Economia

Trappola di cotone – Ae 72

Prezzi dell’ “oro bianco” ai minimi storici, petrolio alle stelle, sussidi agli agricoltori dei Paesi ricchi: una sciagura per i contadini del Mali. Quest’anno quel che guadagneranno servirà solo a pagare i debiti con le banche. E nella brousse sarà…

Tratto da Altreconomia 72 — Maggio 2006

Prezzi dell’ “oro bianco” ai minimi storici, petrolio alle stelle, sussidi agli agricoltori dei Paesi ricchi: una sciagura per i contadini del Mali. Quest’anno quel che guadagneranno servirà solo a pagare i debiti con le banche. E nella brousse sarà povertà assoluta

Yaya Sidibe potrebbe essere l’uomo più ricco di Sanzana, villaggio della brousse, nel Sud del Mali. Capanne tirate su in banco, poco più di mille abitanti, niente scuola, niente posto di salute, diciotto chilometri di pista dalla strada asfaltata che allaccia Bamako a Sikasso, le due città principali del Paese.

Solo le biciclette, fabbricate in Cina, percorrono con regolarità la pista di Sanzana: i mercanti le spingono tendendo i muscoli delle gambe e delle braccia. Trasportano così, ammucchiati

sul sellino, sacchi di riso, piccoli forni in metallo, scatole di sapone e pettini fin nelle savane più lontane.

In cambio avranno arachidi e gabbie di polli.

Questa è la terra fertile di uno dei più poveri fra i Paesi africani. Qui, a Sanzana, il cotone potrebbe crescere bene: e Yaya Sidibe, per sua sfortuna, ne ha coltivati ben dieci ettari. “È stato un anno di buone piogge -spiega, con lo sguardo immobile- ma i semi sono stati un disastro: non hanno reso niente. E il prezzo dei concimi e dei pesticidi è diventato insostenibile”.

Già, i prezzi del cotone sono crollati, quelli del petrolio sono diventati inaccessibili. Sono due linee divergenti e non occorre essere economisti per prevedere una catastrofe. Yaya Sidibe, oggi, è l’uomo più indebitato del suo villaggio: ha raccolto solo tre tonnellate di cotone nei suoi dieci ettari. Sperava di raccoglierne quattro volte tanto. E quest’anno non ci sono elezioni in Mali, quindi il governo non ripianerà il deficit della Compagnie Malienne pour le Developement du Texile (Cmdt).

A sua volta, la Compagnie, discussa e scassata società monopolista del cotone (al 70% ancora in mano allo Stato, al 30% di proprietà di Dagris, azienda francese dell’agribusiness), non sarà generosa: la Banca mondiale ha imposto un prezzo d’acquisto obbligato ai ministri maliani e Yaya Sidibe non vedrà più di 160 cefa (il franco dell’Africa occidentale: cambio fisso, occorrono 656 cefa per fare un euro) al chilo per il suo cotone. Il raccolto 2005 vale 50 cefa in meno al chilo

rispetto a quello dell’anno precedente. Sarà un anno di povertà assoluta per Sanzana. E per il Mali.

Kassim Coulibaly, commerciante e responsabile del Sycov, il sindacato dei cotonieri a Niana, grande villaggio a un’ora di macchina da Sikasso, tira fuori dal taschino della camicia un foglio a quadretti strappato da un quaderno di scuola e piegato in quattro. È un elenco di nomi e numeri e spiega, meglio di qualunque lezione universitaria, i meccanismi del mercato.

È il bilancio, a fine raccolta, della cooperativa di Sanzana. Yaya incasserà dal suo cotone poco più di mezzo milione di cefa, ma è un’illusione: ha debiti verso la banca (per l’acquisto dei concimi e dei fertilizzanti, forse contratti anche per un nuovo aratro, magari per un bue) per oltre un milione di cefa. Tutta la cooperativa dei contadini di Sanzana (venti soci, poco più di 35 ettari di campi a cotone) ha conti da fallimento rurale: debiti con la banca per quattro milioni e passa di cefa, una perdita secca, sull’ultimo raccolto, di un milione e settecentomila cefa. E questo in un Paese dove il salario medio di un operaio non va oltre i mille cefa al giorno, circa un euro e mezzo. Per i contadini di Sanzana, quest’anno l’oro bianco del Mali sarà una maledizione: dovranno vendere riserve di miglio o un bue se avranno bisogno di una medicina, se dovranno pagare le tasse o se vorranno comprare un paio di ciabatte al mercato (un lusso che non si concederanno). I figli non andranno a scuola e si può solo sperare che vi sia cibo a sufficienza per arrivare alla stagione dei nuovi raccolti. Benvenuti nel mercato internazionale del cotone: queste sono le sue leggi, le sue regole. Bisogna venire nel sud del Mali, ai confini con la Costa d’Avorio, per scorgere l’invisibile: qui, nella nebbia di polvere della savana, si può afferrare uno dei due capi del filo che annoda, come un cappio, le decisioni che si prendono nelle sale della Banca mondiale o del Fondo monetario internazionale alla vita quotidiana di un miserabile villaggio della brousse in Africa Occidentale.

“Il cotone è una trappola -mi aveva spiegato, a Bamako, Ibrahim Coulibaly, uno dei leader più spavaldi dell’Aopp, associazione di contadini dell’Africa Occidentale-. La sua coltura esaurisce

i terreni e illude i coltivatori: sperano di guadagnare qualche soldo e, invece, si trovano solo sommersi dai debiti”.

Il cerchio economico del cotone in Mali (e in Africa Occidentale) è perverso: il suo prezzo sui mercati internazionali  è una curva in picchiata da anni. I contadini maliani (1% della produzione mondiale, dodicesimo produttore al mondo) ignorano che gli gnomi di una società inglese, la Cotlook, con sede a Liverpool, ogni giorno decidono il loro destino: i calcoli di questi contabili in gessato grigio sono l’indice di riferimento per ogni trattativa sul prezzo del cotone. E chi glielo spiega a un contadino maliano, con la sua zappa lunga meno di mezzo metro appesa a una spalla, che il suo cotone, sul mercato internazionale (la Cotlook si basa sui prezzi di quindici grandi centri di contrattazione), va a rotoli perché 27 mila produttori statunitensi (e poche migliaia di greci e spagnoli) ricevono contributi pubblici per quasi 230 dollari per mezzo ettaro

di terreno? Una sovvenzione quasi pari al reddito medio annuo di Yaya Sidibe. Come riuscirebbe a capire Sidi Songo (lui, a Sanzana, coltiva un solo un ettaro) o Louis Traorè (un ettaro e mezzo a Bassabougou, villaggio a Nord di Bamako) se sapesse che ogni farmer americano riceve, in media, più di 130 mila dollari di aiuto pubblico per produrre cotone, mentre loro non hanno in tasca nemmeno 200 cefa (meno di trenta centesimi di euro) per una visita medica?

Sono i grandi produttori Usa a ricevere la maggior parte degli aiuti del loro governo. Il 10% delle imprese cotoniere americane riceve il 73% dei sussidi. Che in totale sfiorano i 4 miliardi di dollari.

“La regola d’oro di ogni regola dovrebbe essere il suo rispetto -dice con un sorriso amaro Amadou Sow, agronomo, direttore regionale della Cmdt a Koutjala, il più grande centro cotoniero del Mali e dell’Africa Occidentale-. Gli Stati Uniti barano: sanno che il nostro cotone è migliore, meriterebbe un prezzo più alto, ma loro non amano il mercato, sovvenzionano i loro produttori e truccano le carte del gioco”. 27 mila coltivatori Usa contro oltre dieci milioni di contadini africani. Una ricerca economica, commissionata nel 2003 dai governi di Benin, Ciad, Burkina Faso e Mali, sosteneva che, senza sussidi Usa, il prezzo mondiale del cotone, allora ben più alto di quello attuale, sarebbe salito almeno del 15%.

Adama Sonogo ha 60 anni, un solo dente, quattro mogli e 21 figli. “Quindici sono ancora vivi”, precisa. È le chef del mercato del cotone del villaggio di Dougouba, venti chilometri

dalla città di Koutjala. Alla fine di gennaio nessun camion della Cmdt si era ancora spinto fino al deposito (un quadrato di muretti di fango, il varco protetto da una difesa di rami spinosi) dove i contadini hanno sistemato il cotone raccolto da almeno tre mesi. I ragazzi sollevano una balla dopo l’altra. Adama è analfabeta: l’impronta del suo dito indice è stampigliata su un piccolo foglietto, la “ricevuta” della banca dopo che il suo cotone è stato pesato. Sono tutte uguali le storie dei contadini in Mali: Adama ha coltivato tre ettari di terreno, ha raccolto poco più di due tonnellate di cotone.

Ha dovuto comprare quattro sacchi fra fertilizzanti e urea. Adama sarà pure analfabeta (come l’80% dei maliani), ma i suoi conti li sa fare: ha quasi 300 mila cefa di debiti con la banca, incasserà (quando i camion arriveranno a ritirare il cotone e quando la Cmdt pagherà) poco più di 340 mila cefa dalla vendita del cotone. La banca si tratterrà i soldi del suo credito più l’interesse del 10%. Fra qualche mese, Adama si ritroverà in tasca meno di 40 mila cefa: circa 60 euro. Per dieci mesi di lavoro nei campi. Con sei persone della sua famiglia chine, per tutto questo tempo, a zappare, ad arare, ad avvelenarsi i polmoni spandendo pesticidi per raccogliere, poi, uno a uno, migliaia di fiocchi di cotone. “Ne valeva la pena? -chiede Adama-. Oggi ho dovuto vendere il miglio per comprare un chilo di sale. Mangeremo una volta al giorno per far durare la riserva dei cereali. E il matrimonio di mio figlio è rinviato: non avrà mai i soldi necessari a pagare la dote”. 

È più fortunato Adama o Mamadou? Mamadou è giovane, ha lasciato il villaggio, è venuto in città, a Koutjala, la città industriale del Mali, cinque fabbriche per la trasformazione del cotone grezzo in fibra. Mamadou lavora nella più grande di queste fabbriche. Controlla le macchine che “sgranano”

il cotone. Sono impianti vecchi e rumorosi che dividono i semi dai fiocchi: giravolte di tubi aspirano il cotone dai camion e Mamadou controlla che non vi siano intoppi. Per otto ore

al giorno sta davanti a una macchina costruita quarant’anni fa in Pennsylvania. A sera è rintronato. Andiamo a mangiare a una bancarella al mercato. Dove un piatto di pesce essiccato

e una ciotola di patate costa oltre mille cefa. “È più del mio salario di un giorno -mi dice Mamadou-. Cibo da patron.

Io sono venuto via dal villaggio per non mangiare più polenta e in città continuo a mangiare polenta”.

Il Mali esporta tutta la sua produzione di cotone (solo 2 mila tonnellate rimangono nel Paese). Camion immensi aspettano nei piazzali delle fabbriche di Koutjala che le balle siano confezionate per trasportarle duemila chilometri più a Sud, ad Abidjan, sull’Oceano Atlantico. In questi anni, ai costi di produzione si sono aggiunte le tangenti per i ribelli che controllano il Nord della Costa d’Avorio e per le tasche rapaci dei gendarmi che sbarrano le vie del Sud di quel Paese.

Un anno dopo la sua raccolta, il cotone di Adama potrebbe rivedere i campi dove è stato coltivato: il 66% della fibra grezza che esce dalle macchine azionate da Mamadou finisce nelle filature del SudEst asiatico e dalla Cina, dal Vietnam, dalla Tailandia, in un assurdo cammino a ritroso, arrivano le magliette, con su l’immagine di Zidane o Del Piero, che si trovano nei mercati della savana maliana.

Franc Merceron è svizzero. Vive in Mali da vent’anni. Lavora sul cotone per Helvetas, una ong elvetica. Ha gli occhi del sognatore e la durezza di un uomo che vuol essere concreto. “Non faccio altro che andare a riunioni sulla lotta contro la povertà -dice mentre il sole tramonta sul fiume Niger-. Poi gli esperti di quegli stessi Paesi donatori cambiano stanza, giacchetta e linguaggio e impongono al governo, in nome di un mercato falsato, di pagare ai contadini un prezzo troppo basso per il cotone. Chi è che condanna alla povertà, dunque? Dovremmo smetterla di essere ipocriti”.

L’ipocrisia non è una categoria economica: a Hong-Kong, lo scorso dicembre, al vertice del Wto, nessun impegno preciso (cioè: con scadenze e procedure) per l’eliminazione dei sussidi Usa al cotone. Il matrimonio del figlio di Adama non potrà essere fissato nemmeno per l’anno prossimo.

Il cotone è davvero un nodo scorsoio: “È necessario coltivarlo perché è il solo bene che abbiamo -spiega Soloba Mandy, responsabile della cooperativa cotoniera di Sougoulou, a Nord di Bamako-. Le banche ti concedono crediti solo se produci cotone. E i soldi ti servono per acquistare i fertilizzanti.

Senza non potresti seminare nemmeno il miglio. E senza miglio sei condannato a morire”.

A Bassabougou, Louis Traorè, per due mesi, ogni mattina, usciva dalla corte della sua casa e guardava verso le piste: aspettava il camion della Cmdt. Aspettava, con timore, anche gli uomini delle tasse: come ogni anno ci sono da pagare troppi soldi. 1.500 cefa a persona per tutti coloro che hanno più di 14 anni: una sorta di imposta sull’esistenza. “Se il camion non arriva, non avremo l’argent. Saremo costretti a vendere una capra per pagare”, dice Louis.

E sa di mentire a se stesso: anche se la Cmdt ritirerà il cotone, passeranno mesi prima di essere pagati.

Le storie della brousse sono monotone, non meritano articoli sui giornali. Gaston Traorè ha forse 82 anni ed è il membro più anziano della cooperativa di Bassabougou. Mi invita a sedere all’ombra di un albero di nim, con un gesto mi offre una ciotola d’acqua, un pollo razzola fra i miei piedi, le donne pestano il miglio. Gaston ha la saggezza rassegnata dell’età: “Ringraziamo Dio di avere cibo per oggi. Lavoriamo per poter mangiare anche stasera. Un giorno dopo l’altro.

Fino alla morte. Fino a quando Dio vorrà”. Gaston non sa (o forse sì, ma non lo rivelerebbe mai a uno straniero) che il mercato internazionale, arrivato fino alle porte di fango della sua capanna, è sfuggito al controllo di Dio.

Una ciotola piena di debiti

Gli Stati Uniti, nel 2004, hanno prodotto 4 milioni e mezzo di tonnellate di cotone (il Mali 243 mila) e il loro valore  sul mercato è stato pari alle sovvenzioni ricevute dai grandi farmer. Mentre il Mali

si è ritrovato con un debito di 30 miliardi di dollari addosso: in quello stesso anno, infatti, i contadini maliani incassavano 210 cefa per un chilo del loro cotone.

Era un prezzo “fuori mercato” e la Banca mondiale si precipitò a Bamako minacciando di sospendere ogni credito al Paese se il governo avesse continuato a pagare una cifra così alta. Una trattativa senza storia: il Mali si è indebitato per pagare i raccolti del 2004, ma ha dovuto cedere al diktat dei banchieri di Washington per il 2005. Negli stessi mesi in cui il cotone diventava uno dei simboli delle distorsioni del commercio internazionale, la sua storia reale era la cronaca di una miseria silenziosa: i contadini, quest’anno, hanno lavorato per nulla, i loro costi di produzione sono ben più alti di quanto incasseranno. Hanno solo debiti nella ciotola della loro polenta.

Ma il Mali deve continuare a produrre cotone: è la vita di tre milioni e mezzo di maliani, l’8% del Pil, dal 30 al 45% delle sue esportazioni, il suo ciclo produttivo è legato a filo doppio (per rotazioni colturali, per l’uso dei concimi e dei fertilizzati) a quello dei cereali indispensabili alla sopravvivenza di dieci milioni di maliani.

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