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Il fallimento della “scuola sovranista” di Steve Bannon

A Trisulti, in Ciociaria, sarebbe dovuta nascere un’accademia gestita dal think-tank Dignitatis Humanae Institute, del quale è patron il leader dell’alt-right statunitense. Tra proteste, garanzie fasulle e nessuna esperienza, Adriano Marzi, tra i primi a occuparsi della “lunga serie di irregolarità” dell’assegnazione dell’abbazia, racconta come è andata a finire

Le manifestazioni di protesta contro la "scuola sovranista" alla Certosa di Trisulti - © Adriano Marzi

Negli Stati Uniti, dove ha giocato un ruolo fondamentale nell’elezione di Donald Trump, Steve Bannon è conosciuto come “the shabby”, lo sciatto. Il soprannome deriva non solo dall’incuria del suo aspetto ma soprattutto dal suo modo di fare politica: fondatore di Cambridge Analytica –l’organizzazione nota per aver manipolato 50 milioni di profili Facebook con l’intento di favorire prima l’elezione di Trump e poi la Brexit– e leader dell’alt-right statunitense –un’estrema destra nazionalista e xenofoba, che di “alternative” non ha praticamente nulla– Bannon è noto per la totale mancanza di scrupoli e la produzione continua di fake-news. Ne è un esempio lampante la vicenda della sua “scuola sovranista”, che sarebbe dovuta nascere in Italia, nella Certosa di Trisulti, in Ciociaria.

Nel febbraio 2018, il ministero dei beni culturali (Mibact) ha dato in concessione per 19 anni la Certosa -un’abbazia tra i boschi dei Monti Ernici, che per nove secoli ha ospitato il lavoro e le preghiere di monaci eremiti- al Dignitatis Humanae Institute (Dhi), un think-tank per “la difesa delle fondamenta giudaico-cristiane della Civiltà Occidentale”, che tra i suoi membri onorari, oltre a Bannon, conta il cardinale statunitense Raymond Burke, nemico giurato di papa Francesco, e Luca Volontè, ex-deputato dell’Udc sotto processo a Milano per corruzione.

Ho cominciato a occuparmi della vicenda nell’autunno 2017, quando era ancora in corso il bando del Mibact per l’assegnazione della Certosa. Fin dal principio era evidente una lunga serie di irregolarità: Dhi, un’associazione costituita in Italia solo pochi giorni prima della scadenza del bando, non poteva avere “un’esperienza almeno quinquennale nella tutela e valorizzazione del patrimonio culturale”, né tanto meno “la gestione negli ultimi 5 anni di almeno un bene culturale”, entrambi requisiti essenziali per l’assegnazione. Come verifico di persona, il “piccolo museo monastico di Civita”, di cui Dhi sostiene di essere gestore, è in realtà un’ala striminzita del monastero abbandonato di San Nicola, in cui sono stipati alcuni oggetti appartenuti alle antiche comunità monastiche di Trisulti. Il tutto è stato affidato a Benjamin Harnwell, seguace di Bannon e fondatore di Dhi, dall’abate di Casamari, padre Romagnuolo, responsabile della Congregazione dei Cistercensi (i monaci che dal 1947 abitano anche la Certosa) e membro a sua volta di Dhi. Il “museo” non avrebbe mai aperto al pubblico, come mi raccontano tutti gli abitanti di Civita che ho modo di incontrare. Un’informazione che confermano poi telefonicamente anche Francesca Casinelli, responsabile di Cicerone, il centro visite guidate del Lazio indicato sullo stesso sito web di Dhi come referente -“Mi risulta che il museo sia ancora in allestimento, certo è che le nostre guide non hanno mai portato nessuno a visitarlo”- e Luciano Rea, presidente di Ciociaria Turismo -“Il museo di Civita è ancora un progetto in itinere: o almeno, noi non abbiamo mai organizzato visite al suo interno”-. Lo stesso Harnwell mi spiega che “lo spazio viene aperto soltanto su richiesta”, prima di ammettere che si tratta di “un evento avvenuto molto di rado”. Per visitarlo scrivo anche a Martina Veglianti, direttrice del museo sempre secondo il sito web di Dhi, senza però ricevere mai risposta.

A quel punto segnalo subito il risultato della mia inchiesta a chi si sta occupando del bando negli uffici dell’allora ministro Dario Franceschini. Ciononostante, il dirigente del Mibact responsabile dell’assegnazione, Antonio Tarasco, mi risponde che “non sono noti impedimenti formali alla stipula della concessione”.
L’inchiesta, pubblicata nel dicembre 2017 da il venerdì de la Repubblica, viene pian piano ripresa dalla stampa italiana e internazionale (tra gli altri, Washington Post e Financial Times) e infine, lo scorso 29 aprile, da Report, il programma televisivo d’inchiesta di Rai3. Una settimana più tardi, il collega Andrea Palladino aggiunge un’ulteriore tassello, scoprendo che anche la garanzia finanziaria fornita da Dhi sarebbe falsa, come dichiarato da Peter Hinrichs Bering, manager della Jyske Bank, la banca che risulta firmataria della suddetta garanzia.

Dopo aver ricevuto il parere favorevole dell’Avvocatura di Stato, il Mibact – che oggi fa capo al ministro Alberto Bonisoli- annuncia venerdì 31 maggio di aver finalmente avviato le pratiche per la revoca della concessione. Un risultato ottenuto soprattutto grazie alle pressioni della comunità locale, protagonista di due marce di protesta (dicembre 2018 e lo scorso marzo) e di una denuncia in auto-tutela firmata da oltre 2mila persone. Dhi -che minaccia battaglia legale contro “questo raglio della Sinistra”- risulta non aver pagato il canone annuo di concessione (100mila euro) scaduto lo scorso febbraio, l’Imu 2018 (88mila euro) e le utenze della struttura. Nessun segno inoltre degli interventi promessi per mettere in sicurezza gli straordinari tesori della Certosa. L’abbazia versa al contrario in uno stato di completo abbandono: i tetti danneggiati dai venti invernali sono stati rappezzati con tavole di plastica al posto delle tegole, gli antichi giardini all’italiana lasciati in balìa delle erbacce. Segni evidenti di come Dhi non abbia provveduto neppure all’ordinaria manutenzione. La Corte dei Conti ha quindi avviato un indagine per danno erariale e d’immagine allo Stato. Degno finale di una storia “sciatta” come il suo protagonista.

Ora potrà riprendere il volo di un sogno: fare dell’abbazia un centro internazionale per lo studio della medicina tradizionale, puntando sulla grande tradizione erboristica locale. Già nel 1057, quando ad abitare il monastero erano i Benedettini, lo storico tedesco Gregorovius, nella cronaca del suo viaggio a Trisulti, raccontava di “tesori racchiusi in vasi e ampolle” e della farmacia in cui “entrai con maggior devozione di quella che mi avrebbe ispirato una chiesa”. La farmacia della Certosa non è più in funzione da anni -l’ultimo monaco a cimentarsi con l’erboristeria è stato Fra Domenico, che nel 2017 ha dovuto lasciare Trisulti per motivi di salute- ma la tradizione è rimasta. “Da quasi 30 anni -mi racconta Riccardo Copiz, ricercatore alla Sapienza e presidente dell’associazione Sylvatica- a Collepardo si tiene un corso di erboristeria conosciuto a livello internazionale. In collaborazione con alcune Università ed enti di ricerca, ci piacerebbe ospitare all’interno della Certosa un campus universitario indirizzato alla medicina tradizionale e alle scienze naturali applicate”.

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