anni senza guerre seguiti all’ecatombe avvenuta fra il 1939 e il 1945. Ma come ignorare che l’Ue è parte integrante di quel sistema di dominio che sta esportando guerre in mezzo mondo? Come ignorare il ruolo avuto dall’Ue e da alcuni Paesi membri in modo particolare nelle guerre in Bosnia, Kosovo, Iraq, Afghanistan, Libia, giusto per citare le maggiori?
Ventuno dei 27 Paesi dell’Unione europea fanno parte della Nato, un’istituzione creata nel 1949 in epoca di guerra fredda come “Patto Atlantico” di autodifesa e pronto intervento in caso di attacchi della controparte sovietica. Caduta l’Urss, la Nato non si è sciolta ed è divenuta il principale strumento d’intervento militare dei Paesi occidentali, sotto l’egida degli Usa, potenza imperiale sopravvissuta alla guerra fredda. Dopo gli attentati del settembre 2001 la Nato è stato il principale mezzo operativo della cosiddetta “guerra al terrorismo” che ha seminato morte e distruzione in molti Paesi. È difficile insomma sostenere che l’Unione europea abbia svolto azioni di pace negli ultimi decenni. E dovremmo considerare le stragi avvenute nel Mediterraneo a causa delle politiche contro l’immigrazione adottate dall’Ue: migliaia di morti, vittime di una visione ben poco solidale del diritto alla vita e alla ricerca della propria felicità.
Attribuire il Nobel per la pace all’Unione europea equivale alla scelta fatta in passato per capi di Stato, istituzioni o personaggi non irreprensibili sul piano storico, ma di volta in volta giudicati meritevoli per ragioni contingenti: nel ‘73 il “falco” Henry Kissinger e Le Duc Tho per la fine della guerra in Vietnam; nel ‘78 Sadat e Begin per gli accordi Egitto-Israele e così via. In altri casi il premio è stato un riconoscimento a vite intere spese in battaglie impossibili da persone senza potere o a prigionieri di coscienza: pensiamo, negli ultimi anni, all’avvocata iraniana Shirin Ebadi (2003), all’attivista keniana Wangari Maathai (2004), al dissidente cinese Liu Xiaobo (2008). Sono casi come questi a conferire prestigio e anche peso politico al Nobel per la pace, mentre scelte ambigue, come il premio attribuito a Barack Obama nel 2009, o quello appena assegnato all’Ue, hanno più il sapore dell’auspicio o dell’esorcismo in un’epoca tumultuosa e violenta, in cui si temono conflitti sempre più estesi e crisi politico-istituzionali di vasta portata nei Paesi democratici (vedi Europa e non solo). Non è però con gli esorcismi che possiamo guardare al futuro con fiducia. Forse il comitato di Oslo avrebbe fatto meglio a incoraggiare gli “indignados” e gli attivisti di “Occupy Wall Street”. —

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