Ambiente / Inchiesta

L’impronta ecologica dei sistemi sanitari nazionali: ridurla conviene

La sostenibilità ambientale di ospedali e industria farmaceutica è una priorità per le Nazioni Unite. Solo in Inghilterra, il comparto emette ogni anno tanta CO2 in atmosfera quanto l’intera Croazia. Le buone pratiche in Europa e il caso dell’Emilia-Romagna

Tratto da Altreconomia 198 — Novembre 2017
Medicinali contraffatti vengono distrutti a Dakar (Senegal)l © SEYLLOU/AFP/Getty Images

C’è un settore dell’industria inglese che è responsabile del rilascio in atmosfera di 25 milioni di tonnellate di CO2. Un valore pari alle emissioni annuali dell’intera Croazia, una quantità che equivale a quella emessa da 12 milioni di veicoli che percorrono in media 15mila chilometri in un anno. Lo stesso settore consuma ogni anno anche 39 miliardi di litri di acqua, due volte la capienza del lago di Como. Non si tratta dell’industria della produzione di carne, ma del sistema sanitario nazionale inglese. E le voci di questo “bilancio ambientale” non si limitano solo a queste due.

In Europa, la sanità è uno dei settori più importanti per le economie dei singoli Paesi. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), rappresenta tra l’8 e il 10% del prodotto interno lordo e impiega l’8% del totale dei lavoratori. Un’attività di grandi dimensioni che inevitabilmente ha un enorme impatto sull’ambiente poiché il suo funzionamento richiede l’impiego di mezzi di trasporto, il consumo di energia elettrica e l’utilizzo di prodotti chimici. Per questo motivo l’agenzia dell’ONU ha inserito la sostenibilità ambientale dei sistemi sanitari tra i sette campi prioritari su cui intervenire per proteggere salute e ambiente. La nuova sfida non è più solo portare il tema della salute all’interno delle questioni ambientali, ma far entrare la cultura dell’ambiente nei sistemi sanitari. Un cambio di prospettiva espresso anche lo scorso giugno a Ostrava, in Repubblica Ceca, durante la sesta Conferenza interministeriale su ambiente e salute, che ha ospitato i rappresentanti di 53 Paesi della Regione europea dell’OMS.

Bettina Menne, programme manager per l’ufficio europeo dell’OMS racconta ad Altreconomia che questa intuizione è nata nel 2008: “Siamo partiti dagli effetti dei cambiamenti climatici sulla salute e dalle nuove esigenze che i sistemi sanitari dovevano affrontare. Da lì ci siamo chiesti se i sistemi stessi potessero contribuire alla difesa dell’ambiente”. I primi studi sono partiti dal Regno Unito, finora unico Paese ad aver fornito dati sull’impronta ecologica del settore.

La struttura di un sistema sanitario è complessa. Comprende persone, istituzioni e risorse che producono un impatto ambientale a tutti i livelli: aria, acqua, suolo. Le fonti principali di emissioni sono gli edifici e i macchinari utilizzati per le cure. Secondo il progetto europeo RES-Hospitals, che ha l’obiettivo di ridurre le emissioni di anidride carbonica degli ospedali tra i 28 Stati membri, i consumi di CO2 degli edifici ospedalieri di tutta Europa rappresentano il 5% delle emissioni complessive. Gli ospedali hanno bisogno di un ininterrotto apporto di energia per il riscaldamento e il raffreddamento, la ventilazione, i macchinari, i trattamenti sanitari e la pulizia. Inoltre ogni ospedale deve avere un generatore di corrente alternativo per le situazioni di blackout. Se il primato per CO2 spetta a queste strutture, anche l’industria farmaceutica dà il suo contributo. In Inghilterra, il ciclo di produzione dei farmaci produce il 22% delle emissioni dell’intero sistema sanitario. Questa industria ha un impatto sull’ambiente durante ogni fase del suo ciclo: produzione, consumo e smaltimento. Uno studio dell’agenzia di ricerca “BIO Intelligence Service” realizzato per l’Unione europea nel 2013, calcola che dal 30 al 90% della dose orale di un farmaco è immessa nell’ambiente attraverso l’urina. Dall’acqua questi residui possono diffondersi sulla superficie e sui terreni coltivati, fino a raggiungere l’acqua corrente e i cibi che mangiamo. Dati che l’Università di Ferrara ha verificato già nel 2012.

Nelle acque provenienti da alcuni ospedali del Nord Italia, sono stati trovati numerosi principi attivi di antibiotici e antinfiammatori e altre sostanze nocive, come mezzi di contrasto e metalli pesanti.

In tutto i ricercatori hanno analizzato 73 principi, presenti in media 7 volte di più tra le acque ospedaliere rispetto a quelle urbane. Per alcuni antibiotici la concentrazione è anche 30 volte superiore. Le acque ospedaliere, principali fonti di microinquinanti, generalmente non vengono separate da quelle urbane e gli impianti di depurazione che le trattano sono inadatti a rimuovere i componenti presenti negli scarichi delle strutture sanitarie. Ai residui nelle acque reflue si aggiunge poi la produzione di rifiuti: per l’anno 2017 l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (ISPRA) ha calcolato che in Italia l’intero sistema sanitario produce 792.827 tonnellate di rifiuti, il 6% della produzione totale, tre quarti dei quali classificati come pericolosi.

Il 77% di questi scarti vengono dall’industria farmaceutica. Le industrie e i medici possono adottare misure che riducono l’impatto di questi rifiuti. Le prime producendo diverse misure di scatole di medicinali, a seconda del tipo di cure necessarie, e realizzando incarti biodegradabili. I medici invece devono impegnarsi a prescrivere farmaci solo quando necessario, soprattutto gli antibiotici, ed educare i pazienti al corretto smaltimento delle medicine scadute o inutilizzate. Ridurre l’impronta ecologica del sistema sanitario aiuta ogni Stato a raggiungere gli Obiettivi per lo sviluppo sostenibile stabiliti dall’ONU. In particolare, interviene su sei delle diciassette azioni dettate dall’Agenda 2030: permette di garantire salute e benessere (3), disponibilità e gestione sostenibile dell’acqua (6), accesso a sistemi di energia economici, affidabili, sostenibili e moderni (7), di creare città inclusive (11), ideare modelli sostenibili di produzione e consumo (12) e contrastare i cambiamenti climatici (13).

Ma le ripercussioni positive non sono soltanto ambientali: “La sostenibilità ambientale rappresenta una convenienza economica diretta per i sistemi sanitari -spiega ad Altreconomia Francesca Racioppi, senior policy and programme adviser dell’OMS- dà la possibilità di risparmiare risorse che possono essere destinate alla cura e alla promozione della salute”. Uno studio del Commonwealth Fund nel 2012 ha stimato che, negli USA, piccoli interventi di gestione dell’energia, come il controllo dell’illuminazione tramite sistemi di automazione o l’utilizzo di prodotti per la pulizia ecologici possono generare un risparmio di 15 miliardi di dollari in 10 anni.

Oggi, nonostante la mancanza di un monitoraggio sull’impatto ecologico complessivo dei servizi sanitari, esistono in Europa esperimenti di ottimizzazione dei consumi. “Health Care Without Harm”, una coalizione di ospedali, personale sanitario e ricercatori che ha la missione di ridurre l’impronta ecologica dei sistemi sanitari ne ha raccolti alcuni. Nel 2011 in Germania l’ong BUND ha creato “Energy Savings Hospitals”, un riconoscimento rivolto agli ospedali che si impegnano a ridurre l’energia consumata. Finora 45 ospedali hanno ricevuto questo premio e in totale hanno evitato l’emissione di 65mila tonnellate di CO2 l’anno e prodotto un risparmio di più di 20 milioni di euro. In Francia, il Centre Hospitalier de Niort ha puntato sul solare: ristrutturato nel 2014, è ora in grado di produrre energia propria e avere un surplus da poter utilizzare per altri scopi. A renderlo più sostenibile hanno contribuito i pannelli fotovoltaici e la massimizzazione dell’utilizzo di luce naturale.

Qualche buona idea è nata anche in Italia. L’Emilia-Romagna ha avviato da circa 10 anni il programma “Il Servizio sanitario regionale per lo sviluppo sostenibile”, con cui si impegna a ridurre il peso ambientale del servizio sanitario regionale e a promuovere un utilizzo razionale dell’energia.

Sia attraverso interventi di riqualificazione degli edifici, come l’installazione di impianti di cogenerazione, sia attraverso l’educazione del personale sanitario. La campagna “Io spengo lo spreco” ha promosso buone abitudini per un consumo responsabile, come spegnere il pc a fine giornata o chiudere le finestre nei locali climatizzati. Le pratiche quotidiane non sono da sottovalutare: spegnere per una settimana l’aria condizionata mezz’ora prima di uscire dall’ufficio equivale a 24 ore di televisione, una fotocopiatrice accesa fuori orario di lavoro per una settimana consuma quanto la stampa di 8.500 fotocopie, l’uso per un anno dello scarico wc con il doppio pulsante equivale a 33 docce. Azioni che assumono grande importanza se moltiplicate per i 61mila dipendenti e i circa quattro milioni di metri quadrati complessivi delle strutture sanitarie pubbliche dell’Emilia-Romagna. La Regione ha stimato che il solo calo dell’1% di consumo di energia può portare a un risparmio di un milione di euro all’anno e ridurre l’emissione di CO2 di circa 4mila tonnellate.

Altro aspetto su cui l’industria sanitaria deve intervenire è la riduzione dello spreco di cibo. Come già avviene al Policlinico S. Orsola di Bologna, dove il cibo aperto e non consumato dai pazienti viene utilizzato per produrre bio-gas, e circa 500 pasti al mese vengono recuperati e donati a cooperative locali che assistono persone in difficoltà.

A parte casi sporadici, restano ancora molti difetti nel modo di operare italiano. Primo fra tutti, per Simona Agger, architetta specializzata in infrastrutture sanitarie, è la mancanza di monitoraggio dei risultati: “Dovremmo prendere esempio dal sistema anglosassone. In Italia ci sono proposte progettate bene e avviate, ma non si conoscono gli esiti. Dal ministero si fa fatica a ottenere i dati delle Regioni”. Negli ultimi anni la Sanità ha ricevuto finanziamenti molto inferiori rispetto a quelli previsti dalle leggi di bilancio. In queste condizioni occuparsi di ambiente è visto come un lusso. “In Italia -continua Agger- manca ancora una cultura dell’ambiente a tutti i livelli. I sistemi sanitari devono incominciare ad avere una visione più ampia del loro ruolo, che va al di là dello scopo principale di assistenza e cura, senza compromettere la qualità dei servizi. E lo Stato deve garantire investimenti e maggior controllo sui progetti avviati”.

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