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Scuola, questa riforma a misura di azienda – Ae 25

Numero 25, febbraio 2002La nuova scuola sta dentro a una riforma al condizionale. Avrà meno ore obbligatorie, due percorsi distinti per le superiori, la possibilità di diplomarsi anche a 18 anni. Sarà collegata al mondo del lavoro e dovrà costare…

Tratto da Altreconomia 25 — Febbraio 2002

Numero 25, febbraio 2002

L
a nuova scuola sta dentro a una riforma al condizionale. Avrà meno ore obbligatorie, due percorsi distinti per le superiori, la possibilità di diplomarsi anche a 18 anni. Sarà collegata al mondo del lavoro e dovrà costare meno.

Ma quello che diventerà davvero -ti spiegano gli insegnanti- non si può ancora dire: tutto dipende dai piani di studio (cioè da cosa si deciderà di insegnare nelle scuole), che arriveranno dopo l'approvazione della legge. C'è quindi da capire, intanto, chi li deciderà.

È una questione fondamentale. La scuola è un settore chiave di un Paese, perché è da qui che usciranno i cittadini, i politici, i dirigenti futuri. Qui, sui banchi, si disegna quella che potrebbe essere l'Italia tra qualche anno. Da qui usciranno anche i nuovi clienti -ce ne siamo occupati sul numero 21 di AltrEconomia- e per questo le aule diventano strategiche anche per le aziende.

La riforma dei cicli scolastici voluta dal ministro Letizia Moratti è stata affidata a una commissione guidata da un professore di Filosofia dell'educazione all'Università di Bergamo, Giuseppe Bertagna. Secondo stime del ministero pubblicate dai quotidiani, costerà intorno ai 123 milioni di euro (oltre 238 miliardi di lire).

Per ora la proposta di legge è una scatola con pochi contenuti, una “riforma architettonica”.

L'idea è quella di una struttura efficiente come un'azienda, dove quello che non funziona o costa troppo viene ridimensionato o eliminato. A guidare gli istituti ci saranno dei veri consigli d'amministrazione, per la gestione e il reperimento dei fondi e degli sponsor esterni.

La riforma Moratti dovrebbe puntare su un taglio delle ore scolastiche e, forse, dei docenti: da 12 mila e 700 ore a 9 mila e 900 per tutto il percorso di studi, con un minimo di 25 ore a settimana. Troppo poco, secondo alcuni insegnanti, per garantire una formazione completa. Ma soprattutto la diminuzione delle ore di lezione si porterà dietro un notevole numero di esuberi: qualche migliaio di insegnanti che non saprebbero più cosa fare. Oggi il personale docente statale è di oltre 834 mila persone.

Stando alla legge, è vero, le scuole potranno organizzare corsi aggiuntivi per altre 300 ore. Ma saranno facoltativi: laboratori di informatica, per esempio, o corsi di musica o sport. Questa soluzione potrebbe aprire le porte ai privati: la normativa non stabilisce che i corsi debbano essere tenuti dai docenti della scuola, e società esterne potrebbero proporre soluzioni più vantaggiose.

Tra le proposte sulla linea dell'efficienza economica c'è la scomparsa del tempo pieno alle elementari, che potrebbe diventare un servizio a pagamento per le famiglie. La scuola è una macchina che lo scorso anno ha macinato 66 mila miliardi di lire, mentre per il 2002 la previsione di spesa è di 69 mila miliardi.

La scuola dovrà anche essere collegata al mondo del lavoro. Gli studi dovrebbero finire prima, per stare al passo con i colleghi europei. Diplomati a 18 anni per le superiori, quindi, per terminare prima anche l'università. E stage aziendali già dai 15 anni d'età. Due lingue obbligatorie, informatica e un bel tratto di penna rossa sulle materie “superflue”, come il latino nei licei scientifici.

La prima vittima certa del ministro Moratti si chiama Berlinguer, l'ideatore della riforma precedente (la legge 30 del 2000, che ha richiesto tre anni di lavorazione) che verrà azzerata.

La “scuola dell'infanzia” (la materna) resterà di tre anni, la scuola primaria (cioè le elementari) di cinque, la secondaria di primo grado (le medie) di tre.

A cambiare saranno le superiori, che si divideranno in due rami:

l'”istruzione”, cioè i licei, cinque anni di durata, e la “formazione” professionale di tre o quattro anni, più la possibilità di un quinto integrativo per accedere all'università. La novità dovrebbe razionalizzare il numero di diplomi, che oggi si aggirano sui 115 e avvicinare al mondo del lavoro. Il vantaggio per chi è convinto che l'università non sia la sua strada sarà la possibilità dell'”alternanza scuola-lavoro”. Basterà avere 15 anni compiuti per lasciare il proprio banco e frequentare periodi di tirocinio e stage nelle imprese.

Non mancano le perplessità. Il segretario nazionale di Cgil Scuola Enrico Panini, per esempio, è convinto che questo porterà a una scuola di serie A contro una di serie B: “Si torna ad un passato, speravamo lontano -ha detto- nel quale l'istruzione era un privilegio per pochi, il rapido avvio al lavoro una condanna per troppi”.

Chi prenderà la strada della “formazione” potrà appendere al muro un diploma già a 18 anni, chi invece sceglierà l'”istruzione” per finire prima dovrà iniziare prima l'asilo: la proposta allo studio è quella di iscrivere i bimbi a 2 anni e mezzo. Perplessi al Cidi, il Centro di iniziativa democratica degli insegnanti: “È una soluzione imposta -spiega il presidente Domenico Chiesa-, non supportata da una scelta pedagogica e culturale”.

Altra novità è l'organizzazione in bienni. Gli studenti saranno valutati ogni due anni. Significa che solo alla fine del biennio si deciderà se promuovere o bocciare uno studente. Il rischio è quello di trascurare eventuali “deficit formativi” durante il primo anno, rendendoli irrecuperabili alla fine dei due anni.!!pagebreak!!

Lo schiaffo del ministro
Gli Stati generali della scuola come vetrina: è stata presentata la bozza di riordino dei cicli scolastici, ma si è evitato il confronto coi presenti in sala.

L'appuntamento era per lo scorso 19 e 20 dicembre a Roma: il ministero dell'Istruzione doveva fare il punto sulla “bozza Bertagna”. La promessa: “Ed ora la parola a studenti, genitori e docenti. È arrivato il momento del confronto”. Ma un confronto vero non c'è stato.

Gli Stati generali li ha aperti il ministro, Letizia Moratti, seguita da Enzo Ghigo, presidente della Conferenza dei presidenti delle Regioni e dal professor Bertagna. Subito dopo e per il resto della giornata si sono susseguiti una quarantina di interventi e testimonianze di rappresentanti del mondo della scuola (insegnanti e dirigenti) e di associazioni scolastiche e non. Il secondo giorno la commissione Bertagna ha presentato il progetto di legge.

Erano 1.300 gli invitati in platea, ma chi credeva di poter intervenire è rimasto deluso. Peggio, arrabbiato. Come i delegati delle consulte studentesche: avevano ricevuto la bozza Bertagna solo pochi giorni prima degli Stati generali e a Roma erano arrivati senza un documento pronto. L'intervento l'hanno preparato durante la notte tra il primo e il secondo giorno.

Quando si sono resi conto che il discorso se lo sarebbero tenuti in tasca hanno iniziato ad alzare cartelli con scritte tipo “La scuola non è in vendita”, a rumoreggiare. I più molesti cadevano nella mani del servizio d'ordine, che li allontanava dalla sala. Qualcuno racconta anche di essere stato preso a sberle. Di questi Stati generali restano tre immagini: il Palazzo dei congressi dell'Eur a Roma assediato dalle proteste di 70 mila studenti e “no global”, il ministro Moratti che chiude la due giorni e assicura: “Vogliamo tenere ancora aperto il confronto, non tradiremo questo nostro metodo di dialogo, di trasparenza, apertura e libertà” e una studentessa che, esasperata, interrompe il presidente del Consiglio Berlusconi, urlando la sua rabbia: “Perché ci avete invitati?”.

Altri Stati generali della storia recente sono quelli che il Comune di Milano ha tenuto poco più di un anno fa, nel gennaio 2001, per rendere conto alla città del lavoro svolto su cultura, welfare, economia, urbanistica. E un anno dopo il capoluogo lombardo prepara il bis: a breve dovrebbero partire gli Stati generali sulla povertà. Per “stabilire e condividere le politiche di lotta alla povertà”, ha spiegato l'assessore ai servizi sociali Tiziana Maiolo.

Ma il termine “Stati generali” ha radici storiche molto più lontane: si chiamava così l'assemblea che il re di Francia convocava in occasioni straordinarie. Gli Stati raggruppavano i tre ordini sociali, clero, nobiltà e Terzo stato. Le loro opinioni non erano però vincolanti per il monarca. Gli Stati generali vennero riuniti regolarmente dal 1302 al 1614, mentre durante l'assolutismo non ebbero spazio. Ricomparvero nel 1789, quando il Terzo stato li dichiarò Assemblea nazionale costituente, dando inizio alla Rivoluzione francese.

Berlinguer ovvero la riforma fantasma
La legge 30 del 2000, la cosiddetta riforma Berlinguer, verrà abrogata all'approvazione della nuova legge sul riordino dei cicli scolastici. Senza essere mai stata applicata. Ecco cosa prevedeva:

• elementari, medie e superiori vanno in pensione, sostituite da due cicli. Uno primario, di sette anni (a partire dai 6 anni di età) e uno secondario, fino ai 18. La scuola quindi finisce una anno prima.

Il primario è diviso in tre bienni più un “anno di orientamento”. Cinque anni per il secondo ciclo e cinque anche le aree di indirizzo: classico-umanistica, scientifica, tecnica, artistica e musicale. Nei primi due anni è permesso cambiare area.

• l'obbligo scolastico viene portato a 15 anni di età.

• viene introdotto un secondo obbligo di frequenza, fino ai 18 anni, per le “attività formative”, cioè la formazione professionale.

• non viene modificata la struttura della scuola materna, che può essere frequentata dai 3 ai 6 anni.!!pagebreak!!

Bertagna, la commissione dei magnifici sei

Giuseppe Bertagna
Docente di Filosofia dell'educazione all'Università di Bergamo, ha insegnato anche negli atenei di Bologna e Torino. È stato anche preside e poi dirigente superiore del ministero della Pubblica istruzione. Dal 1986 fa parte delle diverse commissioni nazionali per la riforma del sistema di istruzione.

Norberto Bottani
È Direttore del servizio di ricerca sull'Educazione del dipartimento dell'Istruzione di Ginevra. Ha lavorato per l'Ocse a Parigi dove ha realizzato il programma degli indicatori internazionali dell'insegnamento.

Giorgio Chiosso
Insegna Storia dell'educazione alla facoltà di Scienze della Formazione di Torino, di cui è anche vicepreside. Ha insegnato anche all'università Cattolica di Brescia, Lecce, Padova, Bergamo. Membro nel 1994 della commissione Pajno per la definizione dell'autonomia scolastica.

Michele Colasanto
Fino al 1998 ordinario di Sociologia all'università Cattolica di Piacenza e poi rettore della stessa. In passato ha insegnato anche alla Cattolica e allo Iulm di Milano e all'Università di Trento. La sua ricerca si concentra tra l'altro su rapporti scuola-lavoro e mercato del lavoro.

Ferdinando Montuschi
Docente di Pedagogia speciale presso la facoltà di Scienze della formazione all'Università di Roma Tre. Dal 1977 collabora con il ministero della Pubblica istruzione.

Silvano Tagliagambe
Ordinario di Filosofia della scienza all'Università di Sassari. Dal 1994 al 2000 è stato vicepresidente del Centro di ricerca, sviluppo, studi superiori in Sardegna presieduto da Carlo Rubbia. Per l'Istruzione ha curato la realizzazione di applicazioni didattiche interattive per le scuole medie inferiori e superiori.

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