Ambiente / Attualità

Tra colonie e alberghi abbandonati, la mappa della montagna “ferita”

Da Udine a Cosenza, Legambiente ha censito 66 edifici fatiscenti in quota: un problema da affrontare in tempi brevi e attraverso progetti di largo respiro per riqualificare gli spazi non più utilizzati. Per evitare nuovo consumo di suolo

La colonia “Sciesopoli” nel comune di Selvino (BG) venne inaugurata nel 1933 e fino agli anni Ottanta ospitava una colonia estiva. Il sito si estende su una superficie di 29mila metri quadri, l'edificio di quattro piani è stato saccheggiato e vandalizzato © Marco Cavallarin, CC BY 3.0 via Wikimedia Commons

Nel Comune friulano di Forni di Sopra (Udine) sorgono i resti di un imponente complesso edilizio composto da un edificio ad arco lungo circa cento metri (di cui rimane solo lo scheletro in cemento armato) e un prototipo di un’abitazione singola. Avrebbe dovuto essere una residenza turistico alberghiera, commissionata da una società di Londra nel 1964: i lavori furono però interrotti pochi anni dopo a causa del fallimento dell’impresa. A Chiesa Valmalenco, in provincia di Sondrio, un ex albergo-rifugio giace in stato di abbandono da diversi anni insieme a una piccola teleferica: il progetto era stato concepito negli anni Settanta, quando ancora si pensava di poter praticare lo sci estivo sul ghiacciaio dello Scerscen, per accogliere i turisti. Nel Comune di Primiero-San Martino di Castrozza (Trento) si trovano i resti di tre imponenti edifici abbandonati: una caserma della Guardia di finanza nei pressi del Passo Rolle e tre ex colonie estive chiuse ormai da anni e in cattivo stato di manutenzione. “Sono davvero tante queste strutture, più di quanto si possa immaginare, ma non si tratta di antichi borghi disabitati. Sono edifici di dimensioni medie o grandi, per lo più legati all’industria dello sci anche se non esclusivamente”, si legge nella prefazione del reportAbitare la montagna nel post Covid-19” pubblicato da Legambiente ad aprile.

Un inedito lavoro che ha censito 66 edifici fatiscenti disseminati lungo tutto l’arco alpino ma che coinvolge anche diverse zone dell’Appennino e persino Regioni come la Sicilia, con località come il Comune palermitano di Piano Zucchi, meta di turismo invernale degli anni Ottanta, e la Calabria dove, in provincia di Cosenza si trova il rifugio Monte Curcio che in passato ospitava centinaia di sciatori e turisti che amavano salire in vetta anche per gustare una cioccolata calda ammirando l’altopiano innevato.

Buona parte delle strutture censite sono ex alberghi, complessi residenziali o strutture ricettive costruite tra gli anni Sessanta e Settanta e dedicate alle “settimane bianche”. Luoghi che per qualche tempo hanno registrato il tutto esaurito e buoni flussi turistici come il comprensorio multifunzionale di Viola St Grée (Cuneo) che occupa una superficie di 30mila metri quadrati, offrendo tutti i servizi per lo sci e il divertimento, e che nel 1981 ha ospitato i mondiali. La struttura è abbandonata dagli anni Novanta e Legambiente calcola che servano 25 milioni di euro per ristrutturarla. Un simile ecomostro sorge in provincia di Torino, all’Alpe Bianca: negli anni Ottanta iniziò la costruzione di un imponente albergo e di appartamenti che rimasero poi invenduti. Si tratta di un fenomeno che non riguarda solo le Alpi: a Campo Nevada (AQ) sorge infatti un complesso di circa 30mila metri quadrati la cui costruzione è stata avviata al termine degli anni Sessanta. Il progetto, scrive Legambiente, era inserito all’interno di uno più ampio per la fornitura di servizi a due impianti di risalita, dopo cinquant’anni in alcuni punti le fondamenta hanno ceduto e durante la stagione estiva la struttura funge da riparo per gli animali al pascolo.

Secondo Legambiente le cause di abbandono di hotel e strutture ricettive “possono essere riconducibili al cambiamento della domanda turistica per assenza di neve, o alla necessità di ingenti reinvestimenti di ammodernamento, mancati adeguamenti tecnici o più semplicemente a scelte imponderate rispetto ai flussi turistici, se non a speculazioni di basso cabotaggio”. Ma nell’elenco figurano anche strutture usate in passato per scopi diversi e che -una volta cessato il bisogno per cui erano state costruite- sono state poi abbandonate e lasciate all’incuria, senza una reale prospettiva. È il caso, ad esempio, delle colonie o delle caserme di confine. Oltre a quella di Primiero, Legambiente ha mappato diverse grandi caserme in provincia di Udine (caserma Fantine e Bertolotti di Pontebba, Zucchi a Chiusaforte) abbandonate dopo il ritiro dei battaglioni di alpini lì stanziati. Ci sono poi le caserme austro-ungariche della Piana delle Viote sul Monte Bondone (Trento): si tratta di edifici di interesse storico, restaurati alla fine degli anni Ottanta per diventare sede del Centro di ecologia alpina, ma il complesso è abbandonato dal 2008 “a parte sporadici usi per ospitare richiedenti asilo o gruppi in quarantena in alcuni momenti della pandemia -scrive Legambiente-. La Provincia di Trento che ne è proprietaria ha cercato, senza successo, partner privati per trasformare il complesso in un resort di lusso e attualmente, nonostante numerose sollecitazioni, non sembra ci siano progetti per il riutilizzo”.

Ci sono infine le ex colonie, costruite a partire dagli anni Trenta in diverse località montane (e non solo) per ospitare i figli dei dipendenti pubblici, delle Ferrovie dello Stato, dei dipendenti di alcune fabbriche e garantire loro la possibilità di trascorrere qualche giorno lontano dalle città nei mesi estivi: Legambiente ha censito diverse strutture in provincia di Genova, Bergamo, Brescia, Varese, Lecco, Trento e Udine. Si tratta di luoghi di dimensioni medio-grandi e che in molti casi sono in condizioni fatiscenti.

“Siamo in presenza di un edificato per lo più legato al boom economico del dopoguerra, la punta di un iceberg, in costante crescita tanto che per alcune situazioni rischia di diventare un fenomeno esplosivo -scrive Legambiente-. Un problema da affrontare in tempi brevi e attraverso progetti di largo respiro, anche ponendo un freno alle speculazioni senza prospettive reali, nate unicamente in conseguenza dei generosi contributi alle ristrutturazioni”. Occorre quindi una strategia complessiva, da declinare in base alle reali necessità delle comunità che abitano i diversi territori, mettendo in atto risposte caso per caso che possono andare dal riuso innovativo degli spazi che possono essere recuperati alla demolizione. “Non va dimenticato -conclude il report– che per un mercato immobiliare post Covid-19, rinvigoritosi nelle aree montane, c’è sempre il rischio di una ripresa consistente del consumo di suolo, che invece dovrebbe essere azzerato, privilegiando la riqualificazione e il riuso del costruito”.

La pandemia e la possibilità per una fascia relativamente ampia di lavoratori di poter svolgere le proprie mansioni in modalità “smart” stanno portando un cambiamento nella modalità di gestione delle seconde case, scrive l’associazione. Un cambiamento che, se adeguatamente incanalato, può influire positivamente su alcune dinamiche sociali ed economiche. Basti pensare al fenomeno delle seconde case (solitamente sfruttate solo per alcuni giorni l’anno) e agli oltre 14mila edifici non utilizzati presenti nei 333 Comuni analizzati nel rapporto di Legambiente.

“La rigenerazione del patrimonio edilizio dismesso o sottoutilizzato può diventare un tassello fondamentale per una strategia su vasta scala per una nuova abitabilità del territorio, al fine di creare l’infrastruttura ed il supporto fisico per attività strategiche ed innovative: rilancio e innovazione dell’agricoltura di montagna, sviluppo di strategie energetiche innovative, potenziamento dei servizi di prossimità, gemmazione di centri per la cultura e per la socialità -scrivono Cristian Dallere, Roberto Dini, Matteo Tempestini del Politecnico di Torino nella conclusione del report-. Ciò può incentivare nuove forme di abitabilità che possono essere considerate un arricchimento per le comunità locali, dando vita ad un processo di destagionalizzazione e di diversificazione negli usi del territorio”.

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