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Scommessa di fondo – Ae 68

Pensioni complementari e Tfr, la nuova legge è “double face”: da un lato tutela i dipendenti, dall’altro favorisce la nascita di nuovi giganti finanziari. Che speculeranno in Borsa Il 5 dicembre la Gazzetta ufficiale ha pubblicato un insolito modello di…

Tratto da Altreconomia 68 — Gennaio 2006

Pensioni complementari e Tfr, la nuova legge è “double face”: da un lato tutela i dipendenti, dall’altro favorisce la nascita di nuovi giganti finanziari. Che speculeranno in Borsa

Il 5 dicembre la Gazzetta ufficiale ha pubblicato un insolito modello di legge “double-face”. Il sarto è il ministro del Welfare Roberto Maroni. La legge è la  “Disciplina delle forme pensionistiche complementari”, che promette di dare nuova linfa all’asfittico settore delle pensioni integrative italiane.

Il fatto particolare però è questo: se guardi la legge da un lato, è cucita per garantire (sommariamente) i diritti dei lavoratori privi di pensione complementare. Ma se la guardi dall’altro, va a pennello come incubatrice di giganteschi soggetti di un nuovo potere finanziario: i fondi pensione del futuro. Che, nelle intenzioni del Governo, dovrebbero rivitalizzare niente di meno che la traballante economia italiana.

La legge si gioca tutta su un’idea: il trasferimento dei Tfr (trattamenti di fine rapporto) dei lavoratori dipendenti dalle casse aziendali a quelle dei nuovi fondi pensione. Centinaia di miliardi di euro che potrebbero creare o rafforzare giganteschi soggetti economici. Vergini praterie finanziarie offerte a chi gestisce e gestirà i fondi pensione: banche, assicurazioni e associazioni “gestionali” non profit nate appositamente dalla contrattazione tra aziende e sindacati.

La battaglia tra poteri forti, vista la posta in gioco, nei mesi scorsi è stata spietata. E si è combattuta intorno a una parola: “portabilità”; intesa come la possibilità del lavoratore di portare il proprio Tfr (unito a un contributo del datore di lavoro) nel fondo pensione prescelto. Alla fine, con soddisfazione dei sindacati, le assicurazioni hanno perso il primo round: se il lavoratore sceglie la formula della polizza assicurativa per mantenere il proprio Tfr, l’azienda non dovrà aggiungere nulla di suo. Ma per non scontentare nessuno la legge, pur approvata, entrerà in vigore solo nel gennaio 2008: un rinvio di due anni che permette alle assicurazioni di non perdere di botto il mercato pensionistico. E poi, in due anni, può succedere ancora di tutto.

Questi giochi di potere spiegano anche perché “l’altro lato” della legge, quello scritto per andare incontro ai lavoratori privi di pensione complementare, funzioni a metà.

E male. La legge infatti è stata pensata “solo” in funzione dei 13 milioni di lavoratori dipendenti italiani (quelli titolati del prezioso Tfr, appunto). I lavoratori precari e autonomi, che sono più di 8 milioni, non vengono neanche nominati. Sono esclusi dagli incentivi che la riforma prevede per i dipendenti. Così, oltre ad essere lavoratori con meno garanzie, questa legge ne fa anche pensionati di serie B.

Pur nella sua “parzialità”, tuttavia, la legge potrebbe diffondere, almeno tra i lavoratori dipendenti, la pratica della pensione complementare. In Italia i fondi pensione ci sono dal ’93 ma non sono mai decollati: in 12 anni, solo 1,5 milioni di lavoratori ha deciso di sottoscrivere una pensione complementare. Questo insuccesso è un guaio: anno dopo anno diminuisce il valore della pensioni erogate dall’Inps; se nel frattempo non aumenta il numero dei pensionati “complementari”, fra trent’anni avremo un esercito di anziani sul lastrico. È necessario costringere i lavoratori a porsi il problema della pensione complementare. Metterli alle strette. Sperando che molti decidano di sottoscriverne una.

L’invenzione introdotta ora dalla legge si chiama “silenzio-assenso”; l’oggetto del contendere, il Tfr accumulato. Secondo la legge, entro i primi sei mesi del 2008 il dipendente dovrà comunicare al datore di lavoro come intende utilizzare il proprio Tfr: vuole che rimanga in azienda? O che sia riversato in un fondo pensione? Se non si esprime, il Tfr gli verrà tolto d’ufficio, depositato nel fondo pensione scelto da sindacati e azienda. La scommessa del ministro Maroni è che il lavoratore, per non vedersi scippare il Tfr, si porrà il problema di come investirlo, e sceglierà la soluzione più vantaggiosa (almeno in apparenza): cioè i fondi pensione. Ma funzionerà?

“È probabile, perché i fondi pensione rendono molto di più -spiega convinto Luigi Scimìa, presidente di Covip, Commissione di vigilanza sui fondi pensione-. Nei primi 8 mesi del 2004 i fondi hanno reso dal 6 al 9% mentre il Tfr in azienda si è rivalutato solo del 2%”.

Non tutti però, nell’ambiente, sono ottimisti: “Ci sarà un leggero incremento di adesioni ma molti lavoratori lasceranno il Tfr in azienda -ci spiega nel suo ufficio a due passi dal grattacielo Pirelli di Milano, Nicola Messina, presidente di Fonchim, fondo pensioni del settore chimico farmaceutico-.  Il ragionamento sarà questo: il tfr è di per sé un investimento sicuro, cresce e senza costi, perché rischiare?”. Fonchim è un fondo d’eccellenza: 116 mila aderenti, ben il 60% degli addetti del settore. Obiettivo: raggiungere in breve quota 80%. Negli ultimi tre anni però il livello degli iscritti è rimasto invariato. “Un motivo è l’occupazione che non cresce -spiega Messina-, ma anche il fatto che i giovani sono in genere assunti a tempo determinato o con contratti precari”. Quindi, in quest’ultimo caso, senza i requisiti per l’iscrizione al fondo chiuso.

Ma il freno maggiore all’iscrizione rimane la diffidenza: “Siamo sicuri che il fondo non fallisca?”, si potrebbe domandare il lavoratore.

“In America ne sono falliti, ma da noi non può succedere -assicura Luigi Scimìa di Covip-. Là erano fondi aziendali gestiti spesso con una logica di utilità per l’azienda. In Italia per legge il titolare del fondo ne deve affidare la gestione ad un ente esterno certificato”. In Italia esistono 628 fondi pensione preesistenti alla riforma del 1993. Uno di questi è quello dei dipendenti dell’ex Banca commerciale italiana (Comit, oggi parte di BancaIntesa), di cui è stato dichiarato il fallimento nel 2004. Antonio Masia, 61 anni, è un ex-dipendente che, assieme ai pensionati Comit, prima di Natale ha depositato un ricorso presso il Tribunale di Milano per chiedere la nullità del provvedimento. “Come si garantisce ai giovani che una cosa del genere non succederà anche a loro? È una vera ingiustizia: si sta levando ai padri quello che si promette ai figli con i nuovi fondi pensione. Come potranno fidarsi?”.

Il 5 dicembre la Gazzetta ufficiale ha pubblicato un insolito modello di legge “double-face”. Il sarto è il ministro del Welfare Roberto Maroni. La legge è la  “Disciplina delle forme pensionistiche complementari”, che promette di dare nuova linfa all’asfittico settore delle pensioni integrative italiane.

Il fatto particolare però è questo: se guardi la legge da un lato, è cucita per garantire (sommariamente) i diritti dei lavoratori privi di pensione complementare. Ma se la guardi dall’altro, va a pennello come incubatrice di giganteschi soggetti di un nuovo potere finanziario: i fondi pensione del futuro. Che, nelle intenzioni del Governo, dovrebbero rivitalizzare niente di meno che la traballante economia italiana.

La legge si gioca tutta su un’idea: il trasferimento dei Tfr (trattamenti di fine rapporto) dei lavoratori dipendenti dalle casse aziendali a quelle dei nuovi fondi pensione. Centinaia di miliardi di euro che potrebbero creare o rafforzare giganteschi soggetti economici. Vergini praterie finanziarie offerte a chi gestisce e gestirà i fondi pensione: banche, assicurazioni e associazioni “gestionali” non profit nate appositamente dalla contrattazione tra aziende e sindacati.

La battaglia tra poteri forti, vista la posta in gioco, nei mesi scorsi è stata spietata. E si è combattuta intorno a una parola: “portabilità”; intesa come la possibilità del lavoratore di portare il proprio Tfr (unito a un contributo del datore di lavoro) nel fondo pensione prescelto. Alla fine, con soddisfazione dei sindacati, le assicurazioni hanno perso il primo round: se il lavoratore sceglie la formula della polizza assicurativa per mantenere il proprio Tfr, l’azienda non dovrà aggiungere nulla di suo. Ma per non scontentare nessuno la legge, pur approvata, entrerà in vigore solo nel gennaio 2008: un rinvio di due anni che permette alle assicurazioni di non perdere di botto il mercato pensionistico. E poi, in due anni, può succedere ancora di tutto.

Questi giochi di potere spiegano anche perché “l’altro lato” della legge, quello scritto per andare incontro ai lavoratori privi di pensione complementare, funzioni a metà.

E male. La legge infatti è stata pensata “solo” in funzione dei 13 milioni di lavoratori dipendenti italiani (quelli titolati del prezioso Tfr, appunto). I lavoratori precari e autonomi, che sono più di 8 milioni, non vengono neanche nominati. Sono esclusi dagli incentivi che la riforma prevede per i dipendenti. Così, oltre ad essere lavoratori con meno garanzie, questa legge ne fa anche pensionati di serie B.

Pur nella sua “parzialità”, tuttavia, la legge potrebbe diffondere, almeno tra i lavoratori dipendenti, la pratica della pensione complementare. In Italia i fondi pensione ci sono dal ’93 ma non sono mai decollati: in 12 anni, solo 1,5 milioni di lavoratori ha deciso di sottoscrivere una pensione complementare. Questo insuccesso è un guaio: anno dopo anno diminuisce il valore della pensioni erogate dall’Inps; se nel frattempo non aumenta il numero dei pensionati “complementari”, fra trent’anni avremo un esercito di anziani sul lastrico. È necessario costringere i lavoratori a porsi il problema della pensione complementare. Metterli alle strette. Sperando che molti decidano di sottoscriverne una.

L’invenzione introdotta ora dalla legge si chiama “silenzio-assenso”; l’oggetto del contendere, il Tfr accumulato. Secondo la legge, entro i primi sei mesi del 2008 il dipendente dovrà comunicare al datore di lavoro come intende utilizzare il proprio Tfr: vuole che rimanga in azienda? O che sia riversato in un fondo pensione? Se non si esprime, il Tfr gli verrà tolto d’ufficio, depositato nel fondo pensione scelto da sindacati e azienda. La scommessa del ministro Maroni è che il lavoratore, per non vedersi scippare il Tfr, si porrà il problema di come investirlo, e sceglierà la soluzione più vantaggiosa (almeno in apparenza): cioè i fondi pensione. Ma funzionerà?

“È probabile, perché i fondi pensione rendono molto di più -spiega convinto Luigi Scimìa, presidente di Covip, Commissione di vigilanza sui fondi pensione-. Nei primi 8 mesi del 2004 i fondi hanno reso dal 6 al 9% mentre il Tfr in azienda si è rivalutato solo del 2%”.

Non tutti però, nell’ambiente, sono ottimisti: “Ci sarà un leggero incremento di adesioni ma molti lavoratori lasceranno il Tfr in azienda -ci spiega nel suo ufficio a due passi dal grattacielo Pirelli di Milano, Nicola Messina, presidente di Fonchim, fondo pensioni del settore chimico farmaceutico-.  Il ragionamento sarà questo: il tfr è di per sé un investimento sicuro, cresce e senza costi, perché rischiare?”. Fonchim è un fondo d’eccellenza: 116 mila aderenti, ben il 60% degli addetti del settore. Obiettivo: raggiungere in breve quota 80%. Negli ultimi tre anni però il livello degli iscritti è rimasto invariato. “Un motivo è l’occupazione che non cresce -spiega Messina-, ma anche il fatto che i giovani sono in genere assunti a tempo determinato o con contratti precari”. Quindi, in quest’ultimo caso, senza i requisiti per l’iscrizione al fondo chiuso.

Ma il freno maggiore all’iscrizione rimane la diffidenza: “Siamo sicuri che il fondo non fallisca?”, si potrebbe domandare il lavoratore.

“In America ne sono falliti, ma da noi non può succedere -assicura Luigi Scimìa di Covip-. Là erano fondi aziendali gestiti spesso con una logica di utilità per l’azienda. In Italia per legge il titolare del fondo ne deve affidare la gestione ad un ente esterno certificato”. In Italia esistono 628 fondi pensione preesistenti alla riforma del 1993. Uno di questi è quello dei dipendenti dell’ex Banca commerciale italiana (Comit, oggi parte di BancaIntesa), di cui è stato dichiarato il fallimento nel 2004. Antonio Masia, 61 anni, è un ex-dipendente che, assieme ai pensionati Comit, prima di Natale ha depositato un ricorso presso il Tribunale di Milano per chiedere la nullità del provvedimento. “Come si garantisce ai giovani che una cosa del genere non succederà anche a loro? È una vera ingiustizia: si sta levando ai padri quello che si promette ai figli con i nuovi fondi pensione. Come potranno fidarsi?”.

Questione di “aequitas”

Con la primavera sboccia “Aequitas”, il primo fondo pensione etico italiano: un fondo “aperto”, che investirà solo in base a criteri sociali e ambientali. Le pensioni complementari stanno in piedi solo se il capitale accumulato viene fatto fruttare: solitamente si investe in immobili ed azioni. E il criterio spesso è quello del massimo profitto, non certo dell’attenzione sociale. L’idea di un fondo pensioni come “Aequitas” farà felice chi, pur desiderando la pensione, aborrisce investimenti spregiudicati. L’iniziativa è di Banca Popolare Etica e Itas, gruppo assicurativo trentino che ha messo a disposizione una linea di fondi della famiglia PensPlan Plurifonds. Il fondo è ai blocchi di partenza e attende solo l’approvazione della Covip (la Commissione di vigilanza sui fondi pensione). Ma è tutta cultura della sostenibilità che potrebbe fare un passo in avanti grazie alla recente riforma delle pensioni complementari. Il testo di legge infatti, parlando di “modelli gestionali”, recita: “Le forme pensionistiche complementari sono tenute ad esporre nel rendiconto annuale (…) se ed in quale misura nella gestione delle risorse (…) si siano presi in considerazione aspetti sociali, etici ed ambientali”. Insomma, è scritto nero su bianco l’obbligo di dichiarare pubblicamente il proprio livello di “eticità” finanziaria.

“Anche in Gran Bretagna, Germania e Belgio esiste una norma analoga -spiega Mauro Meggiolaro di Etica sgr, società di gestione del risparmio di Banca Popolare Etica-. Questo ha fatto fare un discreto passo in avanti ai titoli del mercato etico inglese. In Germania, invece, è da registrare la reazione insolita di alcune compagnie finanziarie che hanno scelto la strada di confessarsi previamente ‘amorali’, pur di non dichiarare nulla rispetto ai propri criteri di investimento”.

In Italia i fondi pensione che investono secondo criteri “sociali, etici e ambientali” sono ancora pochi. Uno studio di Avanzi, centro di ricerca per la sostenibilità ambientale, conta -a settembre 2005- solo otto fondi dei 763 esistenti, che investono secondo criteri di responsabilità sociale. Uno di questi è quello dei dipendenti italiani di Deutsche Bank, che ha riposto 5 dei 250 milioni di euro di capitale in un fondo monetario promosso da Etica Sgr. “Siamo fieri di questo investimento -spiega Maurizio Gemelli, vice-presidente del fondo pensione e rappresentante sindacale Fiba Cisl-.

In sede di consiglio di amministrazione però c’è stato chi ci ha ridicolizzati, dicendo che volevamo fare beneficenza”.

Se in Italia i pregiudizi sono ancora duri a morire, altri Paesi dimostrano che questa strada è percorribile: Ethos è una fondazione svizzera per l’investimento sostenibile che gestisce 500 milioni di euro per conto di 90 fondi pensione elvetici. Lo scorso aprile ha fatto valere tutto il suo peso, partecipando da azionista all’assemblea generale della Nestlé e facendo votare una risoluzione contraria alla dirigenza della multinazionale. La risoluzione non è passata, ma ha il 36% dei consensi.

L’inevitabile complementare

Per un giovane lavoratore non è più possibile rinunciare a una pensione complementare. In particolare se autonomo o precario. Il grafico evidenzia le percentuali dell’ultimo stipendio che l’Inps garantirà a chi andrà in pensione nel 2030 con 30 di contributi alle spalle.

Quanti sono i titolari di una pensione “complementare” in Italia? Meno di 3 milioni, il 12% dei lavoratori occupati.

A dimostrazione del fatto che la riforma del 1993, che pure stabiliva e regolava già le pensioni “complementari”, non sia mai decollata. Circa un quarto (628 mila) delle pensioni esistenti sono del “vecchio tipo”, riferibili a fondi preesistenti alla riforma del ’93. Un altro quarto (735 mila) sono “polizze assicurative” più spregiudicate; mentre solo le rimanenti

(1,5 milioni) sono le pensioni dei fondi nati con la riforma del ’93. Il totale del capitale destinato alle prestazioni erogate dalle pensioni “complementari” è di 42 milioni di euro, pari al 3% del Pil nazionale.

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