Economia / Opinioni

La spending review italiana mostra tutti i suoi limiti

Con margini molto contenuti di contrazione della spesa corrente e con pochi investimenti pubblici, appare chiaro allora che il vero nodo da affrontare è costituito dalla modifica delle regole europee. L’analisi di Alessandro Volpi

Il nostro Paese ha fatto i conti, negli ultimi quattro anni, con una significativa spending review che, secondo le valutazioni fornite dal Commissario straordinario per la razionalizzazione della spesa, Yoram Gutgeld, raggiungerà a fine 2017 i 30 miliardi di euro. Si tratta di una cifra non banale rispetto alla quale sono necessarie però alcune precisazioni importanti, dettate proprio dai numeri.

Prendendo in esame il conto economico consolidato delle amministrazioni pubbliche emerge con evidenza che, nonostante la spending review, la spesa pubblica complessiva è cresciuta nel periodo 2014-2017, passando da 825,479 miliardi a 829,311. È cresciuta soprattutto la spesa corrente che è salita dai 765,380 miliardi del 2014 ai 771,973 del 2017; tale crescita sarebbe stata ancora maggiore se non si fosse registrato un deciso calo degli interessi passivi pagati sul debito pubblico italiano, scesi, nello stesso arco di tempo, da 74,377 a 66,272 miliardi, in larga misura per effetto delle politiche espansive della Banca centrale europea. In altre parole, senza questa rilevante riduzione, in grado di sostenere la già ricordata attività di revisione delle uscite, la spesa pubblica italiana sarebbe cresciuta, e non poco, per l’incremento della spesa nei consumi intermedi, nelle prestazioni sociali e in altre voci difficilmente definibili, tra cui la “nuova” voce delle spese per i migranti. Peraltro sulla reale possibilità di incidere nei confronti della spesa pubblica insistono due fattori difficilmente comprimibili. Il primo è rappresentato dalla spesa per prestazioni sociali -di fatto il sistema previdenziale e assistenziale- che è cresciuta, nel periodo 2014-2017, da 326,863 a 337,514 e non sembra aggredibile dopo le riforme degli anni passati, se non rischiando di ledere principi costituzionalmente garantiti. Il secondo è costituito dalle spese del personale, sostanzialmente stabili a 164 miliardi nonostante una riduzione degli organici della Pubblica amministrazione pari a 84mila unità negli ultimi tre anni.

Dunque, dopo una tranche di tagli e risparmi di circa 30 miliardi e senza ulteriori contenimenti della spesa in conto interessi, che dipendono in particolare dalla affidabilità del debito e della moneta utilizzata dal nostro Paese, sembra chiaro che la spending review sta esaurendo il proprio corso; dei quasi 328 miliardi di spesa che vengono ancora considerati aggredibili dalla revisione della spesa, quelli su cui è possibile uno sforzo reale sono i 135 miliardi di acquisti di beni e servizi. Su una parte di questi agisce la tanto discussa Consip che ha esteso il proprio raggio di azione ormai all’86% delle gare bandite dai soggetti aggregatori, per un totale di 30 miliardi di euro, realizzando secondo le stime del già ricordato Commissario un risparmio nel solo 2016 di 3,5 miliardi di euro. Si tratta di un dato che nasconde però qualche criticità a cominciare dal valore medio dei lotti richiesti, spesso troppo grandi perché possano essere accessibili per le piccole e medie imprese italiane, e soprattutto dagli spazi di manovra molto limitati per incidere in modo decisivo; troppo circoscritto è, infatti, il perimetro delle gare rispetto al complesso della spesa aggredibile, che è già, come detto, una porzione ridotta della spesa totale.

I limiti della spending review risultano ancora più tangibili se dalla spesa corrente si sposta l’attenzione sulla spesa in conto capitale e sul versante degli investimenti che si sono, questi sì, purtroppo ristretti. Il totale delle uscite in conto capitale, che comprende la preziosa voce degli investimenti pubblici, ha visto infatti la riduzione da circa 60 a poco più di 57 miliardi di euro che risultano decisamente insufficienti per alimentare la ripresa di un Paese con un Pil stagnante come l’Italia. Con margini molto contenuti di contrazione della spesa corrente e con pochi investimenti pubblici, appare chiaro allora che il vero nodo da affrontare è costituito dalla modifica delle regole europee che obbligano ad una revisione della spesa esasperata e impediscono gli investimenti produttivi. Proprio la spending review, pari negli ultimi quattro anni a circa due punti di Pil che non sono riusciti a contrastare gli effetti depressivi, è la dimostrazione che occorrono nuove politiche pubbliche dove il punto focale deve essere rappresentato non dalla quantità ma dalla qualità della spesa. I tagli ai costi della politica, necessari, devono essere abbinati a strategie di rilancio degli investimenti e della “buona” spesa, ma per fare tutto ciò serve un’Europa diversa.

Università di Pisa

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