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L’Italia è in salute grazie al Servizio sanitario nazionale ma la situazione potrebbe peggiorare

Uno studio pubblicato su The Lancet Public Health ha fotografato per la prima volta la situazione del nostro Paese utilizzando i dati del Global Burden of Disease, il più grande report epidemiologico al mondo, che raccoglie e analizza informazioni su centinaia di cause di morte e malattie in quasi 200 Paesi. Il nostro è un esempio di come uno stile di vita sano e un sistema sanitario universalistico possono migliorare le condizioni di vita. Alcuni indicatori suggeriscono prospettive problematiche

© Rod Long - Unsplash

L’Italia è un Paese in salute e un valido esempio di come uno stile di vita sano unito a un sistema sanitario universalistico possono migliorare le condizioni di vita. È la conclusione di un recente studio pubblicato su The Lancet Public Health, che per la prima volta ha fotografato la situazione del nostro Paese utilizzando i dati del Global Burden of Disease (Gbd), il più grande studio epidemiologico al mondo, che raccoglie e analizza informazioni su centinaia di cause di morte e malattie in quasi 200 Paesi.

Confrontando i risultati del 2017 con quelli del 1990, gli autori hanno evidenziato come negli ultimi 27 anni in Italia l’aspettativa di vita alla nascita è aumentata di sei anni, arrivando a 83,2 anni, la più alta dell’Ue15, cioè i primi 15 Paesi a far parte dell’Unione europea. Un risultato dovuto alla diminuzione della mortalità, per esempio, causata dalle malattie cardiovascolari, diminuita del 53,7% o quella causata dai tumori, scesa del 28,2%. “La riduzione in Italia della mortalità per la maggior parte delle malattie deve essere vista come un indicatore dell’efficienza del sistema sanitario”, sottolineano gli autori. Secondo i criteri di valutazione del Gbd, il nostro Servizio sanitario nazionale (Ssn) è il nono in termini di qualità a livello mondiale, con un punteggio in costante crescita dal 1990.

L’aumentata aspettativa di vita combinata a una bassa fecondità (la più bassa in Europa secondo l’Istat) ha cambiato la struttura demografica del nostro Paese: l’età media è passata dai 38,4 anni del 1990 ai 44,4 del 2017. Di conseguenza è cambiato anche l’impatto delle malattie sulla popolazione italiana. Per calcolarlo, il Gbd ha utilizzato il Daly, una misura che consente di quantificare gli anni vissuti in salute persi a causa di una determinata malattia o fattore di rischio. L’originalità di questa misura sta nel considerare sia gli anni di vita persi a causa di una morte prematura, sia quelli vissuti in un cattivo stato di salute. Per fare un esempio, un uomo deceduto a 70 anni a causa di un tumore al polmone, in un Paese dove l’aspettativa di vita è di 80 anni, avrà perso 10 anni di vita. La stessa malattia però avrà avuto un peso anche prima della morte, facendo vivere quella persona in cattive condizioni di salute per una serie di anni. Per calcolare i Daly totali persi, si dovranno aggiungere ai 10 anni persi per mortalità prematura anche quelli vissuti in malattia a causa del tumore. La malattia quindi avrà avuto un impatto non solo in termini di mortalità ma anche in termini di qualità di vita persa in precedenza.
Negli ultimi decenni nei Paesi occidentali sono aumentate le malattie croniche, come quelle cardiovascolari o degenerative generalmente associate a condizioni di disabilità, e sono diminuite le malattie infettive, causa di morte prematura. Secondo il Lancet, in Italia nel 1990 gli anni di vita vissuti con disabilità, cioè non in piena salute, rappresentavano il 42% dei Daly, mentre nel 2017 sono arrivati al 51%. Si perdono più anni di vita sana per colpa della malattia, meno per morte prematura.

La principale causa della perdita di anni vissuti in salute, sia nel 2017 sia nel 1990, è la cardiopatia ischemica (la principale malattia del cuore), seguita dal mal di schiena. Al terzo posto l’Alzheimer e altre demenze senili, che compiono il balzo più grande dal 1990, grazie a un aumento del 77,9% degli anni vissuti in salute persi. Al quarto posto il diabete, salito dal settimo posto del 1990. Diminuiscono invece del 53,4% gli anni persi per incidenti stradali e del 50,8% quelli per malattie neonatali.
Per diverse malattie il numero di Daly è rimasto piuttosto stabile negli anni. Ma a cambiare sono le cause che li determinano: “Per i tumori ad esempio, sono aumentati del 68,2% gli anni di vita sana persi per disabilità, mentre sono diminuiti del 5,9% quelli persi per morte prematura” spiegano gli autori. Si vive di più ma in condizioni di malattia.

Tra i fattori di rischio per la salute il fumo, associato in particolare a tumori e malattie cardiovascolari, è al primo posto. Il secondo fattore di rischio è la glicemia alta, associata a diabete, malattie renali e cardiovascolari, mentre il terzo è l’ipertensione, principale causa di malattie cardiovascolari. Al quarto posto si trova l’alto indice di massa corporea. In generale, tra i 15 fattori di rischio principali, otto sono rischi comportamentali, dipendono cioè dai nostri stili di vita (come fumo e consumo di alcol), e tre sono rischi metabolici strettamente influenzati dai comportamenti.
Nel corso degli ultimi anni, gli anni vissuti in salute persi a causa di stili di vita non salutari come l’uso di alcol, il fumo e l’ipertensione sono diminuiti ma molti, come quelli attribuibili all’alto indice di massa corporea e alla glicemia alta non hanno subito variazioni. Dei decessi per tumore avvenuti nel 2017, il 24,5% sono attribuibili al fumo, il 6,6% al consumo di alcol e il 5,2% all’alto indice di massa corporea. Tra quelli invece causati da malattie cardiovascolari, la metà sono attribuibili all’ipertensione e il 21,9% al colesterolo alto. “Questo suggerisce che la prevenzione primaria e la promozione della salute sono state insufficienti per affrontare questi problemi”, sottolineano gli autori. A dimostrarlo ci sono i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, che collocano i bambini italiani tra i 6-9 anni al secondo posto in Europa per tasso di obesità. “I margini per aumentare gli investimenti sono evidenti se si considera che in Italia nel 2015 il sistema sanitario ha speso 87 euro pro capite in prevenzione, contro i 111 euro della Germania e i 155 euro del Regno Unito”, continuano gli autori. Ed è proprio sugli investimenti in sanità che questo studio vuole porre attenzione. Come sottolineato dalla fondazione Gimbe, il definanziamento del Ssn è stato costante negli ultimi anni, con 37 miliardi di tagli nell’ultimo decennio. Nonostante questo, il nostro Ssn ha mostrato un certo grado di resilienza ma di fronte ai cambiamenti demografici avvenuti in Italia, dove le persone vivono più a lungo e le malattie croniche incidono sempre di più in termini di costi sanitari ed economici, il rischio è di vedere peggiorare in futuro gli indicatori analizzati da questo studio.

È importante sottolineare che il Gbd raccoglie dati a livello nazionale. Non è stato quindi possibile confrontare la distribuzione delle malattie e dei fattori di rischio tra le regioni italiane. L’obiettivo degli autori è ora analizzare le disuguaglianze presenti sul territorio e offrire un’immagine più approfondita dello stato di salute del nostro Paese. In modo da orientare le future politiche del Ssn che, a quasi 41 anni dalla sua nascita, rischia di perdere il carattere universalistico con il quale è stato fondato.

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