Interni / Opinioni

Le storie da dove può ripartire l’Italia incattivita

Il Censis fotografa un Paese chiuso e scuro. Ma Franca e Alberto, professoressa e fotografo, dimostrano che è possibile ritrovare serenità. La rubrica di Pierpaolo Romani, Avviso Pubblico

Tratto da Altreconomia 211 — Gennaio 2019
© Photo by mauro mora on Unsplash

La nostra società non è soltanto rancorosa, si è incattivita. Lo scrive il Censis nel suo ultimo Rapporto sulla situazione sociale del Paese. L’insofferenza, sempre più rude e manifesta, è indirizzata in modo particolare verso gli immigrati e i rom. I diversi. Gli altri. Il 52% degli italiani, scrive il Censis, è convinto che si fa di più per “loro” che per “noi”. La quota raggiunge il 57% tra le persone più povere, in una sorta di guerra tra ultimi e penultimi. Il 69,7% dei nostri connazionali, non vorrebbe i rom come vicini di casa. L’aumento degli episodi di razzismo e di antisemitismo nella quotidianità è diventato preoccupante.

Anche l’Onu ha acceso un faro sull’Italia. La violenza, nelle sue varie forme, per molti è diventata un meccanismo di regolazione dei rapporti sociali e di risoluzione dei conflitti. Un modo per stabilire un limes: chi dentro, chi fuori. Tutto questo si ripercuote negativamente sulla fiducia che sta alla base delle relazioni e dei legami sociali, spalanca le porte alla paura, porta a pensare individualmente anziché collettivamente, spinge a chiudersi anziché ad aprirsi. Ci fa sentire insicuri. Molti di noi pensano che la soluzione dei nostri problemi -lavoro, sicurezza, salute, ecc- si trovi nell’esclusione degli altri.

Due storie, una del Sud e una del Nord Italia, ci testimoniano che si può vivere in modo diverso, anche nei momenti più difficili, facendo delle scelte radicalmente controcorrente. La prima storia è quella di Franca Di Blasio, docente di italiano e storia presso l’Istituto professionale Majorana-Bachelet di Santa Maria a Vico. Il primo febbraio la professoressa è stata sfregiata in viso con un coltello a serramanico da un suo alunno che si era rifiutato di farsi interrogare.

Contrariamente ai tantissimi che invocavano una punizione esemplare, la professoressa Di Blasio, recentemente premiata come donna dell’anno da una rivista nazionale, a poche ore dall’accaduto ha dichiarato: “Torno a scuola appena possibile, ma R. non deve essere punito, chi lo punisce fa male a me”. La docente è stata di parola. Dopo un periodo di convalescenza è ritornata all’Istituto Majorana-Bachelet, ha abbracciato tutti i suoi alunni affermando: “Non parliamo di quello che è successo. Verrà il momento giusto per farlo. Adesso è meglio tacere, stiamo più sereni così”. Ecco. Lasciare spazio al silenzio, alla meditazione, prima di parlare di un fatto grave che ha sconvolto la vita quotidiana di una classe e di una scuola. Cercare di recuperare la normalità della vita, evitare di nutrire e trasmettere rancore e cattiveria, far ragionare la testa, tenere a bada la pancia.

69,7%: gli italiani che dichiarano di “non volere i rom come vicini di casa”. Il 52% è convinto che si fa di più per gli immigrati che per gli italiani. La quota raggiunge il 57% tra le persone più povere. Fonte: Rapporto Censis 2018

La seconda storia è ambientata nel Nord Est, a Vicenza. Ha per protagonista un giovane fotografo e regista di 29 anni, Alberto Ferretto. La notte di Hallowen, uscito a prendere una boccata d’aria da una discoteca dov’era andato insieme alla fidanzata e ad alcuni amici, Alberto è stato aggredito violentemente da una gang di quattro ragazzi che la sicurezza del locale non voleva far entrare. È stato aggredito a pugni e calci. Risultato? Ha perso tutti i denti davanti e per il suo futuro sono già stati prescritti diversi interventi maxillo-facciali. Nei giorni scorsi, ha pubblicato la sua foto e un post su Facebook. Alberto ha scritto: “Io porterò i segni per una vita intera, ma posso divulgare questa foto con il sorriso, perché posso e devo sorridere a questa vita. Non voglio sfoghi razzisti. Vorrei che questa foto venisse condivisa perché è un sorriso di rivincita, un sorriso di una rivoluzione in una società che sta andando a rotoli”.

Pierpaolo Romani è coordinatore nazionale di “Avviso pubblico, enti locali e Regioni per la formazione civile contro le mafie”.

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