Diritti / Opinioni

La democrazia è in trappola. Tre mosse per uscirne

La risposta a chi consideriamo straniero è la risposta per la vita di tutti. Non possiamo delegarla né ai governi della rottamazione né ai governi del cambiamento. Ne siamo corresponsabili. Le “idee eretiche” di Roberto Mancini

Tratto da Altreconomia 206 — Luglio/Agosto 2018
© Adolfo Lujan, via Flickr

Dove nacque il sogno dell’Europa come comunità democratica? Nella visione del Manifesto di Ventotene e nella resistenza di quanti seppero opporsi alle forze del male senza perdere la loro umanità. E nacque anzitutto dalla passione delle vittime che furono deportate ed eliminate dal nazismo e dal fascismo, inseparabili nella malvagità. Il sogno dell’Europa si è attuato solo in parte, per lo più è stato tradito da chi ha preferito il capitalismo globale o gli egoismi nazionali.

Oggi la questione delle migrazioni è come uno specchio che ci chiede non di rinnegare il sogno, bensì di realizzarlo. Dallo specchio si vede come sia grave la povertà politica ed etica dell’Italia e della Ue, nonché quanto sia pericolosa la regressione della società civile. È chiaro che il problema non è la migrazione in sé, ma la migrazione non gestita negli effetti e soprattutto non affrontata nelle cause strutturali. Per uscire da questa trappola che conduce alla demolizione della democrazia e all’instaurazione di un regime parafascista e razzista sono necessari tre passaggi.

Il primo passo sta nel ritrovare la lucidità della coscienza ricordando le origini del sogno dell’Europa. Altrimenti restiamo nell’accecamento che ci porta a bollare le persone migranti come “clandestini”, che è come segnare chi è ebreo con una stella gialla. In questa mentalità la solidarietà più elementare è un reato, le Ong che salvano vite sono “vice-scafisti” all’opera sui “taxi del mare” e l’abbandono che sperimentano i rifugiati è chiamato “la pacchia”.

Per questo non ci prende il disgusto di noi stessi mentre approviamo la costruzione di campi di concentramento in Libia, in modo che i “clandestini” non possano più disturbarci. Dentro tale mentalità il ragionamento è banale: si parte credendo che l’unica alternativa sia quella tra respingimento e accoglienza illimitata, ma visto che quest’ultima è impossibile, ne deriva il dovere di respingere, perché prima vengono gli italiani. Invece l’alternativa vera è aggredire le cause strutturali delle migrazioni coattive organizzando intanto una vera accoglienza sia da parte dell’Italia sia, evidentemente, da parte della Ue.

Occorre capire che l’ordine del mondo attuale, fondato sul potere globale della finanza e sugli appetiti dei governi più prepotenti, riduce di volta in volta gli esseri umani a strumenti o scarti. Tale ordine caotico e violento perpetua le iniquità, chiudendo il futuro a tutti. Il secondo passo consiste nel rifiutare le false soluzioni del problema: penso sia al neoliberismo e al neocolonialismo che hanno causato la tragedia, sia al sovranismo xenofobo che la aggrava, sia all’assistenzialismo facilmente liquidabile come “buonismo” perché di fatto è privo di un progetto politico di inclusione ed è incapace di dare luogo a percorsi di ricostruzione della cittadinanza per tutti, nativi e migranti. Il terzo passo sta nell’azione di soggetti collettivi capaci di sviluppare questi percorsi territorio per territorio.

Sul piano strutturale serve una politica del governo italiano, della Ue e dell’Onu che avvii il processo di risanamento delle nazioni inabitabili a causa della guerra, della dittatura e della miseria. Ma sul piano della nostra azione quotidiana serve l’alleanza tra associazioni, Ong, istituzioni di prossimità (Regioni, Comuni, scuole) per costruire comunità locali ospitali e sostenibili che risveglino le coscienze, generino lavoro e allestiscano le condizioni per affrontare insieme i problemi. Con lo straniero etnico sono respinti gli stranieri generazionali (i giovani), gli stranieri economici (esuberi, poveri), gli stranieri per genere (le donne). La risposta a chi consideriamo straniero è la risposta per la vita di tutti. Non possiamo delegarla né ai governi della rottamazione né ai governi del cambiamento. Ne siamo corresponsabili, perché la nostra personale umanità è la stessa di chiunque altro. Il nativo e lo straniero sono diversi come due gocce d’acqua: non lo dice il buonismo, ce lo insegna la vita.

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