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Tiziana vivrà per sempre

Secondo l’associazione "Tiziana Vive" -che vede anche Ae tra i promotori-, contro la violenza sulle donne servono prevenzione e assistenza psicologica. Per questo, ha dato vita a uno sportello, nato a Landriano dopo il femminicidio che ha coinvolto Tiziana. Era la sorella di Damiano Rizzi, che per Altreconomia edizioni ha scritto "La guerra a casa"

Tratto da Altreconomia 164 — Ottobre 2014

Landriano è una piccola cittadina di 7mila abitanti in provincia di Pavia. La Casa della Salute “Rita Levi Montalcini” è una ex scuola elementare che il Comune ha ristrutturato, e dove ora hanno il loro studio i medici di base e i pediatri del servizio pubblico.
L’unica realtà “privata” è questo studio, dove incontro Federica Papetti e Sara Pasetti. Entrambe sono psicologhe e psicoterapeute, e quello che conducono qui dalla fine del 2013 è l’ambulatorio di consulenza psicologica creato dall’associazione “Tiziana Vive Onlus”.

La bella storia di “Tiziana Vive” comincia nel peggiore dei modi, sempre qui, a Landriano. Tiziana è una giovane donna di 36 anni, con un figlio di 2 anni e mezzo, che nel luglio 2013 viene uccisa dal marito. Per le cronache, quello di Tiziana è uno dei 134 casi di femminicidio dello scorso anno, in Italia.
Gli amici e la famiglia di Tiziana decidono di rispondere al dramma con un gesto di vita, e per questo fondano l’associazione. Oggi “Tiziana Vive” è una rete di cui fanno parte le organizzazioni Soleterre, Pangea, Amici dei bambini, “L’Isola che non c’è” e noi di Altreconomia. Realtà unite da progetti e attività culturali volte a prevenire e contrastare la violenza nei confronti di donne e bambini in Italia e nel mondo. “Tiziana Vive” (www.tizianavive.org) oggi può contare su 10 psicoterapeuti, 5 legali, 2 case di protezione, uno sportello antiviolenza on-line. E questo ambulatorio, che si chiama “Ascoltare la vita”.
“In tema di violenza domestica sappiamo che il ‘sommerso’ è incredibile -spiega la dottoressa Papetti-. Purtroppo, sono poche le donne che maturano la consapevolezza prima, e la motivazione poi per uscire dalla propria condizione. Per questo motivo abbiamo chiesto di aprire il nostro ambulatorio qui, tra gli altri studi medici. Le ricerche dicono che il 70% delle donne maltrattate fatica a recarsi in uno sportello antiviolenza isolato e riconoscibile come tale. Noi volevamo essere accessibili con facilità, senza stigma, per lavorare sulla prevenzione e sull’individuazione precoce di situazioni a rischio. È dimostrato da numerosi studi in letteratura e da altre esperienze simili alla nostra soprattutto in ambito europeo che essere presenti dove ci sono già altri medici funziona”.

Il modello psicologico è quello dell’accoglienza per tutti quelli che credono di aver bisogno di un confronto con un esperto. “Abbiamo scelto di accogliere l’individuo, la famiglia che ha un disagio e tradurlo, definirlo. Se è il caso inviamo ad altre agenzie del territorio con cui poi collaboriamo in rete per costruire un intervento multispecialistico. I medici della ‘Casa’ sanno che siamo un punto di riferimento, e spesso ci indicano ai loro pazienti”.
Fuori non c’è scritto “sportello anti-violenza”. All’ambulatorio si presentano individui, famiglie e professionisti (insegnanti, educatori…) con domande e disagi spesso complessi ed eterogenei (uomini depressi per il licenziamento, coppie che litigano): “La prevenzione sta nel rispondere subito, e per questo l’accesso qui è libero per 6 ore la settimana, ma puntiamo a raddoppiare. Il nostro punto di forza sta nella celerità: diamo un appuntamento al massimo entro una settimana. Qui transitano tante persone, la nostra porta è aperta. Incontriamo un’utenza che ha molte domande, ma non sa se ci sono risposte”.
All’ambulatorio si rivolgono soprattutto donne, l’eta media è 39 anni. La problematica più diffusa è la depressione, a volte a seguito di un licenziamento. L’incontro con casi di violenza scaturisce dopo. “Un pediatra ci ha inviato la mamma di un bimbo di 4 anni che non voleva più parlare. Dialogando con la donna, abbiamo scoperto che la causa del silenzio era stata una violenza perpetrata dal papà sulla mamma”.
Dieci sono stati i casi riguardanti vera e propria violenza. “A volte la perdita di ‘potere di fare’ è molto significativa per gli uomini, mentre per le donne il problema è soprattutto un pregiudizio relazionale. Qualcosa che le spinge a sentirsi incapaci di uscire dalla loro situazione di soprusi. Non lavoriamo sulle emergenze, anche se ci siamo attrezzate per attivare immediatamente una rete: il contatto con le forze dell’ordine, l’invio in case protette. Perché la verità è che la violenza va intesa in senso più ampio, psicologico, che magari si prolunga per anni e lascia segni per tutta la vita”. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) il femminicidio è la prima causa di morte per le donne di tutto il mondo tra i 17 e i 44 anni. In Italia viene uccisa una donna ogni 3 giorni. Ma gli episodi che finiscono in cronaca sono solo la punta dell’iceberg di un fenomeno diffusissimo, che riguarda oltre un terzo delle donne, nel mondo e in Italia. È un errore identificare la violenza in un fatto eclatante. “Nel caso della violenza, il tema preponderante è la consapevolezza. Qui spesso ‘sveliamo’ alle donne che esiste una realtà diversa, dove gli uomini non prevaricano o maltrattano. Che la violenza non è normale. Molte dicono ancora: era colpa mia, anche io ero responsabile. In realtà sappiamo che anche i casi più clamorosi scattano da piccole cose, da un accumulo per cui la violenza è solo il risultato di una storia. Non credo nella narrazione del ‘raptus’. Gli atti sono esiti di conflittualità, disturbi e disagi repressi”. Secondo la società italiana di psichiatria, infatti, solo il 3,6% degli uomini che hanno ucciso una donna erano portatori di malattia mentale. “Si tratta anche di una impronta culturale dura da rimuovere. E che riguarda anche la comunità dove certi fatti avvengono. Comunità che di fronte a episodi come quello che ha colpito Landriano spesso attuano meccanismi difensivi, cercando cause plausibili nel comportamento della vittima. Un modo per dirsi: ‘A me non può accadere’”.

Da quando è nata, Tiziana Vive ha già salvato da situazioni di violenza 3 ragazze, che grazie all’intervento dell’associazione hanno lasciato il marito violento.
Ma questo non l’unico, straordinario atto di vita scaturito dalla morte di Tiziana.
Damiano Rizzi è presidente della ong Soleterre (www.soleterre.org) e una delle anime di “Tiziana Vive”. Damiano era fratello di Tiziana. “Abbiamo scelto di fondare un’associazione culturale, per lavorare sulle condizioni che portano a un numero di femminicidi così alto in Italia”, spiega. “Dopo la morte di mia sorella mi sono ritrovato senza risposte: le ho cercate, annullando preconcetti e pregiudizi. Abbiamo studiato il fenomeno e oggi possiamo dire che la violenza domestica -e il femminicidio, che ne è l’espressione estrema- ha molto a che fare con la cultura e l’apprendimento di dinamiche comportamentali. Sappiamo che la violenza può annidarsi ovunque, anche dove non ce lo aspettiamo, anche in contesti che somigliano a quelli in cui viviamo.
Non mi bastava, non ci bastava parlare di un dramma privato. Abbiamo voluto che quella morte si trasformasse in qualcosa di positivo, e per questo abbiamo coinvolto le altre organizzazioni. Amici dei bambini (www.aibi.it) aveva già affrontato il tema dell’accoglienza, L’isola che non c’è (www.lisolachenonce-peschieraborromeo.it) l’aspetto legale. Pangea (www.pangeaonlus.org) è una realtà con grande esperienza: ho chiamato loro il giorno dell’omicidio di Tiziana. Infine Altreconomia (www.altreconomia.it), che ha un pubblico capace di affrontare e capire concetti e problematiche complesse. E questo non è scontato”. L’adesione a Tiziana Vive è aperta a individui ed enti.
Da questa esperienza privata, per Damiano è scaturita l’esigenza di scrivere un libro, che si chiama “La guerra a casa” e che abbiamo pubblicato noi di Altreconomia (vedi box). È un testo emozionante, uno dei più belli su cui abbiamo lavorato. Un libro sulla violenza: quella delle guerre del mondo in cui è intervenuto, quella dentro di noi, ovvero nella nostra anima, e nelle nostre vite, nelle nostre giornate.
Parte da quella mattina, in cui -lontano da casa- riceve la telefonata di sua madre che gli dice dell’assassinio di Tiziana. Damiano racconta a sua sorella delle guerre che ha visto, le dà del tu. “Alla mia famiglia non ho mai raccontato i viaggi che ho fatto. La bellezza, l’orrore. La guerra, la morte, la vita, la speranza. Né a mia madre Anna Maria, né a mio padre Francesco e nemmeno a Tiziana, mia sorella. Voi dicevate ‘Dove scappi? La vita è tutta qui, avere una famiglia, fare dei figli’. Non credo sia solo così. Io prima di tornare da voi, voglio raccontare loro il mio viaggio nelle guerre. Soprattutto a Tiziana”.

Damiano è stato nella ex Jugoslavia, in Sierra Leone, nella Repubblica democratica del Congo e nella Repubblica Centrafricana, in Kosovo e infine in Ucraina. Viaggi che sono documentati anche nelle foto che compaiono nel libro. Ovunque ha portato il supporto della sua organizzazione, in particolare nei confronti dei bambini: “Abbiamo fondato Soleterre per rimediare a un’ingiustizia” scrive. In dieci anni, l’organizzazione ha ristrutturato 25 scuole per 30mila studenti, allestito 4 reparti ospedalieri e 2 sale operatorie per curare 15mila bambini. Ha accompagnato in attività di lotta all’emarginazione e prevenzione della violenza 3mila giovani, creato 8 cooperative e dato lavoro a mille donne indigenti. Ha aperto a Milano un centro che ha dato sostegno legale, psicologico e di orientamento al lavoro a più di 700 cittadini migranti e alle loro famiglie.
Poi arriva il giorno in cui la guerra ti arriva in casa: “È definitivo -scrive-. Il punto di rottura tra il bene del mondo e il bene personale, una cesura, una faglia, una ferita insanabile tra pubblico e privato. Tra gli sconosciuti cui dedico gran parte della mia vita e chi ha con me un legame di sangue”. Nel dramma c’è la disperata ricerca di mantenere umanità, sua e dei suoi familiari. “Altrimenti l’assassino ucciderà anche noi”, scrive. Anche quando si scontra con la disumanità del sistema, dei professionisti. Come quando il medico legale, prima ancora di relazionare sulla morte di Tiziana, chiede i dati per la fatturazione. O quando l’assistente del giudice, in tribunale, gli si rivolge chiedendogli chi è, mentre a pochi passi c’è l’assassino della sorella. Oppure quando l’avvocato gli intima di “non fare la vittima”. “Ma io sono la vittima -scrive-. Mia sorella è morta, non c’è più, ma le vittime sono anche quelle che rimangono”.

La copertina del libro è un disegno di Vauro (che firma un intervento nel volume, la cui prefazione è di Serena Dandini): una farfalla inchiodata. È anche il logo dell’associazione. Spiega Damiano: “Don Tonino Bello ha scritto che ‘si appendono le croci in casa e nelle scuole, ma la croce la capisci solo quando il chiodo si infila nel tuo cuore’. Mi sentivo così. Un chiodo era entrato nel mio cuore. Fa molto male”. Per questo, la farfalla non è casuale. “Nelle guerre si uccide l’anima. Si inchioda l’orrore. La guerra che abbiamo in casa non è diversa […]. La risposta deve essere un atto esponenziale d’amore, affermativo, che sottolinea la vita. Se non comprendi il male, del resto, non lo puoi contenere né modificare in altro. Hai due possibilità. O tutto cade, o tutto brilla”. —

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