Ambiente / Intervista

Obiettivi di sviluppo sostenibile, la distanza tra realtà e intenzioni

Intervista a Enrico Giovannini, coordinatore delle attività del segretariato dell’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile (Asvis), che fa il punto sull’attuazione degli SDGs in Italia: “Spetterà ai ministeri mettere a punto i piani per indicare come vogliono contribuire al raggiungimento dei risultati previsti dall’Agenda 2030”

L’idea dello sviluppo sostenibile si sta rafforzando, ma i passi fatti dal lancio dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite non sono ancora sufficienti. Enrico Giovannini, professore ordinario di Statistica economica presso l’Università di Roma “Tor Vergata”, già presidente dell’Istat nonché ex ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, coordina le attività del segretariato dell’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile (Asvis). È un osservatore privilegiato dello “stato di salute” dei 17 Sustainable Development Goals (SDGs) adottati dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel settembre 2015 per affrontare “nodi” come povertà, fame, salute, istruzione, parità di genere, acqua pulita e sicura, servizi igienico-sanitari, energia, lavoro dignitoso, innovazione, disuguaglianze, città sostenibili, consumo e produzione responsabile, cambiamenti climatici, biodiversità negli oceani e sulla terra, pace e partnership globali. Lo raggiungiamo a fine maggio sul treno tra Milano e Bologna, due città al centro del “Festival dello Sviluppo Sostenibile 2018” che è iniziato il 22 maggio e terminerà il 7 giugno. L’obiettivo dell’evento è “coinvolgere fasce sempre più ampie della popolazione sui temi della sostenibilità” e “stimolare decisori privati e pubblici perché assumano iniziative concrete e rilevanti per migliorare le condizioni economiche, sociali e ambientali del nostro Paese”.

Professor Giovannini, a settembre l’Agenda 2030 compirà i suoi primi tre anni. Un quinto del percorso. È possibile tracciare un primo bilancio?
EG A livello globale ci sono tre possibili bilanci. Il primo ha a che fare con l’attenzione del mondo della ricerca, dell’innovazione, della scienza a questo tema. E c’è stato certamente un forte boom. E questo è un elemento molto importante: articoli su fondamentali riviste scientifiche, ricerca di soluzioni innovative praticabili, tutto orientato alla sostenibilità, a nuovi materiali, al risparmio di acqua, a energie rinnovabili, all’economia circolare. Insomma, l’idea dello sviluppo sostenibile sta diventando un driver molto importante della ricerca pubblica e privata.

l secondo aspetto è la transizione verso un mondo a impatto energetico e ambientale minore. Qui non stiamo parlando solo di ricerca ma di attuazione. Il 60% degli investimenti in campo energetico dell’ultimo anno sono stati nella direzione delle energie rinnovabili. Chiaramente la strada è ancora lunga, ma direi che il mondo sta andando in questa direzione e questo ha determinato un abbattimento fortissimo dei costi al punto che oggi è più conveniente l’energia rinnovabile rispetto all’uso di combustibili fossili, soprattutto in alcune aree del Pianeta. Quindi c’è accelerazione, anche se continuiamo a emettere una quantità di CO2 e di gas climalteranti assolutamente inaccettabile.

Il terzo ambito nel quale si vedono avanzamenti importanti è un linguaggio comune, basato sugli SDGs, nella diplomazia, nelle imprese e nel mondo della politica, del terzo settore e dell’università. La sostenibilità sta entrando negli insegnamenti, nei sistemi di rendicontazione delle imprese, addirittura nella pubblicità. Una sorta di lingua franca, comune, per cui anche nella diplomazia internazionale e nelle negoziazioni ormai i 17 Goal sono sistematicamente presi come riferimento.

Si tratta di elementi molto importanti. Sono sufficienti?
EG No. Sappiamo che ci sono ostacoli, ritardi. Ci sono Paesi che dopo aver firmato l’Agenda 2030 si sono dimenticati del loro impegno, come l’amministrazione federale americana che ha annunciato l’uscita dagli accordi di Parigi, decisi in attuazione dell’Agenda 2030. Ci sono Paesi che hanno deciso di investire in energie del passato e hanno interrotto una serie di progetti di trasformazione. La crisi continua a colpire duramente sul fronte sociale molti Paesi tra cui l’Italia, mentre crescono le disuguaglianze, un elemento importante contro cui lotta l’Agenda 2030. La distanza tra la realtà e gli obiettivi è ancora molto molto forte.

Tra gli strumenti decisivi per l’attuazione dell’Agenda ci sono le partnership tra soggetti pubblici, gli Stati, fortemente indeboliti in questi anni, e gli interlocutori privati, in primo luogo le grandi aziende multinazionali. Che tipo di equilibrio si è creato dal suo punto di vista?
EG È un equilibrio molto instabile. Laddove ci sono chiare leadership che, per esempio, hanno indicato l’eliminazione dei veicoli a combustione interna entro una certa data – penso alla Norvegia, alla Francia – il settore privato non solo si è adeguato, ma ha deciso di investire credendo in questo tipo di transizione. Ci sono altri Paesi come l’Italia in cui questo non è avvenuto. E quindi non c’è stato l’allineamento delle strategie private con quelle pubbliche, per il semplice fatto che queste ultime sono mancate. C’è poi il tema della cooperazione internazionale, in cui si è capito che le imprese, in particolare le multinazionali, hanno un ruolo chiave per raggiungere una parte importante degli SDGs, come i diritti umani, ma anche per effettuare investimenti innovativi nei Paesi in via di sviluppo. In questo caso, se, anche in Italia, la cooperazione allo sviluppo è stata ora ridisegnata intorno agli SDGs, ci sono ancora grandi difficoltà al dialogo tra settore pubblico e privato in questi campi. È una situazione molto frammentata. L’OCSE ci dice che i flussi di aiuti allo sviluppo sono ancora molto bassi rispetto alle promesse che sono state fatte. L’Italia ha aumentato leggermente l’assistenza allo sviluppo, ma semplicemente perché in essa sono incluse le spese per la voce “migranti”, che in realtà non sono risorse che vanno ai Paesi in via di sviluppo.

A proposito della strategia dell’Italia. Risale al 16 marzo scorso la direttiva del presidente del Consiglio uscente Gentiloni che ha ridisegnato la governance degli Obiettivi accentrando il coordinamento della strategia nazionale a Palazzo Chigi. Una soluzione che come ASVIS avete più volte sollecitato. A che punto siamo?
EG La direttiva non è stata ancora pubblicata in Gazzetta Ufficiale e questo è un elemento molto grave. La direttiva è arrivata nel momento di transizione politica e quindi di fatto spetterà al nuovo governo attuarla, così come spetterà al nuovo governo dare alle pubbliche amministrazioni delle linee guida su come inserire gli SDGs nei propri piani della performance. La direttiva afferma che tutti i ministeri devono definire dei piani annuali per indicare come vogliono contribuire al raggiungimento degli obiettivi, ma poi bisogna misurare l’effettiva attuazione delle varie misure.

Nell’ultimo rapporto di ASVIS sull’Italia e gli Obiettivi dell’Agenda 2030 si dava conto della scarsa sensibilizzazione dell’opinione pubblica a riguardo. “Solo pochi italiani conoscono l’Agenda: infatti, la percentuale di chi è informato ‘poco’ e ‘per niente’ si attesta al 77%”. A Festival 2018 in corso, qual è la vostra percezione oggi?
EG Molto migliore. Le partnership con i mezzi di informazione e l’impegno delle 200 organizzazioni che aderiscono all’ASviS stanno funzionando. Notiamo un cambiamento anche nei media, ma nei prossimi mesi intendiamo avviare la formazione dei giornalisti a questo riguardo (in questo solco si inserisce il ciclo di incontri organizzato a Milano tra fine maggio e fine giugno intitolato “SDGS e Agenda 2030: come raccontare la sostenibilità” e organizzato da Fondazione Cariplo, ndr).

È positivo poi il fatto che alcune città Bologna, Milano, Parma, Bari, Torino si siano impegnate a organizzare vari eventi nel corso del Festival; vuol dire dare concretezza a queste tematiche nell’ambito delle città, che sono luogo di caduta delle varie tematiche dello sviluppo sostenibile. E significa che anche i media locali dovranno imparare a connettere i temi delle periferie con quello della mobilità sostenibile, con quello delle emissioni, della povertà, delle disuguaglianze, d’istruzione. È un circolo virtuoso.

In tema di misurazione dello sviluppo sostenibile e monitoraggio dei suoi obiettivi è centrale il ruolo del Sistema statistico nazionale (Sistan) coordinato dall’Istat. Come sta procedendo questo “lavoro”?
EG Tra qualche settimana l’Istat dovrebbe fornire un aggiornamento della banca dati sugli SDGs e spero anche un approfondimento in termini territoriali e tematici. È un lavoro che si sta svolgendo in tutti i Paesi e l’Istat da questo punto di vista è partito avvantaggiato grazie al notevole lavoro svolto sul rapporto BES (Benessere Equo e Sostenibile), che sviluppai quando ero Presidente dell’Istituto. È però evidente che l’Istat ha deciso di non fare degli SDGs una sua bandiera, ma uno dei tanti prodotti: ad esempio, siamo stati obbligati a trasformare i tanti file excel e pdf predisposti dall’Istat in una banca dati perché i dati sugli SDGs non erano stati presentati in modo integrato e facilmente accessibile. Inoltre, abbiamo sviluppato noi gli indicatori sintetici per gli SDGs, mentre l’Istat è andato avanti con quelli per il BES. Il 31 maggio abbiamo presentato gli indicatori sintetici per l’Europa elaborati da noi a partire dai dati Eurostat, mentre per il prossimo Rapporto, che pubblicheremo in autunno, presenteremo gli indicatori compositi regionali.

Come fare a migliorare le lenti per osservare al meglio l’andamento degli SDGs?
EG In primo luogo va riconosciuto che l’Istat per il BES ha uno fatto sforzo notevole per arrivare a delle stime anticipate al 2017 di quei 12 indicatori introdotti nel Documento di Economia e Finanza, tra cui anche le emissioni di CO2 e gli indicatori di disuguaglianza. Certo ci piacerebbe che molti altri dati fossero più tempestivi, ma questo richiede un investimento significativo. Abbiamo in Italia una buona tempestività dei dati sociali, si potrebbe fare molto di più – e questi esempi sul BES lo dimostrano – per fare delle stime anticipate sui dati ambientali. Se dovessi dare un consiglio, punterei proprio a stime anticipate sulle componenti ambientali e poi una ricerca più approfondita su quelle tematiche della governance, della corruzione e del funzionamento della società italiana che riguardano l’Obiettivo 16.

aggiornato lunedì 4 giugno alle 10.18

© riproduzione riservata

Newsletter

Iscriviti e ricevi la newsletter settimanale di Altreconomia