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Scontri in Sudan: il racconto della Ong Music for peace tra gli italiani da evacuare

Stefano Rebora (a destra) di Music for peace in Sudan © Music for peace

Ci sono anche il fondatore della Ong genovese e la sua famiglia tra gli italiani rimasti intrappolati nel Paese, dove da giorni imperversano scontri violentissimi. In corso l’evacuazione. “Partiamo per Gibuti su un C-130, poi rientreremo in Italia”, spiega Stefano Rebora, domenica 23 aprile. Nel frattempo pensa già a quando tornare

Ci sono anche il fondatore della Ong genovese Music for peace e la sua famiglia tra gli italiani rimasti intrappolati per giorni in Sudan, dove imperversano scontri violentissimi. Sono Stefano Rebora, la moglie Valentina Gallo e il figlio Athos, di soli otto anni. “Nessuno -spiega Rebora, raggiunto telefonicamente- si aspettava che la situazione degenerasse tanto”. Dopo giornate estenuanti nel pomeriggio italiano di domenica 23 aprile sono riusciti a raggiungere l’aeroporto di Khartoum: “Partiamo per Gibuti su un C-130 e poi rientreremo in Italia”. Nel frattempo pensa già a quando tornare, per aiutare la popolazione “ormai allo stremo”.

Music for peace è presente in Sudan da quattro anni. “Io sono arrivato a gennaio, abbiamo un progetto di sostegno alimentare per la popolazione in stato di povertà e di supporto al sistema sanitario, attraverso la consegna di farmaci e attrezzature mediche -continua Rebora-. Valentina doveva fare dei lavori di carattere amministrativo e informativo per i locali, abbiamo pensato di approfittare della Pasqua, anche per far vivere questa esperienza ad Athos. Dovevamo stare dieci giorni e poi saremmo rientrati tutti insieme, il problema è che in due giorni si è capovolta la situazione. Che fosse tesa si sapeva, ma nessuno pensava che la diatriba verbale tra i due generali sfociasse in tanta violenza”.

I due generali sono Abdel Fattah Abdelrahman al-Burhan, che controlla l’esercito sudanese, e Mohamed Hamdan Dagalo, che guida i paramilitari della Rsf: da più di una settimana si stanno scontrando per il controllo del Paese, instabile da anni. I combattimenti hanno provocato centinaia di morti e migliaia di feriti, mentre i sopravvissuti devono far fronte alla carenza di elettricità e cibo.

La tregua di tre giorni, concordata su pressione americana per la fine del Ramadan, ha retto solo una notte. I piani di evacuazione per gli stranieri sono pronti -diversi americani e sauditi sono stati fatti uscire- ma la situazione a Khartoum è ancora pericolosa e al momento circa 200 italiani restano bloccati nel Paese.

I rifugiati presenti in Sudan e i cittadini sudanesi rifugiati nei Paesi confinanti al 23 aprile 2023. La stragrande maggioranza di rifugiati in Sudan proviene dal Sud Sudan (803mila). Fonte: Unhcr, 2023

Nella capitale ci sono stati bombardamenti indiscriminati di artiglieria, mentre Rebora parla si avvertono colpi e boati: “È iniziato tutto con un ultimatum delle forze governative a Rsf di rientrare nei ranghi -racconta- ma questi ultimi si sono rifiutati. Quel giorno stavamo per uscire e andare al mercato con un altro italiano, ci siamo sentiti al telefono: ‘Aspettiamo un attimo’, ci siamo detti, ed è partito l’inferno. Militari ovunque, hanno iniziato con raffiche di mitra, per poi arrivare all’impossibile. Rsf ha tentato di prendere l’aeroporto e i palazzi governativi, cioè i centri di comando e si sono battuti praticamente per sette giorni in quelle aree. Si sono concentrati sulla conquista degli aeroporti, perché l’aviazione è nelle mani delle forze governative, ed azzerarla per loro vorrebbe dire poter vincere questa guerra. Rsf è meglio armata e addestrata, sono attorno a noi in questo momento. Sono stati sette giorni da incubo”.

Rebora, con la moglie Valentina, il figlio Athos e altri due italiani, Chiara Gardella, responsabile della comunicazione e Pietro Biondi, capo progetto, come tutti gli stranieri, da giorni non escono di casa, a Khartoum: si sono spostati nella stanza più interna e in teoria sicura, ma la situazione peggiora di ora in ora.

65,1 anni, la speranza di vita alla nascita media in Sudan (Fonte: Nazioni Unite, 2023)

Con loro c’erano i collaboratori locali, “piano piano li abbiamo mandati a casa, visto che loro si potevano muovere e così li abbiamo tolti dal pericolo. Siamo in continuo contatto con l’ambasciata e con l’unità di crisi della Farnesina, ci dicono di aspettare. L’ambasciata ha fatto un gran bel lavoro, non se l’aspettavano nemmeno loro. Non dimentichiamo che sono esseri umani come noi, stanno facendo tutto il possibile. Non è una situazione facile”.

“Davanti a casa nostra c’è la devastazione -continua Rebora- c’è un intero palazzo bruciato, è stato colpito ieri. I combattimenti, secondo le ultime notizie, distano più o meno cinque-sei chilometri da dove ci troviamo. Il centro di Khartoum risulterebbe pulito ma non è così, ci sono sacche di Rsf un po’ ovunque, stanno cercando di bonificare l’area, ma gli scontri sono via per via, casa per casa, in qualsiasi momento ci può essere uno scontro a fuoco. E poi c’è il problema più grande -aggiunge- dopo otto giorni ormai la popolazione è allo stremo, non dimentichiamo che circa il 90% della popolazione in Sudan è estremamente povera e vive sotto il limite, per noi inimmaginabile, della soglia di povertà. La maggior parte delle persone lavora a giornata e viene pagata a giornata; quindi, il fatto di dover stare chiusi in casa vuol dire non poter lavorare e non portare i soldi a casa per mangiare la sera. Inoltre, non ci sono più generi di prima necessità, manca l’acqua, manca l’elettricità. I negozi sono tutti chiusi, quei pochi che hanno provato ad aprire sono stati subito svuotati: la gente inizia a essere affamata e una popolazione già in sofferenza che inizia a essere affamata, subito dopo la fine del Ramadan, potrebbe innescare una lotta del ‘tutti contro tutti’, ovvero una guerra civile, in cui ognuno combatte, chi per il potere, chi per i soldi, chi per la sopravvivenza”.

Se da un lato Rebora attende con trepidazione di essere evacuato insieme alla sua famiglia, dall’altro vive quel conflitto interiore di chi sta per andarsene da un posto in fiamme: “Lasciare questo Paese -dice- è una pugnalata al cuore perché sai di lasciare delle persone che hanno estremamente bisogno. L’obiettivo, infatti, è quello di tornare il prima possibile, per riprendere il lavoro e farlo ancora con più forza e capillarità”.

Tale padre tale figlio: nei giorni scorsi, Athos ha mandato un video messaggio ai compagni di classe: “Un giorno fa mi sono svegliato e mia mamma mi ha detto di non guardare fuori dalle finestre -racconta- perché stavano bombardando. Già è un Paese povero, senza felicità, diventa ancora peggio. Poi ho visto che i bambini raccolgono la plastica per venderla, piuttosto che andare a scuola e questo non è giusto. E non è giusto che loro sono nella guerra e noi possiamo giocare. Dobbiamo giocare tutti”.

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