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Vivere nell’irreale Stato dei sogni

“Nell’universalismo dello spirito del popolo non c’è spazio per analisi sociali e per la definizione di priorità; non c’è spazio neppure per l’individuazione di gruppi sociali a cui il linguaggio della politica dovrebbe scegliere di fare riferimento”. L’analisi di Alessandro Volpi

© Shane Rounce - Unsplash

È in corso ormai da tempo una profonda trasformazione dello Stato italiano che non sta avvenendo attraverso una modifica costituzionale. Anzi, la mutazione della sostanza statuale si consuma, nell’immaginario comune, mentre sono state sonoramente sconfitte tutte le proposte formali di cambiare la Costituzione, considerata come il caposaldo intangibile della tradizione della democrazia repubblicana.
Sembra quasi che la percezione pubblica dei contenuti attribuiti allo Stato si riplasmi per effetto di una rapida successione di nuove aspettative e interpretazioni “popolari”, la cui spinta palingenetica non viene avvertita in contrasto con le regole e i principi scritti nella Carta. Questi segnali di stravolgimento sono tuttavia molteplici e neppure troppo facilmente sintetizzabili.

Innanzitutto è emerso un originale linguaggio politico dove si assegna allo Stato il compito di esprimere, senza mediazione alcuna, lo “spirito del popolo” che non accetta le forme della rappresentanza ma celebra quelle della rappresentazione; lo Stato non ha bisogno di una classe di eletti, selezionati per le loro qualità e per le loro competenze, prediligendo piuttosto la rappresentazione diretta e immediata delle pulsioni diffuse. Si tratta di riprodurre una fotografia perfetta dell’esistente in termini istituzionali.
Discende di qui un evidente paradosso. Nel momento in cui si profilano le molteplici difficoltà dell’universalismo dello Stato sociale novecentesco, che sta diventando troppo “oneroso” per una serie di ragioni oggettive, dall’invecchiamento della popolazione all’estrema velocità del progresso scientifico, le richieste universalistiche dello spirito del popolo diventano ancora più gridate, esprimono i tratti dell’onnipotenza e si trasformano nell’oggetto precipuo della trionfante narrazione della promessa.

Nell’era della reiterazione elettoralistica delle promesse costruite sui desideri, prima ancora che sui bisogni diffusi, non è possibile escludere alcuna ambizione e alcuna aspettativa dall’orizzonte dello Stato. Viene di fatto eliminata la legittimità di ogni ipotesi di scelta: lo Stato deve garantire tutto a tutti, intendendo con tale pretesa tutto ciò che l’immaginario pubblico ritiene indispensabile senza una vera connessione con la realtà. Nell’universalismo dello spirito del popolo non c’è spazio per analisi sociali e per la definizione di priorità; non c’è spazio neppure per l’individuazione di gruppi sociali a cui il linguaggio della politica dovrebbe scegliere di fare riferimento.

L’universalismo diventa quello irreale dello Stato dei sogni che il primato della narrazione propagandistica ha reso però l’obiettivo da perseguire in una folle competizione al rialzo. Concorrono a ciò due fattori rilevanti. Il primo è costituito dalla continua enfasi attribuita all’inverarsi di una prospettiva dove si compie il superamento delle ideologie. Dichiarare l’approdo ad una fase postideologica significa rinunciare a visioni parziali della società; non possono più esistere forze politiche che intendono rappresentare una parte sociale indicata da una ideologia, da una specifica visione del mondo, e per essa concepire programmi e azioni.

Nel tempo del postideologismo, la ricerca del consenso non ha limiti di matrice sociale o valoriale e non accetta in alcun modo la prospettiva di sacrifici chiesti ad alcuni a beneficio di altri. Appare così davvero difficile, per il futuro, immaginare alleanze che possano tenere insieme onnivori movimenti postideologici, o presunti tali, e forze partitiche che continuino a credere nelle geografie della politica. Il secondo fattore è dato dallo stravolgimento delle funzioni parlamentari che sembrano manifestare una crescente autosufficienza rispetto agli altri soggetti della politica. Il Parlamento sta diventando sempre più il luogo delle dinamiche di maggioranze composte, in primis, dalle scelte autonome dei singoli membri delle Camere, nell’ambito di un rinato trasformismo dove, come nel caso del postideologismo, non esistono recinti, né valori, di appartenenza se non quello della quotidiana ricerca della sopravvivenza del ceto politico alimentata dalle promesse e dall’attaccamento al potere.
I gruppi parlamentari si scompongono, si frammentano, si ricompongono e finiscono persino per dar vita a nuovi partiti nati proprio dal Parlamento, senza alcuna soluzione di continuità.
Nel nuovo Stato universalistico, postideologico e trasformista, risultano assolutamente centrali poi i sentimenti e soprattutto le quotidiane paure apocalittiche di perenni invasioni e di minacce provenienti dalle diversità, contro le quali l’unica strada percorribile appare quella della chiusura e dell’autosufficienza. Il nuovo Stato finisce quindi in maniera davvero paradossale per risultare universalistico e autarchico, manifestando lo smarrimento dell’idea di essere una nazione, intesa come una comunità che si riconosce in un patrimonio di valori condivisi nei confronti dei quali prende corpo una reiterata e volontaria adesione non riducibile al semplice dato desumibile dall’anagrafe e dallo stato civile.

Università di Pisa

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