Economia

Un miliardo di buoni motivi – Ae 37

Numero 37, marzo 2003Nonostante il tentativo (fallito) di modificare la legge 209, il governo prosegue nella cancellazione in favore dei Paesi più poveri. Ma l'iniziativa è più debole se mancano gli aiuti allo sviluppoPericolo scampato, per un soffio. La legge…

Tratto da Altreconomia 37 — Marzo 2003

Numero 37, marzo 2003

Nonostante il tentativo (fallito) di modificare la legge 209, il governo prosegue nella cancellazione in favore dei Paesi più poveri. Ma l'iniziativa è più debole se mancano gli aiuti allo sviluppo

Pericolo scampato, per un soffio. La legge finanziaria aveva introdotto sostanziali modifiche che snaturavano il senso della legge 209 del 2000 che regola l'iniziativa italiana per la cancellazione del debito. Il governo si era preparato a fare saltare la combinazione di tempo e quantità presente nel testo del 2000 (cancellazione sino a 12 mila miliardi delle vecchie lire entro tre anni); intendeva inoltre inserire più stringenti vincoli agli accordi raggiunti sia a livello internazionale sia bilaterale, oltre che il vincolo alle “esigenze di finanza pubblica”.

Alla fine, il Parlamento ha raccolto la voce della società civile e ha corretto la proposta del governo: oggi la legge 209 non prevede più la scadenza temporale del 2004, però lascia fuori il condizionamento diretto del ministero dell'Economia.

La legge 209 è frutto della Campagna per la riduzione del debito estero dei Paesi più poveri promossa nell'anno giubilare e finora si è dimostrata efficace avendo consentito accordi di cancellazione per oltre un miliardo di euro di debito estero dei Paesi più poveri, tra gli altri, a Guinea Conakry, Malawi, Mozambico, Etiopia e Bolivia.

La legge, inoltre, ha reso possibile l'implementazione dei primi accordi di conversione del debito, previsti per i Paesi debitori a reddito medio-basso come Perù, Marocco, Giordania e Egitto, che prevedono di usare parte dei debiti coperti da accordi con il Club di Parigi per operazioni di conversione (trasformazioni del debito in interventi di tutela ambientale, in progetti nel settore scolastico o sanitario, e altre forme di conversione in moneta locale).

Una valutazione sull'andamento complessivo della cancellazione del debito sembra indicare che siamo sulla buona strada (vedi mappa), anche se le risorse (umane e materiali) impiegate dallo Stato italiano, per gestire le iniziative in modo efficace, sono ancora scarse e l'impegno relativo ai fondi liberati dalla cancellazione del debito per la lotta alla povertà è insufficiente. In questo senso manca soprattutto un accorto monitoraggio sull'impiego delle risorse liberate, che diminuirebbe il rischio di un dubbio utilizzo da parti dei governi debitori.

Ma non sono solo questi i fattori che possono depotenziare le iniziative di alleviamento del debito. L'Italia ha dimostrato, a parte il deplorevole tentativo di modificare la legge 209, di procedere con gli accordi di cancellazione e conversione del debito, e ha compiuto un passo in avanti rispetto ad altri Paesi creditori, cancellando al completion point il 100% del debito pre e post-cut off date, fino alla data del 20 giugno 1999. Eppure, queste iniziative rischiano di venire indebolite se non sono accompagnate da un'adeguata politica di supporto degli aiuti allo sviluppo. In questo senso la Finanziaria non ha cambiato nulla: l'Italia resta il fanalino di coda in Europa, le risorse per gli aiuti pubblici allo sviluppo restano ai livelli del 2002, cioè allo 0,13% del Pil.

Nel nostro Paese i crediti d'aiuto gravano su un capitolo del bilancio dello Stato rimpinguato dai pagamenti dei crediti precedentemente concessi. Il diffondersi delle iniziative di alleviamento del debito potrebbe determinare una sostanziale riduzione del Fondo Rotativo, il contenitore per i fondi destinati alla cooperazione allo sviluppo, e la necessità di rifinanziarlo. Questo meccanismo non solo è strettamente legato alle specifiche scelte di politica estera e di cooperazione allo sviluppo, ma anche alle scelte di politica economica interna. È possibile, quindi, che in periodi di recessione, vi sia il rischio di una netta diminuzione dei fondi allocati per la cooperazione internazionale che potrebbero depotenziare le stesse iniziative di conversione o cancellazione del debito estero. !!pagebreak!!

Investire i fondi “liberati” dal debito
Perù, si fa strada la riconversione
Pedro Quispe, il 12 giugno scorso, arriva all'ufficio del Fondo Italo Peruano (Fip), all'ottavo piano della sede del ministero dell'Economia e delle Finanze, nel jirón Junín nel centro di Lima. Ha sulle spalle tre giorni di viaggio in corriera e tre giorni di cammino, necessari per raggiungere dalla sua comunità la prima fermata della corriera. Porta con sé un foglio su cui sono impresse le impronte digitali dei componenti della sua comunità, come garanzia della legalità della sua delega. Chiede di essere ricevuto ed ascoltato dai signori del Fondo: la sua gente è venuta a conoscenza della possibilità di usufruire di fondi per finanziare progetti di sviluppo e lotta alla povertà, ma sa anche che è necessario presentare un progetto formulato secondo i criteri del Fip e promosso da persone influenti. La comunità che lui rappresenta, tra le più povere del Perù, sa quali sono le priorità per alleviare la vita dura dell'altipiano; ha solo bisogno di un organismo idoneo che scriva, per loro conto, un progetto in linea con i requisiti e le formalità espressi dagli enti finanziatori.

Il Fondo Italo Peruano nasce dall'accordo di conversione del debito concessionale del Perù con l'Italia. È uno degli accordi di alleviamento del debito che il nostro Paese ha stipulato e il primo accordo di conversione in Sud America. Firmato il 10 ottobre 2001 ed entrato in vigore il 16 maggio 2002 con la firma del Regolamento attuativo, l'accordo prevede l'utilizzo dei fondi liberati dalle operazioni di conversione del debito, per finanziare progetti di sviluppo decisi congiuntamente dalle due parti. L'accordo, in sintesi, prevede l'accantonamento delle quote di ammortamento e relativi interessi maturati nel periodo in cui l'accordo è in vigore, tra ottobre 2001 e dicembre 2006, in un Fondo di controvalore in moneta nazionale. Il totale del debito convertito è finora pari a 116 milioni di dollari.

Le linee guida di riferimento sono delineate nel Programma italo-peruviano per lo sviluppo socio-economico e la protezione ambientale, mentre le aree di intervento seguono strettamente la mappa e l'indice di povertà redatto dal ministero dell'Economia e delle Finanze peruviano. L'accordo prevede che l'80% dei fondi sia destinato alle regioni particolarmente depresse nelle aree rurali e alle regioni con un indice di povertà superiore alla media nazionale, tra cui i dipartimenti di Loreto e Amazonas e i dipartimenti di Huanuco, Puno, Cajamarca, Apurimac, La Libertad, Junin, Huancavelica, Ancash, Lambayerque e Ayacucho. Il rimanente 20% è destinato a progetti di sviluppo nelle aree urbane più degradate nelle tre maggiori città del Perù: Lima, Arequipa e Cusco.

A dicembre 2002 sono stati resi noti i progetti approvati e in via di finanziamento per il primo anno di attività: dei 45 progetti finanziati (su un totale di 2490 proposte pervenute) ben 23 sono progetti presentati dal governo centrale attraverso vari ministeri, 12 i progetti finanziati ai governi locali (municipali, provinciali) e 10 alle ong (di cui 5 alle Caritas locali). Queste decisioni sembrano poco in linea con i parametri stabiliti dall'accordo, che sottolineano l'importanza di prediligere progetti locali ritagliati su misura sui bisogni della gente e ripartiti equamente tra i soggetti ammessi a richiederli.

La selezione dei progetti passa attraverso la burocrazia del Fip, che si avvale della presenza del Ministro dell'Economia peruviano, l'Ambasciatore italiano in Perù, un funzionario del ministero dell'Economia e delle Finanze, un rappresentante dell'Agenzia peruviana di cooperazione internazionale, un esperto della Direzione generale della Cooperazione allo sviluppo del ministero degli Esteri italiano, un portavoce dei governi locali e due rappresentanti degli organismi della società civile peruviana. Uno di loro è un leader delle organizzazioni indigene (il 47% della popolazione del Perù appartiene alle comunità indigene), l'altro è il presidente della Confindustria peruviana: una nomina che ha lasciato sconcertati gli operatori della società civile che hanno dichiarato di non sentirsi rappresentati.

Proprio l'obbligo di includere la società civile nelle decisioni strategiche sui progetti sembra causare le difficoltà maggiori all'interno del Fip e lo scorso 17 dicembre il rappresentante delle comunità indigene ha rassegnato le dimissioni a seguito dell'approvazione del primo troncone di progetti. La sua insoddisfazione deriva dalla scelta di favorire i progetti del governo centrale, aumentando così il divario tra le attività di cooperazione internazionale e le rea esigenze delle comunità locali.

Gli accordi di riconversione sono uno strumento fondamentale per alleviare il debito dei Paesi in via di sviluppo, ma non funzionano se la responsabilità progettuale e gestionale non viene condivisa con la società civile. Perché la lotta alla povertà non si realizza in prima linea costruendo strade, ma fornendo servizi essenziali e offrendo nuove concrete opportunità di riscatto. È cruciale che la società civile possa contribuire alla programmazione nazionale e monitorarne la corretta esecuzione a favore dei bisogni della gente e di una maggior partecipazione popolare alla gestione dei servizi sociali.

Pedro Quispe è stato fortunato: qualcuno gli ha suggerito una ong peruviana organizzata e sensibile, che è riuscita a farsi approvare il progetto di sviluppo fortemente voluto dalla comunità di Huancavilíca. Ma molte altre comunità poverissime non hanno ancora avuto la stessa opportunità di fare sentire la propria voce e partecipare, legittimamente, allo sviluppo del proprio Paese.

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