Diritti / Attualità

Negli Stati Uniti il virus è un pretesto per negare l’accesso all’aborto

In Alabama, Arkansas, Iowa, Louisiana, Ohio, Oklahoma, Tennessee e Texas, Stati che hanno alle spalle una tradizione di pratiche anti-abortiste, le autorità avrebbero strumentalizzato la pandemia per sospendere procedure mediche considerate “non urgenti”. La denuncia delle Nazioni Unite

La crisi del Covid-19 sarebbe stata manipolata da alcuni Stati negli USA per rendere più difficoltoso l’accesso alle cure essenziali per l’aborto. È quanto denunciato da alcuni esperti indipendenti delle Nazioni Unite a fine maggio, i quali hanno messo in guardia sul rischio che la potenziale strumentalizzazione della pandemia possa arrivare ad intaccare anche sul lungo periodo i diritti acquisiti dalle donne in materia di interruzione di gravidanza.

Alabama, Arkansas, Iowa, Louisiana, Ohio, Oklahoma, Tennessee e Texas, Stati che hanno alle spalle una tradizione di pratiche anti-abortiste, hanno infatti fornito esempi di un uso potenzialmente discriminatorio della sospensione delle procedure mediche valutate come non urgenti, con conseguenti restrizioni e regressioni nell’accesso alle cure legali. “Temiamo che senza una chiara volontà politica di invertire tali tendenze restrittive e regressive gli Stati continueranno a perseguire questo modello “, ha dichiarato la vicepresidente del gruppo di lavoro sulla discriminazione nei confronti delle donne e delle ragazze Elizabeth Broderick. Il rischio che le agende anti-aborto di alcuni Stati possano avanzare è ancor più concreto in un momento in cui è la stessa pandemia a rendere la tutela sanitaria delle donne più incerta: in uno scenario in cui sono 22mila quelle che ogni anno perdono la vita per interruzioni di gravidanza non sicure, secondo quanto riportato da Amnesty International. L’Ong Marie Stopes International (MSI) stima che nei soli 37 Paesi in cui opera, lo stallo sanitario provocato dal Covid-19 potrebbe condurre ad altre 3 milioni di gravidanze indesiderate, 2,7 milioni di aborti non sicuri e ancora 11mila morti connesse alla gravidanza.

Negli Stati Uniti ogni anno sono circa un milione le donne che decidono di interrompere la gravidanza. L’aborto è stato definito dall’American College of Obstetricians and Gynecologists (ACOG) una “componente essenziale dell’assistenza sanitaria globale” e ritardarlo “può aumentare i rischi o potenzialmente renderlo completamente inaccessibile”. Insieme ad altre organizzazioni di professionisti della salute riproduttiva, l’ACOG il 18 marzo scorso aveva affermato di non sostenere “le risposte Covid-19 che annullano o ritardano le procedure di aborto”. Impedire l’aborto durante una pandemia può risultare molto pericoloso: può costringere una donna a cercare la soluzione in un altro Stato (aumentando la probabilità di infettarsi), o rimandarlo con il conseguente accrescimento dei costi e minor sicurezza. Senza contare i rischi a cui va incontro chi decide di “autogestirlo”, in uno scenario in cui anche l’accesso alle visite ambulatoriali risulta di fatto compromesso.

Pesanti peraltro risultano anche le ricadute economiche sulla collettività per interruzioni di gravidanza non sicure: secondo l’OMS ammonterebbe a 553 milioni di dollari il costo annuale per trattare le complicanze più importanti dovute ad aborti non sicuri. Nonostante questo, l’amministratore delegato dell’Agenzia per lo sviluppo internazionale degli Stati Uniti (USAID) John Barsa ha inviato a metà maggio alle Nazioni Unite la richiesta di eliminare la “salute riproduttiva” e il sostegno all’aborto dal Global Humanitarian Response Plan (HRP), il piano di risposta umanitaria delle Nazioni Unite al Covid-19. “L’Onu non dovrebbe usare questa crisi come un’opportunità per promuovere l’accesso all’aborto come un ‘servizio essenziale’”, sono le parole di Barsa. “Sfortunatamente il Piano di risposta umanitaria globale fa proprio questo, ponendo cinicamente la fornitura di servizi di salute sessuale e riproduttiva sullo stesso livello di insicurezza alimentare, assistenza sanitaria essenziale, malnutrizione, alloggio e strutture igienico-sanitarie”.

I timori del gruppo di lavoro delle Nazioni Uniti di fronte a questa posizione sono forti. “Rimuovere i riferimenti alla salute sessuale e riproduttiva dall’HRP -ha affermato infatti Broderick- avrà conseguenze devastanti per le donne di tutto il mondo. Questo minerà seriamente lo sforzo congiunto della comunità internazionale per rispondere alle esigenze di salute delle donne in questo momento di crisi”. Critiche espresse anche dal Center for Health and Gender Equity (CHANGE). “L’USAID dovrebbe vergognarsi del suo stravagante tentativo di usare il coronavirus come mezzo per smantellare un quadro di diritti sessuali e riproduttivi di lunga data dalla risposta pandemica delle Nazioni Unite”, ha affermato il presidente Serra Sippel. “Quando gli Stati Uniti si allontanano da un quadro SRHR (che sta per Sexual and Reproductive Health and Rights, ndr), peraltro concordato a livello internazionale, si allontanano dalla protezione del diritto alla vita delle donne“.

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