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Esteri / Reportage

In Sudan la resistenza passa anche dalla musica

A Khartoum l’associazione Drum Circle Sudan utilizza la musicoterapia per affrontare le violenze della guerra in Darfur e non disperdere i semi di speranza gettati dalla rivoluzione del 2019

Tratto da Altreconomia 246 — Marzo 2022

Sedute attorno a un cerchio, è il suono inarrestabile e irresistibile dei tamburi a muovere il loro tempo insieme. Un dialogo tra diverse donne che tramite quei battiti si stanno raccontando. Si stanno curando. Si trovano all’Università delle Donne di Oum Dourman, a Khartoum, in uno dei cortili tra una facoltà e l’altra, le studentesse che in divisa universitaria stanno partecipando a un workshop di Drum Circle Sudan, un’associazione nata nel 2018 per promuovere l’arte, la musica e la musicoterapia nel Paese distrutto in passato dal conflitto in Darfur e afflitto dal potere e dalla violenza costante dei militari. A guidare quel cerchio è Selma, un’insegnante di inglese e una musicista, che si presenta anche come una “percussionista che ispira” e viene ispirata dalle donne che incontra, con cui suona, dai sudanesi che hanno fatto la rivoluzione. E che continuano a lottare ora, che il generale Abdel Fattah Burhan ha ripreso il potere nel colpo di Stato militare del 25 ottobre 2021, affossando i sogni della rivoluzione del 2019 contro la dittatura.

A fine ottobre dello scorso anno l’esercito sudanese ha infatti arrestato il primo ministro Abdalla Hamdok, ponendo fine di fatto a una speranza di transizione a un governo civile che avrebbe dovuto guidare il Paese senza i militari a partire dal mese successivo, come da accordo firmato tra militari e civili nell’agosto del 2019. Se dopo un breve periodo Hamdok è stato poi reintegrato, il 2 gennaio 2022 si è definitivamente dimesso, ammettendo di fronte alla presa di forza dei militari che non era riuscito a ridare ai civili quello che gli spettava. Che i militari si vogliano tenere stretto il loro status di pieni poteri in Sudan lo hanno continuato a dimostrare in questi mesi, reprimendo nel sangue ogni tentativo di dissenso della popolazione. Numerose manifestazioni che da fine ottobre sino a febbraio 2022 hanno visto le strade della capitale piene di cittadini e rivoluzionari, sono risultate in decine e decine di morti. Le famiglie e i compagni marciano con i loro volti e nomi in foto, sperando di non essere arrestati o a loro volta feriti o trucidati.

Drum Circle Sudan di massacri ne ha visti già passare sotto gli occhi. Quando a fine del 2018, le proteste per il carovita si erano trasformate in una rivoluzione e un sit-in permanente a Khartoum, ponendo fine alla dittatura trentennale di Omar al-Bashir, Selma si trovava per lavoro in Egitto. Stava registrando il suo album “Sawa Sawa”. Ogni giorno seguiva le manifestazioni della rivoluzione a distanza, in contatto con famiglia e amici, trepidante e ansiosa di poter essere vicina al suo popolo in quel momento storico. Finalmente, a fine maggio 2019, è tornata e non ha perso tempo: si è unita alla folla festante che con poesie, canti, musica diceva no alla dittatura, alla violenza, ai militari. “Il Sudan era trasformato. Quello che ho visto era uno Stato pieno di libertà, di arte per il cambiamento, di murali con scritte rivoluzionarie, di persone disposte a mettere in circolo il loro tempo ed energia per parlare di politica e cultura -ricorda Selma, ancora emozionata al pensiero che una vera rivoluzione sia stata vissuta-. Una delle cose più belle è stata la presenza delle donne. Parte della protesta, della comunità, della musica e della poesia: del futuro che immaginiamo”.

L’entusiasmo di Selma è stato subito schiacciato, appena una settimana dopo il suo rientro, da uno dei più grandi massacri dei militari, quello del 3 giugno 2019, compiuto a opera delle milizie janjaweed, celebri per i massacri in Sudan. Centinaia di persone uccise, gettate nel fiume Nilo, testimonianze di donne molestate e violentate. Migliaia di feriti. In pochi giorni, il lavoro che Selma doveva fare era diventato molto più grande di quello che pensava sognando in cerchio la rivoluzione. In poco tempo, ha organizzato dei laboratori musicali che questa volta avrebbero avuto un focus preciso: curare le ferite del massacro tramite il ritmo profondo della musica sudanese e africana, che viene dalle proprie radici. “Il diffondere la cultura delle percussioni aiuta a preservare le nostre radici e al contempo a metterci in contatto con il mondo -spiega Mohammed, collega di Selma-. Ma nel caso specifico dei Drum Circle dopo i traumi della rivoluzione ha una potente forza emotiva per rimetterci in contatto con noi stessi”. 

Tawdia, un’infermiera di 27 anni che ha vissuto in primo piano tutti gli eventi della rivoluzione, ne ammira l’importanza ma per lei non è abbastanza: “Come si può lavorare sui traumi dei massacri quando questi continuano a compiersi? Dopo il 3 giugno 2019 pensavamo non ci fosse nulla di peggio, e invece con l’ultimo golpe, la situazione è davvero terribile”, racconta arrabbiata. Come parte del personale sanitario, Tawdia è stata testimone dei momenti più caotici, quando i feriti arrivavano in ospedale senza sosta. “I militari continuano a massacrarci nel silenzio internazionale”. 

Un gruppo di giovani festeggia un compleanno suonando musica sulla riva del Blu Nilo, nella capitale Kharoum © Alessio Mamo

A seguito dell’ultimo colpo militare, gli Stati Uniti hanno interrotto gli aiuti al Sudan, dichiarando che fin quando non verrà rispettato l’accordo e i civili non avranno il loro posto nel governo, con una transizione ed elezioni libere, non verranno re-integrati. Come spesso accade, a pagarne le conseguenze è la popolazione che oltre a essere colpita da una grave crisi economica, complice anche la pandemia, negli ultimi anni è stata messa a dura prova dalla crisi climatica: alluvioni mortali e carestia in alcune regioni del Sudan.

Almeno in apparenza distante dai problemi del Paese, al secondo piano di un palazzo anonimo nel quartiere molto conosciuto a Khartoum per il gelato, Ice Cream 41, M Jay continua coi suoi beat e prepara la jam session del martedì sera che riunisce appassionati di dance, reggae e ancora una volta drums, percussioni. M Jay è tra i co-fondatori del Mellow Art Space, uno spazio di musica underground nella capitale sudanese. Talmente è stimato nell’ambiente musicale che anche la famosa cantante sudanese AlSarah che vive a New York e viaggia per concerti in tutto il mondo passava le serate al Mellow al tempo della rivoluzione e prima dell’inizio della pandemia da Covid-19. 

Oggi il posto è meno frequentato: anche qui si riunisce Drum Circle Sudan e anche qui hanno dovuto fare i conti coi traumi della repressione dei militari durante la rivoluzione. “Mellow Art Space è stato fondato nel 2017, ma nel 2019 grazie alla rivoluzione siamo scesi per strada a fare musica -spiega M Jay-. Ho partecipato al sit-in per 26 giorni, avevamo fatto una tenda solo musicale che era frequentata da tantissimi giovani. Poi in un soffio i militari hanno distrutto tutto: perfino i nostri drums. Non è stato facile fare i conti con questa violenza, ma la cosa positiva è che alcuni dei giovani che ci avevano conosciuto durante la rivoluzione, sono tornati a trovarci. Non è facile, ma ci proviamo comunque”.

“Durante la rivoluzione, una delle cose più belle è stata la presenza delle donne. Parte della protesta, della comunità, della musica: del futuro che immaginiamo” – Selma

Ed è nel silenzio della sera, lontano dalle paure della strada, vissuta nel periodo della rivoluzione come la seconda casa e poi diventata luogo di traumi, che in quell’appartamento si balla, si canta, ci si illumina di nuovo. “Ci abbiamo messo cinque mesi dopo il massacro a ricostruire quello che ci avevano distrutto: strumenti da far rifare o da ricomprare, soldi da raccogliere, attrezzatura per il Dj set, ecc. Ma ci siamo rimessi su. Abbiamo un piccolo studio di registrazione e andiamo avanti. Del resto senza la musica non potremmo vivere”. M Jay ricorda anche che alcune piazze della sua città erano diventate luoghi di concerti improvvisati vicino le università, anche per i giovanissimi che non avevano il permesso di partecipare e dormire al sit-in della rivoluzione. Adesso di nuovo si vive nell’incertezza, o forse nella crudele certezza che dopo esser riusciti a mandare via Omar al-Bashir, dittatore richiesto anche alla Corte penale Internazionale dell’Aja per crimini di guerra e genocidio in Darfur, la vittoria contro l’apparato dei militari e delle milizie affiliate è molto più lontana. Nel frattempo, saranno delle note a consolare i rivoluzionari e solo il ritmo delle percussioni a farli rinascere. 

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