Economia / Attualità

Industria tessile e diritti dei lavoratori: il caso di UNIQLO, oltre l’immagine

Il marchio giapponese (19 miliardi di euro di ricavi nel mondo) rivendica una filosofia aziendale “unica nel suo genere”. In realtà, come denuncia la Clean Clothes Campaign insieme ai lavoratori indonesiani della fabbrica Jaba Garmindo, la casa di produzione avrebbe violato il “Codice di Condotta” della Fair Labor Association e i suoi “Principi del lavoro equo e della fornitura responsabile”. Ecco perché

Il brand giapponese del fast fashion UNIQLO, 19 miliardi di euro di fatturato nel mondo, è arrivato a Milano a metà settembre 2019, aprendo il primo store italiano nella centralissima piazza Cordusio. Ha portato nel nostro Paese la propria filosofia, che definisce LifeWear: secondo i comunicati aziendali sarebbe “unica nel suo genere”, perché composto da “un design eccellente e ragionato, abbinato alle tecniche di produzione più innovative”, che crea “capi d’abbigliamento al contempo economici e di alta qualità, per soddisfare i bisogni quotidiani e adattarsi al lifestyle di ognuno”. 

Oltre la retorica, per il gruppo -che può spendere l’immagine del campione del tennis Roger Federer come Global Brand Ambassador– c’è però la denuncia che la Clean Clothes Campaign ha presentato contro UNIQLO alla Fair Labor Association (FLA), insieme ai lavoratori indonesiani della fabbrica Jaba Garmindo. 
L’atto è indirizzato a Fast Retailing, società madre del marchio UNIQLO, che nell’ultimo anno fiscale (chiuso ad agosto 2019) ha registrato ricavi ed utili record, per la violazione del “Codice di Condotta” della FLA e dei suoi “Principi del lavoro equo e della fornitura responsabile”, concepito per garantire “un trattamento rispettoso ed etico dei lavoratori” e per “promuovere condizioni sostenibili” nell’industria tessile.

I fatti contestati dalla Campagna Abiti Puliti risalgono all’aprile 2015, quando due stabilimenti indonesiani -a Cikupa e Majalengka- chiudono i battenti in modo improvviso senza pagare ai loro operai, per lo più donne, le indennità di licenziamento obbligatorie per legge e diversi mesi di salario. 
Le chiusure sono avvenute dopo la bancarotta causata dal ritiro delle commesse da parte dei principali acquirenti, in particolare UNIQLO. “Migliaia di lavoratrici e lavoratori della Jaba Garmindo non sapevano nemmeno ci fossero dei problemi: hanno scoperto della bancarotta e della chiusura soltanto attraverso le inchieste della stampa”, denuncia Clean Clothes Campaign (CCC).
Secondo alcuni documenti ottenuti dai lavoratori, UNIQLO e la società tedesca s. Oliver erano gli acquirenti più significativi negli anni precedenti alla chiusura: oltre il 50% del volume di produzione della fabbrica nel 2014 era su loro commissione. 
Secondo i lavoratori, UNIQLO avrebbe influenzato le dinamiche relative alla produzione della fabbrica e di conseguenza sulle condizioni di lavoro: “L’arrivo del marchio ha portato con sé obiettivi esorbitanti, straordinari forzati e pressione sui lavoratori; gli atti giudiziari della procedura fallimentare citano le pratiche commerciali degli acquirenti come un fattore significativo per la chiusura degli stabilimenti”, spiega CCC.

 Nurhayat, vice presidente del sindacato FSPMI, presente presso la PT Jaba Garmindo, ha dichiarato: “È profondamente ingiusto che i lavoratori e le lavoratrici che hanno realizzato gli abiti di UNIQLO debbano soffrire una tale ingiustizia, mentre il marchio continua a crescere e prosperare, generando miliardi di profitti. Abbiamo il diritto ad avere quanto ci è dovuto, dopo anni di duro lavoro per realizzare i capi UNIQLO. Il rifiuto di pagarci è paragonabile a un furto e questo dovrebbe essere motivo sufficiente perché la FLA prenda provvedimenti immediati”.

Come marchi affiliati alla FLA, UNIQLO e s. Oliver sono tenute ad aderire al “Codice di Condotta” che stabilisce chiaramente che essi debbano garantire che i loro fornitori salvaguardino i diritti dei lavoratori ai sensi delle leggi nazionali e internazionali sul lavoro e sulla sicurezza sociale. Ciò include il fatto che i lavoratori ricevano tutti gli indennizzi previsti dalle normative. Dalla chiusura dello stabilimento, 2.000 lavoratori e lavoratrici della Jaba Garmindo hanno chiesto a UNIQLO e s. Oliver di assumersi le proprie responsabilità e di pagare i 5,5 milioni di dollari dovuti a titolo di indennità di licenziamento. Poiché i procedimenti legali sono chiusi, i lavoratori ora si rivolgono alla FLA come uno degli ultimi meccanismi di accesso ai risarcimenti.

Molte donne hanno lavorato in quegli stabilimenti per diversi anni e, in un mercato che preferisce assumere giovani, per loro sarà molto difficile trovare altre occupazioni. Quasi 600 lavoratrici vivono in condizioni di indigenza, costrette ad accettare lavori con paghe ben al di sotto del salario minimo.

 Secondo Deborah Lucchetti, coordinatrice della Campagna Abiti Puliti, “UNIQLO continua a sostenere di non aver alcun obbligo legale di pagare ciò che spetta ai lavoratori della Jaba Garmindo. Questo è esattamente il problema, cioè l’assenza di norme legalmente vincolanti nell’industria dell’abbigliamento. I codici di condotta cui molti marchi fanno riferimento sono volontari lasciando la responsabilità di rispettare di diritti fondamentali sanciti da norme e standard internazionali in balia della buona volontà degli stessi marchi che concorrono a violarli. Ora ci aspettiamo che FLA intervenga, in coerenza con quanto previsto dal suo codice di condotta e si adoperi concretamente per garantire un pieno risarcimento per i lavoratori della Jaba Garmindo”. 

La campagna #PayUpUNIQLO, promossa a partire dal 2016 ha ricevuto un significativo sostegno pubblico globale portando all’avvio di un processo di mediazione tra UNIQLO e i lavoratori della Jaba Garmindo, con incontri che si sono tenuti nel luglio 2017 e nel novembre 2018. Tuttavia, l’azienda ha poi rifiutato di impegnarsi in maniera significativa e di partecipare ad ulteriori incontri, nonostante gli appelli della FLA alla Fast Retailing per “cercare una soluzione adeguata per i lavoratori e le lavoratrici della fabbrica”. Nell’ottobre 2019 la campagna di pressione di concentrerà sui nuovi negozi in apertura in Europa, a Madrid e Barcellona.

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