Diritti / Opinioni

Tubercolosi: nessuno deve rimanere indietro

Nel 2016 si sono ammalate 10,4 milioni di persone. I morti sono stati 1,7 milioni, per il 95% dei casi nei Paesi più poveri. La strategia dell’OMS. La rubrica di Luigi Montagnini

Tratto da Altreconomia 199 — Dicembre 2017
© Medecins Sans Frontieres (MSF

“Tu pria che l’erbe inaridisse il verno, / Da chiuso morbo combattuta e vinta, / Perivi, o tenerella. E non vedevi / Il fior degli anni tuoi”. Silvia di Leopardi, Bice di Verga, Mimì di Puccini o Satine di “Moulin Rouge”: sono tanti i nomi che, nel mondo delle arti, raccontano di vite piene di bellezza stroncate dalla tubercolosi (TB). Nel mondo reale la TB continua a uccidere. Il rapporto annuale dell’Organizzazione mondiale della Sanità (OMS) ci ricorda che lo scorso anno si sono ammalate di TB 10,4 milioni di persone e ne sono morte 1,7 milioni, tra le quali 250mila bambini. La TB è causata da un battere che colpisce prevalentemente i polmoni causando tosse, febbre, sudorazioni, perdita di peso e, nei casi più gravi, la morte. Come per altre malattie infettive, il microrganismo si trasmette attraverso i contatti umani, ma provoca la malattia solo quando il sistema immunitario si indebolisce, come nel caso di malnutrizione o di altre infezioni, soprattutto HIV. Per questo la quasi totalità dei morti (il 95%) si registra, ancora una volta, nei Paesi più poveri. Come per altre malattie infettive, la TB è però prevenibile e curabile: si stima che tra il 2000 e il 2016 siano state salvate nel mondo 53 milioni di persone attraverso programmi specifici di diagnosi e terapia.

15.000 è il numero stimato di pillole che deve assumere un paziente affetto da MDR-TB nell’arco di due anni.

Il rapporto “Out of Step” di MSF raccoglie i dati di un’analisi condotta in 29 Paesi sulle politiche sanitarie in tema di TB. Si stima che nel 2015 la TB non sia stata diagnosticata in 4 milioni di persone ammalate e meno del 25% delle forme di TB resistente ai farmaci sia stata riconosciuta e trattata come tale. Da diversi anni sono infatti noti casi di MDR-TB (multidrug-resistant TB) e di XDR-TB (extensively drug-resistant TB), cioè forme che non possono essere curate con le tradizionali associazioni di antibiotici che hanno perso parzialmente o completamente di efficacia. Anno dopo anno, si registrano sempre più casi di forme di MDR-TB.

Ci sono farmaci nuovi, più efficaci, ma solo parte delle persone che ne avrebbero bisogno vi hanno accesso. Secondo l’OMS, solo il 54% dei pazienti con MDR-TB e il 30% di quelli con XDR-TB sono curati in maniera appropriata. MSF stima che nel 2016 solo il 5 per cento delle persone che poteva trarre beneficio da due nuovi potenti farmaci li ha effettivamente ricevuti. Il costo dei nuovi farmaci e la loro registrazione sono solo due degli ostacoli per una vittoria sulla TB. Un altro sono i piani sanitari “conservatori”. Ha, infine, un peso rilevante anche la “compliance” dei pazienti, cioè l’adesione e la regolare assunzione della terapia. Le forme di malattia che rispondono ai farmaci tradizionali possono essere curate con l’assunzione di 4 medicinali per un periodo di 6 mesi. Il trattamento standard per una forma di MDR-TB prevede che le persone assumano una terapia di più farmaci per due anni, con pesanti effetti collaterali: debolezza, vertigini, orticaria, “formiche” agli arti, sindromi simil-influenzali, problemi di fegato. Come per altre malattie infettive, anche la TB si sconfigge insieme. Lo ha capito la WHO, con la “End TB Strategy” che si propone di diminuire le morti per TB del 90% e di ridurre i nuovi casi dell’80% entro il 2030. Lo slogan del “World TB Day” del 2017 è stato “Leave no one behind”, che significa rendere le cure accessibili per tutti e agire contro la discriminazione e la stigmatizzazione.

Un altro esempio è la partnership “Stop TB”, una realtà collettiva che agisce in più di 110 Paesi: raccoglie 1.600 partner (dalle Ong a programmi governativi, da agenzie di ricerca a società private). #StepUpForTB

Luigi Montagnini è un medico anestesista-rianimatore. Dopo aver vissuto a Varese, Londra e Genova, oggi vive e lavora ad Alessandria, presso l’ospedale pediatrico “Cesare Arrigo”. Da diversi anni collabora con Medici Senza Frontiere.

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