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Se la legge sulla tortura consente la tortura

Il 7 luglio la commissione Giustizia del Senato ha licenziato il testo sul reato di tortura, modificando quello approvato dalla Camera il 9 aprile. Con un clamoroso passo indietro, tornano le contestate espressioni "violenze reiterate" e "crudeltà", e le pene per i pubblici ufficiali sono diminuite.
Lorenzo Guadagnucci: “Siamo a un passo dalla rivendicazione del diritto di tortura”

“Siamo a un passo dalla rivendicazione del diritto di tortura”: è tremendo il giudizio che Lorenzo Guadagnucci -giornalista, vittima della Diaz e autore per Ae del pamphlet “sTortura”– dà del testo sull’introduzione del reato di tortura licenziato il 7 luglio dalla commissione Giustizia del Senato.
 
Come previsto, i commissari di Palazzo Madama hanno infatti messo mano al provvedimento approvato in aprile dalla Camera dei Deputati, sull’onda dello sdegno prodotto dalla sentenza della Corte europea dei diritti umani.
 
Nonostante il testo della Camera fosse già fortemente distante dalla Convenzione Onu contro la tortura sottoscritta dall’Italia nel 1989 e duramente contestato dalle vittime della Diaz, dal pm di quel processo -Enrico Zucca-, e dal giudice d’appello di Bolzaneto, Roberto Settembre-, questo è stato ulteriormente peggiorato, guastato. 
 
E se il dibattito pubblico si concentra sul rinvio a questo punto certo all’altro ramo del Parlamento, quel che rileva è la sostanza delle modifiche apportate. Il torturatore, secondo la commissione Giustizia del Senato e i relatori Buemi (Psi) e D’ascola (Ncd-Udc), dovrà infliggere “reiterate violenze o minacce gravi”, “con crudeltà”, cagionando “acute sofferenze fisiche o un verificabile trauma psichico”. Una singola minaccia di stupro -come accadde a Bolzaneto-, un solo atto di soffocamento, un solo tentativo di affogamento: tutto ciò, interpretando un testo del genere, sarebbe riconosciuto e ammesso. Le pene per i pubblici ufficiali sono diminuite ("da cinque a quindici anni" a "da cinque a dodici anni"), così come quelle relative all’”istigazione del pubblico ufficiale a commettere tortura”. È un passo indietro evidente che Guadagnucci interpreta guardando al passato, a 11 anni fa, trovando preoccupanti analogie.
 
“L’incredibile recupero della formula delle ‘reiterate violenze’ pare una citazione utilizzata per richiamare quanto accaduto nel 2004 -spiega Lorenzo-. All’epoca si arrivò ad un passo dall’approvazione del reato ma all’ultimo momento la Lega Nord, che faceva parte del patto, presentò in aula un emendamento non concordato in cui si diceva appunto delle ‘reiterate” violenze’, del concetto di pluralità. Questo emendamento destò scandalo, per la sua portata paradossale e tutto ciò comportò l’abbandono della legge, proprio per questa scandalosa visione della tortura. L’analogia con quella stagione potrebbe significare l’affossamento anche in questa occasione della legge. Se è così ne prendiamo atto ma mi preoccupa questo modo vigliacco di comunicare. Ci si dovrebbe prendere la responsabilità di dire che questo Parlamento non è in grado di approvare una legge sulla tortura”.
 
Resta il fatto che lo scandalo destato oggi è decisamente inferiore a quello del 2004. “11 anni fa si sollevò un putiferio -ricorda Guadagnucci- mentre oggi il silenzio è di tomba. Il passo successivo sarà chiedere il riconoscimento della tortura, perfezionando questa tragica secessione dalla Convenzione europea dei diritti umani”.

 

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