Diritti / Attualità

Sport e inclusione in Bosnia: a Bihać è nata una palestra di arrampicata terapeutica

Nel Cantone di Una-sana, snodo della rotta balcanica, ha aperto uno spazio dedicato all’incontro e coinvolgimento della comunità locale e non solo. Un’area con una superficie scalabile di 100 metri quadrati immaginata e realizzata nel progetto “Balkan Rope” coordinato da Mediterranean Hope: “Sarà uno spazio solidale”

L'inaugurazione della palestra "Flamingo Loophole" a Bihać © Mediterranean Hope

È stata inaugurata sabato 11 giugno a Bihać la prima palestra di arrampicata terapeutica della Bosnia ed Erzegovina. Un’area con una superficie scalabile di 100 metri quadrati immaginata e realizzata all’interno del progetto “Balkan Rope” con l’idea di creare un luogo di incontro e coinvolgimento delle persone attraverso l’arrampicata.

La città di Bihać è nota per essere una delle “trappole” in cui rimangono catturate le persone in transito lungo una delle rotte balcaniche. Situata nel Cantone di Una-sana, al confine con la Croazia, ha rappresentato per anni e rappresenta tuttora un luogo di partenza -e di ritorno dopo i violenti respingimenti della polizia croata- per i migranti che tentano il game nella speranza di raggiungere l’Unione europea. Ma non sono solo le persone in transito a trovarsi in condizione di bisogno: in un Paese dove le ferite della guerra non si sono ancora ricucite, dove mancano servizi e infrastrutture, anche la comunità locale ha scarse opportunità di sviluppo ed emancipazione.

Gli operatori di Mediterranean Hope (il Programma migranti e rifugiati della Federazione delle chiese evangeliche in Italia), se ne sono accorti immediatamente. Niccolò Parigini, Idea and project management di Mh, è arrivato a Bihać lo scorso anno e in tre mesi di permanenza ha avuto modo di conoscere e confrontarsi con i giovani del luogo: “Mi parlavano spesso della mancanza di alternative, di spazi dove promuovere la coesione sociale o semplicemente per stare insieme. In Libano, dove ho lavorato per anni, c’è un’associazione che pratica l’arrampicata terapeutica con i giovani siriani e palestinesi dei campi informali vicino a Beirut e io stesso arrampico e so quale può essere il potere di questo sport, quindi ho subito pensato che una palestra di arrampicata poteva essere un’opportunità per i giovani bosniaci”.

Sono diversi gli studi che dimostrano come l’arrampicata sia terapeutica in sé. Pur essendo un’attività che si pratica individualmente è uno sport profondamente sociale: quando si scala sulle pareti, siano esse artificiali o naturali, c’è sempre qualcuno che “fa sicura”, tenendo la corda dal basso, e quando si fa boulder, ovvero si arrampica per brevi vie senza bisogno della corda, c’è un compagno che ti “spotta” e para la tua caduta. “Praticando questo sport c’è quindi molto spazio per la comunicazione, il confronto e per la nascita di legami di fiducia molto forti -continua Parigini-. Inoltre diversi studi internazionali hanno dimostrato l’efficacia della ‘climbing therapy’ nell’affrontare disturbi coma la depressione, l’ansia e lo stress post-traumatico”.

Alcuni bambini arrampicano alla palestra “Flamingo Loophole” di Bihać © Mediterranean Hope

Perché l’idea si concretizzasse è servito incastrare diversi pezzi. “Il primo passo è stato quello di proporlo ai ragazzi del luogo -spiega l’operatore di Mh-, anche se ci sono le montagne ed esiste qualche palestra, l’arrampicata è uno sport ancora un po’ sconosciuto in Bosnia ed Erzegovina, anche a causa della presenza di un gran numero di mine sul territorio, ma ne sono stati fin da subito entusiasti. Così, coinvolgendo l’associazione sportiva KES Spectrum e il centro culturale U Pokretu, abbiamo immaginato il progetto”. Il secondo tassello è stato l’incontro fortuito a Lampedusa con Francesco Bertelè, arrampicatore esperto e artista, che ha subito accettato di far parte della squadra e ha avuto il ruolo di Technical designer e works supervisor nell’immaginare la palestra. Il punto di partenza era infatti uno spazio vuoto, la Spomen Dom USOJ -ovvero la casa memoriale dell’alleanza della gioventù jugoslava-, dove Bertelè ha proiettato la sua immaginazione per creare una “scultura” in metallo e legno: “Ne è nato uno spazio in cui sono confluite anche le storie della città di Bihać, una tela su cui Francesco ha sviluppato un disegno, un dipinto in movimento sulle pareti, un quadro che cambierà nel tempo, come cambieranno i percorsi nella palestra -aggiunge l’operatore di Mh-. Da qui anche il nome scelto per la struttura: ‘Flamingo Loophole’. La parola ‘loophole’ rappresenta un’ambiguità o un’inadeguatezza in un sistema, mentre il fenicottero, è qualcosa di esotico, rappresenta il modo in cui tutti noi percepiamo qualcosa di estraneo, indipendentemente dal fatto che siamo noi ad arrivare o ad ospitare”.

Ed è proprio questa idea di inclusione che la palestra vuole incarnare attraverso le attività proposte: “Spectrum si occuperà della gestione dell’apertura al pubblico e del coinvolgimento di persone che autonomamente verranno ad arrampicare in palestra -spiega Parigini- mentre io e Léa Karam (Project management, communication and design di Mh) organizzeremo corsi ed eventi a tema. L’idea è quella di coinvolgere ragazzi, gruppi di donne o persone vulnerabili, come ad esempio i bambini dell’orfanotrofio, la comunità Rom e i migranti, in particolare i minorenni soli, che si trovano nei campi. Ci piacerebbe organizzare momenti ludici, come delle piccole competizioni amatoriali, per creare occasioni di integrazione. Il nostro desiderio è che la palestra sia un posto aperto a tutti, uno spazio sicuro di solidarietà e inclusione”.

Sarà più difficile coinvolgere le tante persone in transito che ancora oggi si trovano nel Cantone di Una-sana. Dal gennaio 2018 gli arrivi nel Paese registrati dall’Unhcr ammontano a circa 90mila. Sebbene gli osservatori riferiscano di un trend in diminuzione, Bihać resta comunque uno snodo fondamentale per tentare di raggiungere l’Ue. E nonostante la politica di concentrazione delle persone nel campo di confinamento di Lipa, si stima che ci siano almeno 300-400 tra uomini, donne e minori negli accampamenti informali attorno alla città. Lo dimostra la stessa esperienza di Mediterranean Hope che insieme alla Ong bosniaca Kompass 071, ha aperto un centro diurno all’inizio dello scorso inverno dove i migranti possono fare una doccia, bere un the o un caffè e prendere vestiti o sacchi a pelo. “Ci sono giorni in cui vengono al rifugio poche persone, ma ce ne sono altri in cui ce ne sono decine che fin dalla mattina hanno bisogno dei nostri servizi, oppure che passano la sera a ricaricarsi prima di ritentare il Game. Da gennaio a oggi sono passate oltre 1.200 persone”.

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