Ambiente / Attualità

Se il consumo di suolo manda in fumo metà del Piano nazionale di ripresa e resilienza

Le colate di cemento non rallentano neanche nel 2020, chiarisce il Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente nell’ultimo rapporto sul consumo di suolo. Il nostro Paese potrebbe essere costretto a sostenere un costo tra gli 81 e i 99 miliardi di euro a causa della perdita dei servizi ecosistemici tra il 2012 e il 2030

© Etienne Girardet - Unsplash

Nel 2020 in Italia nemmeno il Covid-19 ha fermato le colate di cemento e asfalto. Il consumo di suolo ha coperto altri 56,7 chilometri quadrati, in media 15 ettari al giorno. Nello stesso periodo solo cinque chilometri sono stati ripristinati, con una perdita netta di 51 chilometri quadrati di suolo agricolo o naturale. “Un incremento che rimane in linea con quelli rilevati nel recente passato e fa perdere al nostro Paese quasi due metri quadrati di suolo ogni secondo causando la perdita di aree naturali e agricole”, sottolinea il Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente (Snpa) che nei giorni scorsi ha presentato l’edizione 2021 del rapporto “Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici”. Oggi il 7,11% del territorio nazionale è impermeabilizzato, coperto da asfalto o cemento, rispetto a una media europea del 4,2%.

“I dati di quest’anno -ricorda il Snpa- confermano la criticità del consumo di suolo nelle zone periurbane e urbane, in cui si rileva un continuo e significativo incremento delle superfici artificiali, con un aumento della densità del costruito a scapito delle aree agricole e naturali”. Il consumo di suolo è meno intenso all’interno delle aree protette (dove si registrano comunque 65 ettari in più nell’ultimo anno) e nelle aree montane. È invece evidente all’interno delle aree vincolate per la tutela paesaggistica (più 1.037 ettari), entro i 10 chilometri dal mare (più 1.284 ettari). Inoltre, si continua a costruire in aree a pericolosità idraulica media (più 767 ettari), in aree esposte a rischio frana (più 286 ettari), e in aree a pericolosità sismica (più 1.852 ettari)

In termini assoluti è la Lombardia la Regione in cui è stata consumata la quota maggiore di suolo (oltre 288mila ettari) ed è anche quella più cementificata: il 13,5% delle aree artificiali italiane, infatti, si trova in questa Regione.  Al secondo posto troviamo il Veneto (217mila ettari) e al terzo si attesta l’Emilia-Romagna (200mila ettari). Seguono Piemonte, Sicilia, Puglia e Campania. All’altro capo della scala, si trova invece la Valle d’Aosta (7mila ettari). Le province dove il consumo di suolo è aumentato maggiormente sono quelle di Roma (più 271 ettari) , Brescia (più 214 ettari) e Vicenza (più 172). Mentre la provincia di Monza e Brianza si conferma quella più cementificata, con circa il 41% di suolo consumato in rapporto alla superficie. Eppure, anche qui, si sono trovati altri 27 ettari di verde da convertire in strade, parcheggi, aree commerciali o abitazioni.

A livello locale, Roma si conferma il Comune italiano che ha più trasformato il suo territorio (più 123 ettari). Sorprendentemente, al secondo posto per consumo di suolo nel 2020 si piazza il Comune di Troia, in provincia di Foggia, dove l’installazione di pannelli fotovoltaici a terra su preesistenti aree agricole ha interessato una superficie di 66 ettari.

Il rapporto dedica un’attenzione particolare proprio all’installazione di impianti fotovoltaici a terra, “per la sua rilevanza rispetto al raggiungimento di una produzione energetica sostenibile per l’ambiente e prevista in forte crescita nel futuro”. I dati rilevati tra il 2019 e il 2020 riportano un totale di 179 ettari di consumo di suolo, un dato non molto distante dai 196 ettari rilevati nel 2019. Le Regioni in cui si è destinato più territorio al fotovoltaico a terra sono la Sardegna, che è quella che ha consumato di più, con poco meno di 105 ettari (circa il 58% del totale nazionale) e la Puglia con 66 ettari (circa il 37%).

Il timore è che nei prossimi anni, ulteriori aree agricole possano essere impermeabilizzate per installare impianti fotovoltaici a terra: il Snpa prevede un aumento al 2030 compreso tra i 200 e i 400 chilometri quadrati di nuove installazioni a terra che invece potrebbero essere realizzate su edifici esistenti. In Veneto i dati del monitoraggio del consumo di suolo già rivelano la presenza di ben 788 ettari di terreno occupati da impianti fotovoltaici a terra. “Dopo un rapido incremento a cui si era assistito all’inizio del decennio scorso -si legge nel report- dal 2012 la situazione sembrava essersi stabilizzata. Nel corso dell’ultimo anno, invece, si stanno verificando una ripresa e un’intensificazione della richiesta di installazione degli impianti fotovoltaici a terra”. Le richieste pervenute negli ultimi sei mesi, riportano i curatori, riguardano una superficie di oltre 200 ettari.

Conciliare la produzione rinnovabile di energia e tutelare il suolo è possibile, ricorda il rapporto: sfruttando i tetti ed eventualmente le aree già cementificate e abbandonate per installare pannelli fotovoltaici si può produrre una quota di energia sufficiente senza intaccare i terreni. Il Snpa ha analizzato la carta del suolo consumato 2020 e ha stimato la superficie di tetti potenzialmente adatti allo scopo, eliminando quelli dei centri storici e applicando fattori di riduzione: si tratta di una superficie che va dai 682 agli 891 chilometri quadrati, per una potenza variabile dai 66 agli 86 GW.

“Ipotizzando che sul 10% dei tetti sia già installato un impianto, si può concludere che sfruttando gli edifici disponibili ci sarebbe una potenza fotovoltaica compresa tra i 59 e i 77 GW, un quantitativo sufficiente a coprire l’aumento di energia rinnovabile previsto dal Piano nazionale integrato energia e clima (Pniec) al 2030”, si legge nel report. Il Pniec, infatti, individua per il fotovoltaico un valore di circa 52 GW installati al 2030.

Tutelare e proteggere il suolo ha anche importanti ricadute economiche. Secondo le stime, le aree verdi e agricole perse nel nostro Paese dal 2012 a oggi avrebbero garantito la fornitura complessiva di 4,1 milioni di quintali di prodotti agricoli e l’infiltrazione di oltre 360 milioni di metri cubi di acqua di pioggia che, scorrendo in superficie, non hanno alimentato le falde acquifere e hanno aggravato la pericolosità idraulica dei nostri territori. Inoltre, nello stesso periodo, la perdita di capacità di stoccaggio del carbonio di queste aree (circa tre milioni di tonnellate) equivale, in termini di emissioni di CO2, a quanto emetterebbero oltre un milione di autovetture con una percorrenza media di 11.200 chilometri all’anno tra il 2012 e il 2020. Un totale di oltre 90 miliardi di chilometri percorsi.

Consumare suolo -e perderne i servizi ecosistemici- ha un costo: tre miliardi di euro ogni anno. Questo valore potrebbe raggiungere una soglia complessiva compresa tra gli 81 e i 99 miliardi di euro (in pratica la metà del Piano nazionale di ripresa e resilienza) nel periodo compreso tra il 2012 e il 2030.

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