Diritti

Un F-35 sempre più a terra

Da oltre Atlantico arrivano notizie di riduzione del programma a seguito della nuova strategia di Difesa lanciata da Obama. Ma sono soprattutto i problemi di evoluzione tecnica a preoccupare il Pentagono che, secondo documenti interni, manderà i propri tecnici nella sede di assemblaggio dei caccia a Forth Worth.

Brutta settimana davvero per i fautori del programma Joint Strike Fighter, l’ormai famoso caccia d’attacco che tante proteste sta suscitando nel nostro paese. Dopo la montata di scudi per la cancellazione dell’acquisto creatasi in seguito alla rivelazione di Altreconomia sulla mancanza di "penali" in caso di uscita italiana in questa fase, da oltre Atlantico rimbalzano notizie di taglio al programma anche da parte degli Stati Uniti.

Una decisione che comporterebbe un ovvio contraccolpo agli acquisti del caccia anche al di fuori degli USA, con prevedibili allungamenti dei tempi di produzione e soprattutto dei costi. Che, come abbiamo già mostrato, non si stanno certo dimostrando i migliori possibili. In Italia il taglio è stato presentato solo dal punto di vista del programma JSF (proprio a causa delle polemiche degli ultimi giorni) ma in realtà quella che il presidente Obama e il Segretario della Difesa Panetta hanno presentato è un vero e proprio cambio di strategia per il Paese, con attenzione principale al teatro del Pacifico, corrispondente anche a riduzioni di spesa per la favolosa cifra di 450 miliardi in dieci anni.

I primi tagli predisposti da Panetta (un italo-americano precedentemente alla guida della CIA e ora capo del Pentagono) consisterebbero in circa 260 miliardi dollari di tagli per i prossimi cinque anni e saranno dettagliati durante la presentazione del Bilancio Federale al Congresso. Anche se, come detto, le proposte riguardano un programma di riduzinoe lungo un decennio, qualsiasi successiva amministrazione eletta potrà decidere di proporre un piano alternativo spesa al Congresso.
Allo stato attuale, il Pentagono spende 181 miliardi dollari ogni anno, quasi un terzo del suo budget di base, per il costo del personale militare: 107 miliardi di dollari per stipendi e indennità, 50 miliardi per l’assistenza sanitaria e infine 24 miliardi per pagare le pensioni. Una quota ancora minima se pensiamo che in italia il costo dedicato al personale è considerevolmente più alto.
La tendenza al taglio americano delle spese militari, oltre che strategica, è comunque inserita in un trend in discesa in corso da un anno e dovuto alla pessima congiuntura economica mondiale.

Tra i programmi d’armamento è comunque vero che l‘obiettivo principale dei tagli sia proprio il programma F-35 Joint Strike Fighter. Il Pentagono si prepara quindi a ristrutturare il programma guidato da Lockheed Martin per la terza volta in tre anni con il rinvio della produzione di oltre 120 aerei per risparmiare denaro e avere più tempo per lo sviluppo degli aeroplani. Tali modifiche al programma dovrebbero garantire risparmi al Dipartimento della Difesa di circa 15 miliardi di dollari nei bilanci dal 2013 fino al 2017. I dattagli dovrebbero essere inseriti nel piano di budget 2013 che verrà discusso dal Congresso a febbraio, secondo diverse fonti vicine alla pianificazione del più grande programma di armamenti del Pentagono.

Al centro del dibattito è anche se sia o meno necessario avere a disposizione caccia con capacità stealth avanzate o se le missioni previste potrebbero essere effettuate con il meno costoso F-16. Il vantaggio principale potenziale dell’F-35 è la sua capacità di eludere i sistemi radar, che lo rende difficile da abbattere; una caratteristica che è importante solo se gli Stati Uniti (e chi disporrà del caccia come l’Italia) prevedono una guerra con un altro Paese dalla tecnologia militare realmente avanzata. "Conterebbe qualcosa contro l’Iran, sarebbe molto importante controla Cina", ha dichiarato Michael E. O’Hanlon, analista presso la Brookings Institution. Ma per il resto si tratterebbe di un giocattolino molto costoso e nulla più.

Tutto ciò riguarda però solo i costi e, paradossalmente, non dovrebbe essere la cosa più preoccupante per i sostenitori della continuazione anche tricolore del programma. Perché i veri problemi riguardano soprattutto il controllo della parte di sviluppo e produzione, che sta pericolosamente deragliando e che ha già comportato un blocco dei pagamenti verso Lockheed Martin. E il Pentagono davvero è pronto a prendersi un ruolo più forte nella conduzione del programma, che non sia più solo quello di osservarne i progressi e dare indicazioni all’industria bensì quello di entrare nella stanza dei bottoni e dire quotidianamente a Lochkeed cosa deve fare e come muoversi.

Lo si evince da un documento dello scorso Agosto prodotto dal direttore della parte ingegneristica del Programma JSF. Nel documento si dice che la sfida da affrontare è quella di un più forte controllo da parte governativa del raggiungimento dei requisiti assegnati. In pratica rimettere il tutto in carreggiata a causa dopo la perdita di controllo di alcuni elementi del programma, come da tempo sottolineato da alcuni critici. Aggiungendo a questo una diapositiva del documento in cui si dice che il gruppo controllo di ignegneristico dovrà trasformarsi da uno che "supervisiona e riporta" ad uno che "si impegna direttamente e influenza" e diventa chiaro il cambio radicale di rotta. Che vuol dire in pratica "commissariamento" di Lochkeed Martin.

Tradizionalmente, il Governo USA per i programmi militarti controlla con i suoi tecnici ciò che un’azienda fa e relazione su cosa sta accadendo agli alti funzionari della Difesa e del Congresso di ciò che sta accadendo in termini di risultati. Ma queste diapositive sembrano indicare che il Joint Program Office del JSF invierà direttamente proprio personale a Fort Worth, dove ha sede il programma Lockheed Martin e dove gli aerei sono effettivamente assemblati, impegnandosi in una supervisione continua e in un intervento rapido sul campo e nel processo di progettazione.

Chissà cosa ne pensa di tutto questo chi vuole che la partecipazione italiana al programma continui. Commentatori, politici e analisti che, nonostante la bufera montata dopo che l’opinione pubblica si è accorta davvero della spesa folle prospettata, hanno continuato a sostenere la necessità per la nostra difesa e per la nostra industria (diffondendo anche numeri a dir poco inverosimili) ma che ora non possono più sostenere che il programma sia perfetto e senza problemi. Nemmeno se sono degli ammiragli da anni amici degli Stati Uniti che ora hanno sempre meno motivazioni per non andare a toccare, radicalmente e non solo di facciata, alcuni programmi definiti come "vacche sacre".

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