Economia

Sulla pelle dei migranti

In Italia gruppi di professionisti raggirano gli stranieri vittime di incidenti stradali, per mettere le mani sui risarcimenti. Ecco come

Tratto da Altreconomia 120 — Ottobre 2010

Spiacenti, ma la storia che state per leggere non ha nomi. Non possiamo farne, per il momento: qui si parla di vittime e di personaggi la cui colpevolezza non è ancora provata dagli organi giudiziari.

 

Ciò che possiamo ricostruire, e raccontare, è un meccanismo. Gli elementi in gioco sono due: incidenti stradali (meglio se gravi) e stranieri. La posta in gioco, i risarcimenti danni che le compagnie assicuratrici versano a chi è rimasto ferito o ai parenti di chi è deceduto. E il fortissimo interesse che questi accendono verso talune organizzazioni che, approfittando della situazione e della “debolezza” delle vittime, se ne appropriano del tutto o in parte.

 

Succede in Italia, succede da tempo, succede sempre più spesso. E funziona così.

 

Immaginatevi l’Autostrada del Sole: è l’alba, e su un pullmino viaggiano 8 persone. Sono stranieri. Percorrono l’Italia da Sud a Nord, sono diretti verso l’Europa dell’Est. Il conducente ha un colpo di sonno. La ricostruzione sul verbale della polizia è fredda ma puntuale: “L’automezzo, respinto in un primo momento verso il centro della carreggiata, proseguiva in avanti e ribaltandosi sul fianco destra andava ad urtare il guard rail metallico”. L’incidente è terribile, le conseguenze un dramma: “In conseguenza all’incidente stradale, tre passeggeri uscivano dall’abitacolo e rimanevano incastrati a ridosso della barriera metallica nel punto in cui l’autoveicolo si rovesciava contro. Altri due venivano sbalzati fuori dall’abitacolo e rimanevano cadaveri nei pressi del veicolo”. Al conteggio finale risultano cinque morti e tre superstiti feriti gravemente.

 

In caso di incidenti come questi, nei quali sono coinvolti cittadini stranieri, i risarcimenti per i parenti delle vittime e per i feriti vengono stabiliti in ogni caso in Italia, anche se l’assicurazione dei veicoli o la loro immatricolazione sono estere. Nella maggior parte dei casi, la disputa tra danneggiati e assicurazioni viene risolta in tribunale, nel corso di una causa civile, che accerti responsabilità, ammontare e titolari dei risarcimenti.

 

Quando si parla di decessi o di invalidità gravi, gli indennizzi corrisposti possono arrivare anche ad alcune centinaia di migliaia di euro. Nel caso del pullmino sull’autostrada, stiamo parlando di un totale di oltre 2 milioni di euro. Somme ingenti che attirano l’attenzione di persone che lavorano al limite del lecito per accaparrarsene una parte, se non tutto.

 

Il percorso però è complesso: i soggetti coinvolti sono numerosi, la filiera è lunga.

 

Immaginate allora che alcuni tra lettighieri, agenti stradali, infermieri di pronto soccorso ne facciano parte. Quando scoprono un incidente e ne capiscono l’entità, comunicano gli estremi a studi specializzati in infortunistica stradale -che si sono premurati di lasciar loro un biglietto da visita-, dove di solito operano un procuratore e un avvocato. A volte, addirittura, chi lavora in questi studi si presenta sul luogo dell’incidente in tempo reale. Altrimenti si recano al pronto soccorso. Hanno accordi con le ambasciate e i consolati per avere le segnalazioni dei sinistri gravi in cui restano vittime cittadini stranieri. In un primo tempo, l’intento sembra nobile: confortano le vittime e i loro parenti, si offrono di organizzare funerali e di sbrigare tutte le pratiche burocratiche del caso, compresa la richiesta di risarcimento. Anticipano tutte le spese. Non solo: si recano nei Paesi di origine, cercano i parenti delle vittime e i loro eredi. Si appoggiano a studi specializzati in traduzioni e recupero documenti dall’estero: certificati di nascita, di matrimonio, di morte. Spediscono raccomandate, preparano le carte. Sono preparati, hanno gli strumenti e i contatti, hanno capitali da investire.

 

In cambio chiedono alle vittime e ai loro parenti alcune firme. La prima è da apporre su quelle che vengono chiamate “procure”. Queste sono tutte rilasciate da un notaio nello Stato estero, regolarmente tradotte e munite di regolari “apostille”, ovvero di certificazioni che convalidano per l’uso internazionale l’autenticità di un documento pubblico, e in particolare di un atto notarile.

 

Nelle procure chi firma è un erede della vittima (di solito la moglie, la madre, il figlio…) o di un ferito, che ha titolo al risarcimento. In esse si affida al procuratore italiano la possibilità di “proporre qualsiasi azione legale, nessuna esclusa, incassando le somme e i risarcimenti anche in soldi che spettano in merito alla pratica di risarcimento danni”. Vuol dire che da qual momento in poi sarà il procuratore a prendersi carico di tutto ciò che vi è da fare per ottenere i soldi.

 

La seconda firma è la più importante. L’appone sempre la vittima o un suo erede su un accordo di “cessione di credito”. Con questo atto, cioè, il titolare del risarcimento dichiara di cederne parte al suo procuratore. Spesso, questa cessione è nell’ordine del 30%, che di per sé sarebbe già una cifra ingente, visto che ogni risarcimento può anche ammontare a 200mila euro. Ma a volte può essere addirittura totale: non c’è una specifica norma che regolamenti le cessioni di credito per casi del genere.

 

In cambio di che cosa una vittima o un suo parente cedono somme così elevate? Questo è il nodo di tutta la vicenda. Queste organizzazioni -sono una manciata, concentrate soprattutto nel centro Italia- fanno leva sull’intrinseca “debolezza” degli stranieri, che non conoscono le leggi italiane, che non sanno misurare la somma di cui avrebbero avuto diritto a titolo di risarcimento. I procuratori pagano le spese, promettono e versano somme molto basse, assicurandosene per il futuro di molto più alte.

 

Poiché gli incidenti avvengono in Italia, infatti, i risarcimenti sono sempre calcolati in funzione del costo della vita nel nostro Paese, non di quello dove vivono gli eredi. Poche migliaia di euro allora sono sufficienti a convincere una madre ad apporre due firme, se in cambio può non occuparsi di tutte le pratiche riguardanti la morte del figlio.

 

Oppure, spesso le vittime sono stranieri senza permesso di soggiorno. Anche costoro, se sono vittime di un incidente in Italia, hanno diritto al totale risarcimento. Ma la loro condizione di “fuori legge” li pone in una situazione di paura, e per questo sono più facilmente circuibili: ricevono 2mila euro, quando gliene sarebbero arrivati 100mila. Finiti nelle tasche dei procuratori. Recentemente, per un caso del genere, la Procura della Repubblica di Latina ha indagato una quindicina di persone, tra cui medici del pronto soccorso e il titolare di una agenzia di infortunistica stradale. È un gioco -sporco- che vale per stranieri “di serie B”, non certo per francesi, tedeschi o altri europei, ben consapevoli dei loro diritti e delle somme che spettano loro.

 

Dopo, tutto si sposta in tribunale. Una causa può andare avanti anche tre anni.

 

I procuratori e i loro avvocati si presentano al processo non solo come rappresentanti della persona effettivamente legittimata, ma per tutelare i propri interessi. Il resto è l’anonima contabilità del tribunale, l’attribuzione delle responsabilità -“aveva la cintura, non ce l’aveva…”-, lo sguardo freddo sulle foto dei cadaveri.

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