Interni

Stato sociale, ma solo sulla carta

Le istituzioni abdicano al loro compito sociale, il voucher impone il modello del mercato, come mostra il caso lombardo. Dossier sul welfare in via di estinzione.

Tratto da Altreconomia 128 — Giugno 2011

Antonio, 73 anni, un passato da muratore, fino a qualche mese fa non avrebbe mai immaginato di aver bisogno di fare fisioterapia e di un aiuto infermieristico. Quando il suo medico curante gli ha spiegato che avrebbe avuto bisogno di un voucher ha sgranato gli occhi domandandosi che cosa fosse. Non ne aveva mai sentito parlare. “Un titolo d’acquisto”, ha risposto il dottore.

Se hai bisogno di curare una piaga di decubito dell’anziana mamma, di una visita specialistica o di un servizio di cura dell’igiene personale, per l’assunzione dei pasti o la deambulazione, in Lombardia si può usare una sorta di “assegno” da spendere scegliendo una serie di organizzazioni accreditate dalla Regione. In alcuni distretti sanitari è il medico a consegnarti un blocchetto di ticket, proprio come quello che si usa al ristorante, di un taglio da 10 euro l’uno, da consegnare all’infermiere o al fisioterapista. Sul pezzo di carta filigranata -si vede in controluce proprio come il denaro-, c’è scritto il nome dell’assistito e il valore del buono che dovrà essere firmato sul retro da chi riceve la prestazione. In altri casi, come a Mantova dove abita Antonio, tutto avviene grazie alla tessera sanitaria o carta regionale dei servizi che Regione Lombardia ha inviato a casa e che tutti hanno in tasca. Sul chip vengono accreditati i voucher che serviranno all’assistito.

Nel 2008, secondo i dati del secondo rapporto sull’assistenza agli anziani non autosufficienti in Italia, in Lombardia sono state assistite con un voucher socio-sanitario come questo 19.073 persone, non solo anziani.

La giunta del Governatore Roberto Formigoni ha puntato forte su questo modello organizzativo. La Lombardia, come sempre, potrebbe fare da apripista. Ecco allora come cambia il welfare italiano, alle prese con sempre meno soldi e con politiche di assistenza ben diverse da quelle cui siamo abituati.

Per il signor Antonio, in realtà, le cose non sono poi molto diverse. Il fisioterapista che arriva a casa sua, però, non è un dipendente pubblico, ma l’impiegato di un “gestore” (profit o non-profit). L’obiettivo della Regione è infatti quello di arrivare progressivamente a lavorare esclusivamente con soggetti privati.

L’introduzione di tale modello è motivata dalla grande fiducia nell’intreccio di libertà di scelta dell’utente e competizione tra gli erogatori accreditati, combinazione ritenuta capace di aumentare l’efficacia e l’efficienza dei servizi offerti. Ma non si tratta semplicemente di esternalizzazione. Il settore pubblico sta progressivamente abdicando al suo compito di assistenza sociale. Che finisce nelle mani private. Possono utilizzare il meccanismo dei “buoni” tutti i protagonisti delle politiche sociali: Comuni, Regioni, Asl.

A gestire larga parte della partita dei voucher in Lombardia, ma non solo, è una società francese con sede anche in Italia: Edenred, leader nei buoni pasto -quelli che le aziende danno ai dipendenti come voce dello stipendio- e “player” di riferimento nei voucher sociali. Ex Accor Services, quotata al listino Euronext della Borsa di Parigi, in Italia emette 280 milioni di voucher all’anno, ha 55.000 aziende clienti, un network di 120.000 punti affiliati e 1,2 milioni di utilizzatori.

A livello internazionale, un giro d’affari impressionante: nel 2010, Edenred ha realizzato un volume di emissione di 13,9 miliardi di euro, di cui oltre il 55% nei Paesi emergenti.

La Edenred Italia srl ha sede in via Pirelli, a due passi dalla sede della Regione, e ne cura anche la dote scuola, oltre alla dote lavoro del Comune di Milano e al bonus bebè della Regione Piemonte (vedi pag. 11). Edenred non è l’unica realtà che gestisce voucher, ovviamente, ma è forte del 42% di mercato nel campo dei buoni pasto.

Come si chiede un voucher socio sanitario ce lo spiegano i figli del signor Antonio, che hanno dovuto assisterlo nell’impresa di ottenere la sua fisioterapia. “Abbiamo chiesto al medico curante di compilare la richiesta per avere l’assistenza domiciliare. La domanda è stata inviata all’Asl di riferimento che l’ha valutata. È uscita l’assistente sociale del nostro paese a compilare il Pai, Piano assistenziale individuale e finalmente dopo qualche settimana abbiamo ottenuto il titolo e un elenco dei gestori dei servizi di cui avevamo bisogno, completo di riferimenti telefonici e recapiti. A quel punto abbiamo dovuto noi chiamare e verificare la disponibilità degli operatori, gli orari e tutto il resto”.

Un procedimento peraltro che incontra spesso difficoltà: le famiglie non hanno una conoscenza diretta della qualità o affidabilità degli “erogatori” (così li chiamano gli addetti ai lavori), e d’altra parte l’Asl non può indicare preferenze per questo o quel gestore.

Ma il tema cruciale è un altro. Il voucher infatti è uno strumento molto efficace per attuare politiche socio sanitarie, introdotte ben prima dell’avvento dei “buoni” e incentrate molto più sulla “prestazione”, e assai meno sulla “cura”.

Interventi cronometrati (il tempo medio è di 25 minuti) e la mancata copertura sui sette giorni o sulle 24 ore, non permettono di rispondere ad altri impegnativi bisogni che dovrebbero invece essere garantiti: il tempo di dialogo necessario a condividere informazioni e scelte di cura, il sostegno emotivo. Oggi si punta solo all’efficacia. La qualità dell’intervento dell’operatore è verificata non sulla sua capacità di creare empatia, di dialogare ma in termini di tempo.

Ne è prova la sperimentazione, nel distretto 1 dell’Asl di Milano 1, del servizio Domiphone: uno strumento di gestione delle prestazioni a domicilio che consente il monitoraggio in tempo reale della loro efficacia. Lo strumento è formato da un server capace di interagire con il telefono e di registrare i dati inseriti nell’apparecchio (identificativo dell’operatore, codice di servizio, ora di inizio e fine della chiamata) rendendoli disponibili su una piattaforma internet e condividendoli con tutti gli attori coinvolti: ufficio di Piano dei Comuni, imprese e organizzazioni accreditate. Si tratta di un servizio in outsourcing gestito -ancora- da Edenred. “La nostra società in questo modo -spiega Monica Boni direttore Programmi sociali pubblici e Servizi alla persona di Edenred- consente il tracciamento della prestazione effettuata. Con l’emissione dei voucher il denaro diventa una sorta di moneta vincolata identificata dall’ente che ha un maggior controllo delle prestazioni erogate”.

Le politiche sociali del futuro vedranno sempre di più l’impiego dei voucher con un trend di crescita esponenziale. Secondo lo studio “Bain & Company” realizzato per la società Edenred, nei prossimi 10 anni questa soluzione per l’assistenza potrebbe arrivare a rappresentare circa il 20% della spesa socio-sanitaria italiana complessiva, toccando quota 1,6 miliardi di euro (ora è ferma all’1,9%).

La vera potenzialità del voucher starebbe proprio nelle maggiori garanzie date agli enti erogatori poiché, al contrario dei trasferimenti monetari diretti, dovrebbero essere in grado di garantire il corretto utilizzo delle risorse da parte del beneficiario e di ottenere una rendicontazione della spesa.

Tuttavia con l’utilizzo dei buoni, ma soprattutto con l’abdicazione da parte del pubblico dei servizi sociali a soggetti privati, si incappa nelle dinamiche tipiche della privatizzazione: i gestori si rivolgono solo ad aree dove c’è mercato, tralasciando zone dove i potenziali “clienti/utenti” sono pochi o raggiungibili con alti costi. Non solo: il meccanismo dei “buoni” è tipicamente individuale, ed esclude un’assistenza di “gruppo”, come nel caso dell’assistenza ai minori.

Così si legge in “Come cambia il welfare lombardo” a cura di Cristiano Gori per Maggioli, “il cittadino può scegliere il gestore fra quelli disponibili nel suo distretto, ma il loro numero e la loro qualità dipendono dalle politiche regolative locali e dall’interesse degli erogatori a operare in quel territorio. La stessa negoziazione del budget può interferire con le intenzioni delle famiglie: i gestori migliori possono esaurire il loro budget prima di aziende meno ricercate e, a partire da tale momento, non possono accettare le nuove richieste di chi vorrebbe avvalersi delle loro prestazioni. Inoltre, operatori e medici segnalano come le famiglie, piuttosto che un’azienda erogatrice, preferirebbero in realtà scegliere un determinato operatore, quello con cui hanno stabilito o consolidato un rapporto personale positivo. Questa osservazione contrasta con una delle criticità dell’attuale sistema di offerta: tutti gli intervistati riferiscono il frequente turn-over degli operatori, indipendente dai desideri dalle famiglie e motivato da esigenze organizzative e di gestione del personale. Al contrario, le famiglie utilizzano raramente la possibilità di cambiare erogatore una volta attivato il servizio”.

 

Valle dell’Edenred

La società ha vinto la gara d’appalto con un centesimo di euro

La Lombardia ha coniato anche “dote scuola”, un buono destinato agli studenti iscritti alle scuole statali, paritarie (elementari, medie e superiori) o ai corsi di istruzione e formazione professionale regionali. Si tratta di un titolo di pagamento destinato a studenti che frequentano la scuola pubblica o privata, in possesso dei requisiti necessari (individuati in base all’Isee, un indice complesso che comprende il reddito delle famiglie, ma non solo). Ogni studente riceve uno o più blocchetti di buoni corrispondenti alla sua dote di buoni servizi per la scuola. La famiglia si reca al Comune o alla scuola paritaria per il ritiro dei titoli dove le fanno firmare la lista di distribuzione allegata ai buoni per accettazione e consegnano il blocchetto dei ticket al genitore, al tutore o allo studente maggiorenne.

I buoni per la scuola (due tagli: da 10 e da 25 euro) possono essere utilizzati dai beneficiari in una rete convenzionata: cartolerie, librerie, negozi di informatica, ma anche ottici e Grande distribuzione organizzata (e qualche beneficiario -o suo parente- si è recato al supermercato a comprare carne o valigie al posto di libri). Ma servono anche per la mensa scolastica, le vacanze studio, i trasporti e alcuni servizi erogati dai Comuni, dalle scuole pubbliche e paritarie.

L’elenco completo dei punti convenzionati dove è possibile utilizzare il buono servizi per la scuola è aggiornato quotidianamente ed è disponibile online sul sito www.dote.regione.lombardia.it. Edenred, in questa partita, si occupa di tutta la gestione logistica del progetto: emissione dei voucher cartacei o virtuali, assistenza e rimborso al network affiliato e report statistici. Può contare su 220mila beneficiari che hanno ricevuto il blocchetto dei titoli d’acquisto, e punta a vincere la gara d’appalto per il rinnovo dell’affidamento del servizio. Il precedente bando, di 24 mesi, era stato lanciato nel febbraio 2009: Regione Lombardia si impegnava ad affidare il servizio a chi avrebbe promesso il massimo ribasso a partire da un costo stimato di 200mila euro.

Edenred ha vinto contro un unico avversario presentando un costo di un solo centesimo di euro.

Ma il trucco è facile: la società trattiene per sé una percentuale (circa il 4,5%) del valore dei “buoni” che gli vengono inviati da librerie e supermercati. Scaricando così sugli esercenti i costi che la Regione non sostiene e guadagnando potenzialmente ben oltre i 200mila euro previsti dal bando, visto che secondo la Regione nel solo 2009 sono stati stanziati 209 milioni di euro in voucher per la scuola. Per l’anno scolastico 2011/2012 dovrebbero essere stanziati 42 milioni di euro.

Il modello funziona anche nella Regione Piemonte, che dal 2011 ha messo a disposizione delle famiglie il “Bonus bebè”: un voucher del valore complessivo di 250 euro per ogni nuovo nato, spendibili nelle farmacie e nei supermercati per l’acquisto di prodotti per l’igiene e per l’alimentazione della prima infanzia. Anche qui il taglio è da dieci euro. Le famiglie che ne hanno diritto ricevono un carnet di venticinque buoni. La Regione ha stimato trentamila beneficiari. Il sistema è sempre lo stesso e anche qui sono sorte polemiche. Edenred ha ricevuto l’appalto senza gara, poiché il costo stimato di questo sarebbe rimasto -sulla carta- sotto i 20mila euro, soglia oltre la quale scatta la gara pubblica. In realtà però, se si calcola la commissione standard di Edenred agli esercenti (sempre attorno al 5%) sul totale dei fondi erogati (7,5 milioni di euro) i costi reali del sistema sarebbero ben più alti, ma scaricati sugli esercenti stessi.

Un voucher di consolazione

Il voucher di conciliazione -si legge sul sito www.ticketsociale.it/soluzioni-su-misura/obiettivo-conciliazione/- rappresenta un sostegno concreto per i lavoratori colpiti dal difficile momento economico che usufruiscono della ‘dote lavoro ammortizzatori sociali’. L’obiettivo del progetto è conciliare, attraverso il voucher, gli impegni familiari, la gestione dei figli e i carichi di cura alla riqualificazione e ricollocamento professionale”. Stesso oggetto, altro sito: (www.obiettivoconciliazione.it): “Il Voucher di Conciliazione è riconosciuto mensilmente a coloro che abbiano almeno uno dei seguenti requisiti inerenti il nucleo familiare: 2 genitori e almeno 2 figli minorenni conviventi; 1 genitore e almeno 1 figlio minorenne convivente; 2 genitori, entrambi in cassa integrazione, con almeno 1 figlio minorenne convivente; nucleo familiare con almeno 1 convivente non autosufficiente”. In una parola, stiamo parlando di persone lombarde disoccupate o in cassa integrazione, con o senza figli a carico, che ricevono 250 euro al mese di buoni servizi e 100 euro di buoni acquisto, per ogni mensilità riconosciuta, fino ad un massimo di 10.

I servizi di conciliazione sono: servizi per la prima infanzia ( 0-3 anni) forniti da nidi, micronidi, centri per la prima infanzia e nidi famiglia, baby sitting e baby parking; accompagnamento dei figli (minori di 14 anni) a scuola, alle visite mediche, ad attività sportive e di gioco; dopo scuola, supporto allo studio, accesso a centri ricreativi diurni (per i minori di 14 anni).

Ma non esistono particolari forme di controllo sulle tariffe dei servizi pagati con questi “buoni”.

Il 31 marzo è scaduto il primo bando e non si possono più fare richieste per i “buoni”, che devono essere spesi entro il 31 ottobre 2011. Per il prossimo anno è previsto un rifinanziamento pari a 6,7 milioni di euro. Una misura di sostegno economico dei bisogni di cura e conciliazione con la quale la Regione Lombardia ha raggiunto però poche famiglie aventi diritto. Al 28 febbraio 2011 per i buoni servizi l’importo prenotato era di 3.912.250 euro, quello erogato corrispondeva a 3.744.500 euro, ma la cifra effettivamente rimborsata era solo di 153.850, cioè il 4%. Ovvero molti genitori non utilizzano queste misure e chi riceve il buono spesso non sa come spenderlo. Un po’ meglio è andata per i buoni acquisto: sono stati erogati 5,2 milioni di euro, di cui poco meno di un terzo è stato effettivamente rimborsato agli esercenti che hanno ricevuto i voucher dalle famiglie. In questo caso però Edenred non applicava la solita commissione di qualche punto percentuale: la società si è aggiudicata infatti l’appalto per la gestione del servizio nell’ottobre 2009, partecipando a una gara d’appalto in cui era l’unica concorrente. Si è così portata a casa a febbraio 2010 un incarico da 748mila euro (iva esclusa), poi “ritoccato” con altri 346mila euro con un altro bando (sempre unico concorrente) che si è aggiudicata il 21 aprile 2010.

Molto conciliante.

 

 

Di Giulio Sensi

Forbici di governo

I soldi non ci sono più”. Il panorama dei tagli ai fondi sociali -dalla famiglia al servizio civile- che si ripercuotono a cascata su Regioni, Comuni e cittadini

La bandiera bianca della resa del welfare pubblico è già issata sul pennone di molti palazzi comunali italiani: il Comune di Reggio Emilia ha anticipato che non potrà erogare i buoni affitto nel 2012, il sindaco di Spoleto ha detto molto chiaramente che “i cittadini dovranno compartecipare ai servizi cui fino ad oggi non erano abituati”. Nel Sud del salernitano 19 Comuni si sono riuniti per opporsi all’annunciato taglio di 2 milioni di euro: “Pagheranno i cittadini più fragili e chi lavora nel settore”. A Napoli e in molte altre città di Italia, maggio è stato il mese delle mobilitazioni degli operatori sociali che hanno gridato, in mezzo al silenzio dei grandi media, che “il welfare non è un lusso”. Ma lo sta diventando perché in assenza di risorse pubbliche sarà sempre più difficile goderne. Regioni e Comuni faranno sempre più fatica a far quadrare le voci di bilancio e trovare nuovi soldi per finanziare quei servizi silenziosi che si notano soprattutto quando non ci sono o diventano poco accessibili: asili nido, assistenza alle persone non autosufficienti, trasporti per disabili, contributi per pagare gli affitti alle famiglie in difficoltà, aiuto ai più poveri, borse lavoro ai disoccupati solo per fare qualche esempio.

La “sofferenza del welfare” ha una causa principale ben precisa: il drastico taglio dei fondi statali, quindi quelli decisi ed erogati dal governo, per sostenere gli investimenti degli enti locali e delle Regioni nel sociale. A rimetterci sono soprattutto i Comuni, l’istituzione più vicina ai cittadini e ai loro bisogni. Sindaci, assessori al sociale e i loro funzionari e dirigenti dovranno fare sempre di più i salti mortali per trovare soldi per costruire il welfare. Anche se, a ben vedere, i servizi gestiti dai Comuni sono solo un piccolo e preciso pezzo del complicato mosaico definito “Stato sociale”. Il quale in Italia è una grande economia pubblica, una torta che rappresenta il 27% del prodotto interno lordo. Nel senso comune, complici anche i racconti spesso distorti dei mezzi di informazione, il welfare sta diventando proprio un grande lusso dalle ore contate che, peraltro, finanzia pure privilegi e rendite indebite come quelli dei “falsi invalidi”.

“I soldi non ci sono più” recita il mantra dell’inevitabilità dei tagli. Proviamo a dare qualche numero, prendendo a riferimento proprio i fondi nazionali “incriminati”. Questi fondi sono stati in buona parte introdotti durante i governi di centro-sinistra per integrare e sostenere i servizi di base dei Comuni stessi. Il più importante è stato quello per le politiche sociali che finanzia un sistema articolato di piani sociali regionali e “piani sociali di zona” composti insieme da enti locali, Asl, associazioni del territorio. La sua funzione è quella di costruire, per ciascuna zona, una rete integrata di servizi alla persona, per stare accanto ai soggetti in difficoltà. Nel 2008 il Fondo ammontava a 929 milioni di euro, nel 2011 sarà di 273 milioni e scenderà ancora nei prossimi anni. Poi c’è quello per la famiglia: Fondo portato da 346 milioni del 2008 a 52,5 di quest’anno. Di famiglia se ne parla molto, specialmente in televisione, ma si fa poco per aiutarla, come conferma il rapporto Ocse uscito poche settimane fa. Ha “certificato” per l’Italia la cifra dell’1,4% del Pil destinata a sostegni ai nuclei, mentre la media Ocse è del 2,2%. E ancora il Fondo per le non autosufficienze, azzerato per il 2011 dai 400 milioni che aveva nel 2009; questa voce riguarda servizi -non quelli sanitari- per le 2.615.000 persone non autosufficienti, secondo i dati dell’Istat, come anziani e disabili. Ma fra le altre voci tagliate troviamo ancora le pari opportunità, le politiche giovanili, il sostegno agli affitti per le giovani coppie, l’inclusione dei migranti, il servizio civile. Tutti questi fondi sono stati sforbiciati complessivamente del 63%, con un risparmio di 1,472 miliardi di euro. Secondo il 4° Rapporto su “Enti locali e terzo settore” dell’Auser -una grande associazione di volontariato che coinvolge gli anziani-, nel corso dell’ultima manovra finanziaria sono già state sulla carta sottratte risorse agli enti locali pari a 14,8 miliardi di euro per il 2011 e il 2012.

“I soldi non ci sono più”, il mantra si fa sempre più forte e inevitabile. Ma non è proprio così. “Il punto fondamentale -ci spiega Cristiano Gori, ricercatore e docente universitario, commentatore esperto di welfare per Il Sole 24 Ore e altre testate- è chiedersi quali aree del welfare siano state tagliate. Osserviamo quelle classiche: gli ammortizzatori sociali sono cresciuti, fatto positivo per la strategia anticrisi; per le pensioni è stata posticipata una finestra con un risparmio piuttosto contenuto e senza altri interventi che avrebbero permesso di recuperare qualche miliardo di euro agendo sui pensionati più ricchi. Per la sanità si è cercato, in una prima fase, di ridurre i fondi per le Regioni, ma poi il governo ha rinunciato e la spesa non è stata tagliata, ad eccezione di qualcosa per la farmaceutica e un po’ di personale. Nonostante tanta retorica sui “falsi invalidi”, nemmeno le prestazioni per l’invalidità civile sono state investite di alcuna riforma, anzi ci saranno più costi per i controlli e i ricorsi”. Per arrivare ai tagli occorre guardare più in basso: la spesa sociale dei Comuni. Spiega ancora Gori: “L’unico settore tagliato sono state le due linee di finanziamento dei Comuni: i fondi sociali e i trasferimenti diretti. La stima, e non è azzardata, afferma che se confrontiamo il 2013 con il 2008, vediamo una riduzione del 20%. Le Regioni potranno integrare, ma l’impatto netto è di questa portata”. Dell’intera spesa pubblica, il famoso 27% del Pil, la vittima “unica” è il sociale in senso stretto che rappresenta esattamente lo 0,4% del Pil, una percentuale irrisoria che non serve certo a risanare le finanze pubbliche e ridurre il debito. “Ma produce un effetto paradossale -aggiunge Gori-, quello di far aumentare i costi sociali, colpendo un settore già sottofinanziato e portando un risparmio molto ridotto”. Di questo 0,4% la parte più cospicua ha due nomi: asili nidi e povertà, rispettivamente lo 0,15 e lo 0,1% della percentuale di spesa pubblica sul Pil che è stata decurtata. Perché allora tagliare poco e male, colpendo questi ambiti? “In primo luogo -sostiene Gori- l’idea del governo è quella di costruire un welfare basato su reti informali e allora colpire i Comuni, e non le Asl, significa penalizzare un’idea di ‘welfare community’. La ragione principale di questi tagli è il mancato governo della spesa. Accade che la selezione su cosa tagliare viene fatta non su scelte politiche, ma in base alla capacità dei gruppi e dei soggetti organizzati di reagire. Allora ecco perché le pensioni non vengono toccate -la spesa previdenziale in Italia raggiunge il 15,4% del Pil-, perché i sindacati renderebbero impossibili i tagli; ecco perché la sanità non è scalfita, le Regioni hanno un forte potere contrattuale con il governo ed in ballo c’è il federalismo fiscale fortemente voluto dalla Lega Nord. Asili nido e poveri hanno molto meno peso. Questa è la ragione principale e si ha il paradossale effetto che le priorità vengono definite non tramite tagli lineari, ad esempio del 10% a tutti, ammesso che sia corretto, ma in risposta alle pressioni”. La conferma viene anche dalle manovre aggiuntive: non ci sono soldi, ma il governo ripristina i fondi per lo spettacolo perchè artisti e intellettuali fanno più rumore, vanno in televisione e scrivono sui giornali. Si tira la cinghia, ma vengono reintegrati i fondi per i trasporti locali, che pagano dal punto di vista del consenso e sono una buona moneta di scambio con le Regioni per incassare il federalismo fiscale.

A rimanere in piedi è il cosiddetto “welfare monetario”: oltre alle pensioni e ai fondi per la cassa integrazione, soprattutto le indennità di accompagnamento, un maxi-assegno annuale da 13 miliardi di euro all’anno. Gli effetti di questa politica cominciano però a farsi sentire. “Siamo abbastanza preoccupati -spiega Giuseppe Guerini, presidente di Federsolidarietà, il ramo di Confcooperative che rinisce le cooperative sociali- perché, anche se le conseguenze sono ancora da misurare, ci saranno impatti diversi per ogni territorio. Un effetto ‘federalista’. In Lombardia, con un budget da 17 miliardi di euro, un taglio dell’1% è più gestibile. I più colpiti sono i Comuni che devono risparmiare e quindi rivedono gli appalti al massimo ribasso e tagliano il cosiddetto ‘secondo livello’, il coordinamento con i gestori del servizio, come le cooperative sociali, e la progettazione. L’unica cosa che conta è garantire le ‘ore’. Alle cooperative si chiede una “somministrazione” di attività di lavoro senza una qualificazione degli interventi”. A rimetterci è tutto il sistema, in una catena di “sacrifici” che parte dai Comuni per passare dalle cooperative sociali a cui viene in molti casi affidato il servizio, fino ad arrivare ai cittadini che vedranno servizi sempre meno efficaci ed efficienti e saranno costretti a pagare la propria quota di assistenza sociale, rivolgendosi sempre di più altrove, e a pagamento, per i propri bisogni. Molto dipende dalla discrezionalità politica dell’ente che affida il servizio. “L’assessore di turno -spiega ancora Guerini- taglierà sulle politiche giovanili, su quelle dell’infanzia, sulla mediazione culturale, sulle povertà estreme. Cercherà di salvaguardare i servizi per le persone con disabilità e per gli anziani perché è la fascia di bisogno più visibile, quella che raccoglie più consenso”.

“A difendere i fondi sociali -denuncia ancora Guerini- avrebbero dovuto essere i sindaci, i quali hanno spesso abdicato al loro ruolo politico. Per valutare gli effetti concreti ci vorrà qualche tempo, molto dipenderà da come reagiranno le Regioni fin dal prossimo autunno con la pianificazione della spesa per il 2012 e anche dai decreti attuativi del federalismo fiscale. A quel punto il Fondo per le politiche sociali non esisterà più e le politiche sociali si disegneranno in modo autonomo. Il rischio di disequità territoriale diventerà altissimo: pensiamo ai Comuni delle aree montane che raccoglieranno gettiti molto diversi da quelli delle aree più produttive”. Un destino incerto, come quello delle numerose società pubbliche, aziende speciali consortili, che sono nate in questi anni per gestire i Fondi sociali tramite servizi gestiti in consorzio da diversi comuni. In Lombardia ne sono attive a decine. “Sono società municipalizzate -spiega Guerini- che gestiscono fondi sociali. Sarebbe interessante valutarne l’efficacia e i benefici che portano ai cittadini. Saranno messe alla prova e, laddove c’è un buon livello di intesa fra i Comuni, potrebbero essere mantenute, ma assegnando loro molti servizi. In alternativa il rischio è che, avendole ormai strutturate, dovranno sopravvivere facendo ulteriore concorrenza alle cooperative”

 

Social card, si riprova.

Anche un piano delle acli contro la povertà assoluta

Anche se è stato un mezzo flop nella sua prima edizione nel 2008, il governo ha riproposto nel decreto Milleproroghe una nuova versione della Carta acquisti, nota come Social Card. Secondo quanto rende noto il Ministero, la carta sarà nuovamente distribuita attraverso enti “caritativi” (nome giuridicamente inesistente) attivi in alcune grandi città (Roma, Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Napoli, Palermo o Catania). Servirà a finanziare l’acquisto di generi di prima necessità, alimenti o medicine, per anziani in difficoltà e famiglie con figli minori di tre anni. Nella prima edizione la Carta ha garantito alle famiglie a reddito molto basso un contributo mensile di 40 euro. Tra il 2008 e la fine del 2010 ne sono state distribuite 730.000 e ne sono ancora attive 450.000, il costo è stato di circa 200 milioni all’anno. Nel corso della prima sperimentazione ogni titolare ha ricevuto in media 370 euro in un anno, ma, secondo un’indagine della Commissione di indagine sull’esclusione sociale, ha fatto scendere la percentuale di povertà assoluta dal 4,18% al 4,11%. Circa 40 mila famiglie su un milione sono uscite dall’area della povertà: un tasso di “rendimento” che è molto inferiore ad altre iniziative.

Un’iniziativa che potrebbe comunque funzionare, a detta delle Acli, che hanno presentato al governo un piano contro la povertà che vede in una “Nuova social card” l’arma contro la povertà estrema in crescita nel nostro Paese. Secondo il piano delle Acli, nel corso di tre anni, l’utenza della nuova Carta sarebbe costituita da tutte le famiglie che vivono in povertà assoluta, che in Italia sono il 5,1% del totale, circa 3 milioni di persone, immigrati residenti compresi. L’importo medio potrebbe passare da 40 a 129 euro mensili, da rendere più elevato per le famiglie in condizioni di maggiore povertà. L’importo e la soglia di accesso varierebbero in base al costo della vita di ogni territorio, e al trasferimento monetario si potrebbero accompagnare i servizi alla persona, con la regia dei Comuni. In sostanza, ogni famiglia ci sarebbe un operatore che valuterebbe il caso e indirizzerebbe ai servizi utili, dalla formazione all’inserimento professionale, alle cure e assistenza. Secondo i calcoli delle Acli per finanziare servirebbero l’operazione 787 milioni di euro in più in ognuno dei tre anni, arrivando a regime a 2,36 miliardi annui. Nel piano si indica anche il modo in cui trovare i fondi, recuperando risorse da altre voci di bilancio.

 

I cahiers de doléances del sociale

Intervista a un operatore. a mal partito sono i piu’ deboli, i cittadini che non contano e le piccole cooperative

Fabio Ragaini fa parte del “Grusol”, Gruppo solidarietà di Moie di Maiolati Spontini in provincia di Ancona, attivo dal 1979 accanto a persone che “non contano”.

 

Fabio, dopo i tagli ai fondi nazionali quale situazione si vive sui territori?

Le Regioni lamentano la “sofferenza” legata alla diminuzione dei trasferimenti, che e si ripercuotono sugli enti territoriali, come Comuni e Asl. Quello che si sta sperimentando, aldilà dei tagli specifici alle politiche sociali, è il calo di trasferimenti ai Comuni in primo luogo nei servizi non obbligatori: vedi ad esempio i servizi domiciliari per anziani, disabili, minori. Nonostante che il fondo sanitario non abbia registrato sostanzialmente tagli, le Regioni tendono a contrarre le loro spese con la tendenza a diminuire e ridurre le quote sanitarie nei servizi socio sanitari.

 

Chi ne paga le conseguenze?

Pagano i cittadini. Facciamo un esempio: se un tipo di servizio è finanziato al 50% fra “sanità” e “sociale”, la quota che manca si riversa inevitabilmente sull’utente che deve sempre più farsi carico, di quanto i Comuni non possono investire. Un secondo aspetto riguarda la riduzione del servizio: se per l’assistenza domiciliare erano a disposizione 12 ore di servizio pubblico, oggi le ore diventano 8. Se guardiamo ai servizi residenziali cambiano le sfumature: non viene mandato via l’assistito, ma aumentano le quote a suo carico. Altri servizi vengono ridotti oppure non attivati. Un clima che si respirava già da qualche mese, ma ora i tagli si sono materializzati. La forte campagna verso la contrazione della spesa ha dato l’occasione per fare quello che da tempo si voleva: tagliare il sistema di welfare. Si sta tornando pericolosamente indietro, verso una concezione residuale dei servizi.

 

Oltre ai cittadini anche le cooperative sono già in difficoltà?

I gestori del servizio e le cooperative soffrono in primo luogo perché un taglio delle ore significa una riduzione, di ore “appaltate”. Un’altra conseguenza sono le condizioni di appalto sempre peggiori, a cominciare dal non riconoscimento della qualifica professionale. Ogni contesto vive in maniera diversa questa situazione. Molto dipende dalla forza degli enti gestori. In alcune Regioni i problemi a livelli diversi: in primo luogo i ritardi dei pagamenti, che fanno collassare in primis le piccole cooperative. Quelle più grandi soffrono meno, ma in generale c’è una fatica enorme del sistema dei servizi, all’interno del quale i soggetti più deboli sono gli utenti e le figure professionali poco definite, come gli operatori.

 

In questo contesto il volontariato rischia di essere strumentalizzato?

Dobbiamo distinguere fra realtà giuridicamente di volontariato, ma che sono a tutti gli effetti assimilabili alle cooperative, e le piccole associazioni. Molte organizzazioni di volontariato sono erogatori di servizi e vivono gli stessi problemi delle cooperative. Di fronte alla crisi molti enti cercano un escamotage per affidare servizi a costi minori e si rivolgono al volontariato. Ma è una scorciatoia inaccettabile in quanto la maggior parte dei servizi richiede personale con specifiche qualifiche professionali.

 

Perchè le proteste sono poche e vanno “in ordine sparso”?

Il nostro è un settore residuale e ha un forte vincolo fra finanziamenti e servizi.

Gli stessi Comuni che si lamentano dell’assenza di finanziamenti poi non fanno gran che perché anche nel settore sociale come in quello sanitario e socio-sanitario si arrivi alla effettiva “esigibilità”, quella che richiede finanziamenti certi per servizi obbligatori. Si veda ad esempio il problema della non definizione delle figure professionali e dei requisiti nei servizi sociali. Non è un caso che il profit si sia buttato sostanzialmente solo sul settore sanitario invece che sul sociale.

Il volontariato si è scaldato molto sulla riduzione del 5 per mille e poco per denunciare situazioni come queste. Notiamo un grande silenzio ed appare sempre più evidente il ritorno alla logica della beneficienza; una logica ammantata di parole come sussidiarietà o ruolo della comunità. La stessa che nel governo è ben rappresentata dal Libro Bianco sul welfare del ministro Maurizio Sacconi. Un aspetto molto preoccupante in questa situazione di crisi è che, invece di rafforzare il sistema di welfare, si è colta l’occasione, rispetto alle politiche sociali, per far passare il messaggio che anche in questo settore occorre fare sacrifici; come se poi fino ad oggi il sistema garantisse risposte adeguate e certe.

 

Il rapporto dell’auser: servizi al massimo ribasso

I Comuni hanno meno soldi e per mantenere attivi i propri servizi, fra cui quelli sociali, dovranno impoverirli oppure alzare le tariffe o aumentare le tasse di propria competenza.

Oppure ancora cercare di farli fare a prezzi più bassi.

Il 4° rapporto dell’Auser su enti locali e terzo settore ha stimato che il 25% delle prestazioni sociali sono appaltate a cooperative sociali o associazioni tramite affidamenti diretti, senza alcuna gara ad evidenza pubblica o procedura negoziata. La stessa indagine riporta che nel Nordest dell’Italia, il 79% della gestione della spesa sociale dei Comuni sia affidata all’esterno, soprattutto a cooperative sociali, mentre al Sud e nelle isole è un po’ più alta la quota delle associazioni di volontariato (28%, a fronte poco più del 70% per le cooperative), le quali negli ultimi mesi hanno visto un aumento considerevole delle richieste da parte degli enti locali, in cerca di servizi da affidare a costi più bassi.

La durata media dei contratti è nel 34% dei casi fino ad un anno, il 48% da due a tre anni, e il 18% oltre i tre anni. Appannaggio delle cooperative sono i servizi di assistenza domiciliare agli anziani, interventi assistenziali di base -come la gestione di centri con ospiti residenziali-, servizi all’infanzia, soprattutto quelli ricreativi ed educativi.

Alle associazioni di volontariato invece vengono richiesti servizi “integrativi” come laboratori di animazione sociale, interventi di supporto e sollievo psicologico, trasporti sociali, accompagnamento e servizi agli immigrati.

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