Ambiente / Opinioni

Se il Recovery Fund finisce in cattive mani

I fondi europei dovranno essere usati anche per investimenti contro il climate change. Senza controllo sui piani nazionali c’è il rischio di fallire. La rubrica a cura di Stefano Caserini, docente di Mitigazione dei cambiamenti climatici

Tratto da Altreconomia 234 — Febbraio 2021
© Arthur Podzolkin - Unsplash

Mentre l’anno appena trascorso si è piazzato ancora una volta nei primissimi posti degli anni più caldi, infuria il non-dibattito su come spendere i soldi del Next Generation Eu, impropriamente chiamato Recovery Fund. Non è un caso che il secondo nome sia quasi sempre preferito al primo. Se si ricordasse più spesso che si tratta di soldi presi a prestito dal futuro, e che sarà la prossima generazione a dover restituire, sarebbe meno facile impegnarli per le solite cose. Per i soliti investimenti che hanno un generico obiettivo di favorire la crescita, l’occupazione, senza farsi troppi problemi di valutare la loro congruenza con l’attuale situazione di emergenza climatica, o con i nuovi impegni di riduzione delle emissioni climalteranti assunti a livello europeo. L’Ue prevede che un terzo dei fondi dovrebbe essere impegnato per contrastare il cambiamento climatico e c’è da augurarsi che l’Ue controlli che i piani nazionali rispettino davvero questo vincolo.

Il pessimismo è giustificato. Non mancheranno qualche azione seria e ben fatta, e una spruzzatina di green, ma visto il noto ritardo culturale della classe dirigente italiana sul tema del cambiamento climatico, non c’è da aspettarsi una vera svolta nel modo in cui questi fondi saranno impegnati. A volte i motivi per deprimersi sono evidenti. Prendiamo il caso della mia Regione, la Lombardia. Non ha fatto una bella figura ultimamente con il Covid-19. Per cui è stato appena nominato un “super” assessore (così è stato definito) che dovrà occuparsi di “sviluppo economico, Recovery Fund e ristori”.

33%: un terzo dei fondi del Next Generation Eu dovranno essere utilizzati per affrontare la crisi climatica. Ma l’inerzia del “business as usual” è forte

Non posso non ricordare che il nuovo assessore ha avuto un po’ di notorietà in Parlamento quando si è votata la ratifica dell’Accordo di Parigi. Era il 19 ottobre 2016. Insieme a pochi altri deputati votò contro la ratifica dell’Accordo, sostenendo un emendamento (numero A.C. 4079-A) alla legge di ratifica dell’Accordo in cui si chiedeva di togliere 25 milioni di euro dai 50 milioni con cui l’Italia con la ratifica si impegnava a finanziare il Green climate fund (il fondo Onu che serve per sostenere le azioni dei Paesi più poveri) per sostenere “lo svolgimento di ricerche dedicate alla valutazione del rischio di un raffreddamento globale in conseguenza dell’alterazione dei cicli delle macchie solari”. Bocciato l’emendamento, non si perse d’animo e presentò come primo firmatario un ordine del giorno (numero 9/4079-A/3)  in cui similmente si impegnava il governo a “prevedere il finanziamento di studi e ricerche ulteriori, dedicati alla valutazione dell’impatto relativo di attività antropiche e fenomeni astronomici sui cambiamenti climatici in atto sulla Terra, che investighino soprattutto sull’ipotesi concernente il possibile, imminente, inizio di un periodo di raffreddamento globale indotto dal rallentamento delle attività solari, evidenziato dalle recenti anomalie emerse nell’osservazione del ciclo delle macchie che appaiono normalmente sulla superficie della stella intorno alla quale ruota il nostro Pianeta”.

Penso che potrebbe classificarsi tra gli emendamenti e ordini del giorno sul cambiamento climatico più stupidi del XXI secolo: 25 milioni di euro sono una cifra enorme per chi si occupa di ricerca. E sul ciclo delle macchie solari si sa già da molto tempo che contano pochissimo. E chi proponesse in un contesto di ricerca un lavoro simile verrebbe invitato a ricoverarsi. Il motivo per cui queste persone acquisiscono posizioni di potere è perché, come scrivono i giornali, sono “fedelissimi” del loro capo, in questo caso il “trumpino” sotto processo per avere sequestrato persone migranti sulle barche. E poi naturalmente sono sempre lì a parlarci di meritocrazia.

Stefano Caserini è docente di Mitigazione dei cambiamenti climatici al Politecnico di Milano. Il suo ultimo libro è “Il clima è (già) cambiato” (Edizioni Ambiente, 2019)

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