Diritti / Varie

Stop Traffick, il ruolo dei clienti

Una ricerca dell’Immigrant council of Ireland, frutto di 763 interviste in cinque Paesi europei (Cipro, Finlandia, Irlanda, Bulgaria e Lituania), spiega che gli uomini sottovalutano sfruttamento e abusi. Nusha Yonkova, anti-trafficking manager: “Non serve a nulla criminalizzare chi è vulnerabile o multare i clienti. L’intervento più efficace è prevenire l’acquisto del sesso”

Tratto da Altreconomia 177 — Dicembre 2015

"Valuto solo che la ragazza sia pulita o meno. Non faccio attenzione al fatto che possa essere stata trafficata, non è un mio problema”. “Vittime di tratta? No, non ci penso. Sto solo comprando un servizio”. Con queste parole si raccontano gli uomini che comprano sesso per strada, e vedono il proprio comportamento come una semplice transazione economica tra due persone. Non a caso, agli occhi di molti clienti le donne che si prostituiscono sono “donne d’affari”, “oggetti sessuali” e capita persino che si rifiutino di vederle come persone. Difficile, però, tracciare un identikit degli uomini che comprano sesso. Ci ha provato Nusha Yonkova, anti-trafficking manager presso l’Immigrant council of Ireland, che ha coordinato una ricerca dal titolo “Stop traffick!”.
Sono stati coinvolti e intervistati 763 clienti (oltre a più di duemila questionari anonimi) in cinque Paesi europei: Cipro, Finlandia, Irlanda, Bulgaria e Lituania. “Tra gli obiettivi della ricerca c’è quello di verificare le caratteristiche dei clienti e le loro abitudini -spiega Yonkova-. Volevamo poi esplorare il loro livello di consapevolezza rispetto al tema della tratta. Infine individuare le strategie più efficaci per ridurre la domanda di prestazioni da parte di donne e ragazze vittime di tratta”.

Il “cliente medio” è maschio, eterosessuale, il più delle volte ha una relazione o è sposato, ha un reddito medio-alto. Solitamente ha un lavoro e un livello elevato di scolarizzazione. Circa un terzo degli intervistati ha spiegato di aver incontrato una probabile vittima di tratta, ma non ha rinunciato a comprarne il corpo. In pochissimi hanno considerato l’ipotesi di denunciare il fatto alle forze dell’ordine, e nessuno ha tradotto il pensiero in azione.
L’obiettivo della ricerca non è puntare il dito contro i clienti o stigmatizzarne i comportamenti. Al contrario, Yonkova è convinta che il coinvolgimento dei clienti rappresenti un elemento chiave per contrastare lo sfruttamento sessuale delle vittime di tratta: “Non serve a nulla criminalizzare chi è vulnerabile o multare i clienti -spiega-. L’intervento più efficace è prevenire l’acquisto del sesso”. In questo modo, secondo la ricercatrice si manda il messaggio giusto: “Il sesso non può essere comprato, non si può violentare una donna o pagarla per evitare un’accusa di stupro”. In alcuni Paesi (tra cui Irlanda e Finlandia) sono in vigore da anni norme che prevedono multe e sanzioni per i clienti delle vittime di tratta. “Ma non ci sono mai state condanne -spiega Yonkova-, perché questi uomini non sanno se stanno comprando sesso da una donna trafficata. Non sono lì per indagare o per conoscerne in background”. Norme zoppe, dunque, che non possono funzionare.
Gli stessi intervistati, inoltre, giudicano poco efficaci i momenti di formazione relativi all’educazione sessuale o all’affettività. “La strada migliore è il divieto senza condizioni contro i clienti – conclude Yonkova -. La legge non deve servire a perseguirli, ma fare da deterrente”. Il contrasto allo sfruttamento delle vittime, dunque, passa attraverso campagne di sensibilizzazione, rivolte soprattutto ai più giovani, sui temi della tratta e sulla condanna sociale di comportamenti ritenuti non accettabili.

Sono gli stessi clienti a segnalare la strada da seguire, indicando come principale deterrente il timore che le loro attività vengano rese pubbliche, ad esempio dandone notizia su media locali, su internet, attraverso una comunicazione ufficiale o una lettera alla famiglia. “La società deve prendere posizione e dire che non va bene entrare in un bordello dopo il lavoro. Perché lì dentro potrebbero esserci persone vulnerabili”, conclude Yonkova. —

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