Economia / Opinioni

La tempesta sulla moneta. Ecco perché l’Argentina non è su un altro Pianeta

“L’uscita dalla moneta comune per tornare alla lira esporrebbe il nostro Paese a pericolose turbolenze capaci di condurre i conti pubblici e i risparmi privati sull’orlo del baratro? Per rispondere alla domanda occorre ripercorrere quanto successo in Argentina negli ultimi mesi”. L’analisi di Alessandro Volpi

Mauricio Macri, presidente dell'Argentina
Mauricio Macri, presidente dell'Argentina

Si discute molto, in queste settimane, se quanto sta succedendo al peso argentino potrebbe accadere a una moneta europea, in assenza dell’euro. Più specificatamente ci si domanda se una eventuale uscita dalla moneta comune per tornare alla lira esporrebbe il nostro Paese a pericolose turbolenze capaci di condurre i conti pubblici e i risparmi privati sull’orlo del baratro.

Per rispondere alla domanda occorre ripercorrere quanto successo in Argentina dove in pochi mesi la moneta nazionale, il peso, ha perso oltre il 20% del proprio valore nei confronti del dollaro con una brusca impennata dell’inflazione che ha portato a una crescita del costo della vita pari al 30% da gennaio scorso con un conseguente rialzo del costo del denaro del 40%. Di fronte a una simile crisi, per alcuni aspetti improvvisa, non sono bastati i cinque miliardi di dollari iniettati sui mercati a difesa del peso e prelevati dalla banca centrale argentina e neppure le rassicurazioni del presidente Mauricio Macrì che è stato costretto a chiedere aiuto al Fondo Monetario.

Le ragioni di questa tempesta sono certamente molteplici e neppure tutte chiaramente identificabili sul momento. Influisce molto sull’andamento dell’economia argentina la centralità del settore agricolo, che pesa sul Prodotto interno lordo del Paese per l’8% e soprattutto ha un ruolo decisivo rispetto al valore complessivo delle esportazioni; in tale ottica è sufficiente una caduta dei prezzi dei generi agricoli perché tutta l’economia dell’Argentina subisca una forte contrazione che risulta ancora più dura in quanto ormai i prezzi dei prodotti agricoli e delle materie prime sono fortemente “finanziarizzati” e dipendono dalle fortune e dalle sfortune repentine dei titoli finanziari, appunto, dedicati al collocamento dei medesimi prodotti sui mercati internazionali.

Dal 2010 le difficoltà del settore agricolo argentino hanno contribuito così a determinare un deficit estero pesante che ha costretto la banca centrale del Paese ad alzare i tassi per garantirsi la copertura di un simile disavanzo. A ciò bisogna aggiungere un altro fattore; il mercato dei cambi in Argentina è molto “sottile”, con un valore complessivo di poco più di 100 milioni di dollari. È dunque davvero assai limitato e sono sufficienti movimenti anche molto contenuti per generare effetti rilevanti rispetto alla tenuta della moneta, oggetto quindi di facili svalutazioni. Infine è ancora fresca la dolorosa memoria di quanto accaduto nel 2003 quando il governo argentino ha di fatto cancellato il proprio debito per oltre 100 miliardi di dollari e ha svalutato duramente la propria moneta nel difficilissimo tentativo di uscire dalla voragine in cui era finita l’intera società rioplatense. Pertanto, sulla scorta di queste brevi considerazioni, parrebbe semplice concludere che la crisi argentina non è riproducibile in altre parti del Pianeta. In realtà, purtroppo, non è così.

La fragilità del peso è la tipica espressione delle tensioni costanti a cui saranno soggette le monete nazionali fuori dal perimetro delle due “superdivise”, rappresentate dal dollaro e dall’euro. In un mondo in cui la Federal Reserve sta alzando i tassi d’interesse e l’euro è, da tempo, la moneta più forte sui mercati perché garantita dalle politiche di equilibrio di bilancio, sarà quasi inevitabile per i Paesi contraddistinti da un debito pubblico gravoso risentire delle incertezze valutarie. Per questo sono sempre più pericolose le ipotesi di un’uscita italiana dall’euro; se tornasse in auge la lira dovrebbe confrontarsi con un euro ulteriormente rafforzato proprio dall’uscita del nostro Paese e dunque ancora più visto dai mercati come moneta rifugio. In tal caso, il rischio di un binomio svalutazione-inflazione, in una stagione peraltro di rialzo dei prezzi dell’energia, potrebbe mettere la lira italiana nelle preoccupanti condizioni del peso e i tassi d’interesse sul debito tornerebbero a crescere, cessando di essere positivamente negativi. A poco serve citare singoli casi fortunati di monete nazionali come nel caso del fiorino ungherese, che, secondo alcuni, avrebbe fatto le fortune del governo di Orban: si tratta di un Paese piccolo, con un reddito pro capite che resta molto basso e continua ad avere una moneta fragilissima, peraltro con un debito e una spesa pubblica assai contenuti. Ben diverse sono le condizioni di un Paese come l’Italia con un debito pari al 130% del Pil e una spesa pubblica imponente; senza l’ombrello dell’euro tutto ciò diverrebbe troppo costoso. Senza euro sarebbe possibile pagare tassi di interesse sul debito pari allo 0,62% e collocare titoli per 400 miliardi l’anno? E, ancora, sarebbe possibile tenere in piedi il Paese senza il ricorso al debito pubblico? L’Argentina non è certo su un altro Pianeta.

Università di Pisa

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