Economia

Schiavi del tessile a buon mercato

Lavorano, ma senza diritti. Dal Bangladesh alla Turchia, le storie di chi produce per noi abiti e pelletteria di lusso, rischiando la vita Duecentotrenta. Sono i morti nelle fabbriche tessili bengalesi dall’inizio del millennio. Il Bangladesh, uno dei Paesi più…

Tratto da Altreconomia 115 — Aprile 2010

Lavorano, ma senza diritti. Dal Bangladesh alla Turchia, le storie di chi produce per noi abiti e pelletteria di lusso, rischiando la vita

Duecentotrenta. Sono i morti nelle fabbriche tessili bengalesi dall’inizio del millennio. Il Bangladesh, uno dei Paesi più poveri del mondo, ha basato gran parte della sua economia sull’export di abbigliamento per i grandi magazzini europei e nord americani: con un valore delle esportazioni di 72 miliardi di dollari, si piazza terzo in questa classifica dopo Tailandia ed India, e può essere considerato tra i vincitori della libera competizione globale scatenata dalla fine dell’Accordo Multifibre, quello che regolava gli scambi internazionali con il meccanismo delle quote. Oggi il Bangladesh contende il primato della crescita nel settore a giganti come India e Cina. Questa competizione, senza regole, ha le sue vittime sacrificali: gli ultimi sono stati i 21 lavoratori morti e i 50 feriti nell’incendio della Garib & Garib di Gazipur, avvenuto il 25 febbraio scorso. L’ennesimo corto circuito ha mandato in fiamme un piano di un edificio fatiscente e precario, dove sono rimasti intrappolati un imprecisato numero di lavoratrici e lavoratori. Secondo alcuni testimoni oculari le uscite di sicurezza erano bloccate, gli estintori fuori uso e la porta principale chiusa a chiave. Quando alle 21.30 il fuoco è divampato non c’è stato scampo e persino i pompieri hanno faticato ad intervenire, visto che hanno dovuto prima segare le inferriate alle finestre. Quella sera le operaie e gli operai della Garib & Garib stavano lavorando per confezionare abbigliamento indirizzato, tra gli altri, al colosso svedese H&M -10 miliardi di euro di fatturato nel 2008- e all’italiana Teddy, grande catena distributiva nota per i marchi Terranova, Calliope e Rinascimento, che finiscono sugli scaffali di mezzo mondo in 549 punti vendita monomarca, per un fatturato di 291,4 milioni di euro sempre nel 2008. Cifre da capogiro, che dovrebbero garantire almeno la salute e la sicurezza dei lavoratori nelle fabbriche di confezionamento. Ma non è così. I dati e la cronaca raccontano di condizioni pessime, sotto il livello minimo di sicurezza e lontane dalla dignità, che non consentono di portare a casa un salario sufficiente a sfamare una famiglia di quattro persone. Secondo l’Asia Floor Wage Campaign, coalizione asiatica composta da accademici, sindacati e attivisti dei diritti umani che ha messo a punto una formula avanzata di calcolo valida per tutti paesi, il salario minimo dignitoso di una lavoratrice tessile bengalese dovrebbe essere pari a 10.754 Taka, contro le attuali 1.662,50 Taka.Significa che il salario attuale corrisponde al 15% di quello che dovrebbe essere il livello minimo per garantire a quattro persone cibo, casa, vestiti, salute, trasporti, istruzione. È per questo che le operaie tessili lavorano anche 12/14 ore al giorno e di notte, fino a sfinirsi sotto le luci fievoli e ingiallite di fabbriche-galera, dove cercano di arrotondare con straordinari estenuanti i salari da fame. Non basteranno le 500mila Taka di risarcimento richieste all’indomani della tragedia di Gazipur dalle famiglie delle vittime per sedare la paura con cui ogni giorno migliaia di lavoratori si recano al lavoro. Paura di non tornare. Paura di lasciare le loro famiglie senza un reddito, seppur misero. Sul sito di H&M, la responsabile della responsabilità sociale Ingrid Schullstrom spiega che la sicurezza negli stabilimenti di approvvigionamento è una priorità aziendale dal 1997. Considerato che 24 dollari, la paga minima mensile di un lavoratore tessile, corrisponde a circa il 3% del prezzo di vendita dei prodotti, dovrebbe essere vero. L’azienda ha a disposizione denaro da investire in sicurezza. E la tragedia di Gazipur quindi, è stata solo un caso, un malaugurato incidente.
Il racconto non cambia se ci spostiamo dall’Asia alle porte dell’Europa. A cambiare sono, semmai i numeri: 5mila sono i morti attesi per silicosi in Turchia nei prossimi anni. Non lavorano in miniera, in fonderia, nella produzione del vetro e della ceramica come potremmo aspettarci. Lavorano nel settore tessile e precisamente al trattamento dei jeans, per conferirgli quell’aspetto usato tanto di moda negli ultimi anni. Si chiama sandblasting, cioè sabbiatura, la tecnica manuale utilizzata per sparare sui jeans la sabbia che libera la mortale polvere di silicio. Polvere che non lascia scampo a chi la respira in maniera prolungata. Lo racconta con il rigore scientifico unito alla passione per i diritti umani Yesim Yasin, medico e portavoce del Solidarity Comittee of Sanblasting Laborers di Instabul, incontrata durante la missione condotta a dicembre in Turchia con la delegazione europea della Clean Clothes Campaign (vedi box sotto). Non si risparmia, Yesim, nello spiegarmi per filo e per segno il dramma annunciato di migliaia di giovani uomini che hanno firmato la loro condanna a morte. Non si è capito subito come mai arrivassero in ospedale giovani con i sintomi della silicosi, ed è stato proprio grazie ai medici turchi che nel 2005 è stata stabilita una relazione tra la patologia e la tecnica di lavorazione dei jeans. Relazione quasi impossibile da dimostrare, visto che questi lavoratori appartengono tutti al settore “informale”, che raccoglie l’80% della forza lavoro nel settore tessile e abbigliamento in Turchia. Sono 2,4 milioni di lavoratori fantasma, spesso migranti, e reggono le sorti di uno dei settori più importanti, in un Paese che preme alle porte dell’Europa. Dove muoiono senza lasciare traccia nelle statistiche delle morti bianche.
Vista dal palazzo dell’Istituto per il commercio estero, il braccio operativo per il supporto all’internazionalizzazione delle imprese italiane, la Turchia sembra un Paese davvero “moderno”, capace di attrarre ingenti investimenti esteri, con un sistema produttivo nel tessile secondo in Europa solo all’Italia, guidato dalle nuove leve della classe imprenditoriale, dinamiche, colte, smaniose di scalare le classifiche di Forbes. Secondo Roberto Luongo, direttore dell’Ice Turchia, oggi il Paese sta tentando di colmare il gap sociale che la colloca ancora fra i Paesi emergenti in corsa verso una maggiore democratizzazione delle istituzioni e dell’economia; e le imprese italiane, molto presenti sul mercato turco, non verebbero per il basso costo del lavoro ma per l’alto livello qualitativo della produzione, soprattutto nel campo della moda. Uscendo dal bel palazzo dove ha sede l’Ice Turchia, in zona centrale di Instanbul, vedo giovani griffati e limousine parcheggiate, e mi chiedo come possano essere scomparsi dalle note congiunturali i 2,4 milioni di lavoratori in nero che confezionano per le imprese, anche italiane, contribuendo a fare salire il tessile e abbigliamento al secondo posto nella classifica dell’export turco. Mi tornano in mente Yesim e suoi 5mila ragazzi, che spruzzano sabbia sui jeans in silenzio e in silenzio se ne andranno per sempre, senza risarcimenti e la pietà di nessuno. Cambierebbe qualcosa se nei piani di intervento dell’Ice, oltre alle operazioni di intelligence economica e alle fiere promozionali entrasse l’orientamento al rispetto dei diritti umani e del lavoro? Non sono temi che possono essere affrontati in questa sede, e Luongo mi rimanda al confronto diretto con il Ministero degli esteri italiano, sede opportuna per parlare di etica negli affari italiani nel mondo. E se è vero che la Turchia vuole superare il modello delle Zone franche per l’esportazione a basso valore aggiunto, non sembra altrettanto vero che a ciò corrisponda anche la volontà di superare un modello di produzione a sfruttamento intensivo di manodopera.
Sul pulmino anni Ottanta che ci porta a Duscze, zona industriale distante quasi due ore di auto da Instabul, siamo in tante, tutte stipate per raggiungere le operaie e gli operai della Desa, nota azienda turca leader nella pelletteria, che lavora per grandi marchi europei tra i quali Prada.
Oltre alla delegazione della Clean Clothes Campaign (Ccc), prendono posto le responsabili del sindacato Deri Is, alcune giornaliste free-lance e un paio di attiviste dei diritti umani che hanno seguito e sostenuto la campagna internazionale contro il comportamento antisindacale della Desa. Giunte a Duscze col buio e di domenica, incontriamo più di 40 lavoratori e lavoratrici: sono venuti a conoscere le attiviste della Ccc che, da lontano, hanno sostenuto la loro lotta coraggiosa ed estenuante,  durata quasi due anni. Sapevano solo che venivamo da Paesi dove i loro prodotti erano venduti, e che avevamo portato all’attenzione dei consumatori le condizioni di lavoro cui erano costretti nella filiera del lusso.
Li abbiamo ascoltati uno ad uno, per sentire dalla loro voce quali erano le condizioni in fabbrica dopo la firma del protocollo d’intesa siglato a settembre, grazie alla campagna di pressione internazionale. Un fiume in piena, le loro parole hanno confermato la necessità di continuare a fare pressione sui marchi internazionali perché le cose non si cambiano “per decreto”, ma solo se i lavoratori riescono davvero a diventare protagonisti del loro destino, organizzandosi in sindacati liberi. È questo che vuole Nuran Gulenc, la coraggiosa sindacalista del Deri Is, che ha fatto la spola per mesi tra Instanbul e Duscze per dare sostegno alle operaie della Desa, diventate famose per una lotta che ha travalicato i confini del Paese e sarà cruciale per la sindacalizzazione dell’intero settore. Ne è nato anche un documentario, Like a bird in a cage e l’uccello nella gabbia è Emine Arslan, la minuta operaia che ha sfidato il colosso del lusso per affermare che i diritti non si svendono. Quando riabbraccio Emine, nella sua umile casa di Sefakoy alla periferia di Instanbul, non le sembra vero di rivederci dopo il suo unico viaggio in Europa, nel marzo del 2009, quando per la prima volta aveva visto una delle “sue” borse Miu-Miu in vendita in una boutique di Firenze per mille euro, quattro volte il suo salario mensile. Emine è andata in pensione, una volta siglato il protocollo, e ha lasciato i cancelli della Desa di fronte ai quali ha sostato per centinaia di giorni. Gustando tè caldo e patate arrostite, ci mostra i video che la riprendono mentre danza con altre donne davanti ai cancelli della fabbrica. Una danza che è stata più forte della violenza e dell’abuso di potere dei padroni del lusso. 

Vent’anni di campagne per abiti più puliti
Vent’anni di lotta, solidarietà internazionale, sensibilizzazione, lavoro in rete, successi e anche fallimenti. La Clean Clothes Campaign (Ccc) è la più autorevole campagna internazionale nata per difendere e promuovere i diritti delle donne al lavoro nel settore tessile-abbigliamento globale. Oggi la Ccc è presente in 14 Paesi europei e lavora in rete con 250 partner attivi nei Paesi emergenti e in via di sviluppo, dove sono state rilocalizzate le filiere produttive internazionali.
Asia, Est Europa, Africa, America Centrale sono le “aree calde” dove le fabbriche del mondo producono tessile, abbigliamento e calzature per tutti, impiegando 60 milioni di lavoratori. La storia della CCC è stata recentemente raccontata da Liesbeth Sluiter nel libro Clean Clothes – A global movement to end sweatshops, con l’idea di mettere a nudo qualcosa di più di una “semplice” campagna.
Un vero e proprio movimento sociale, che ha saputo coniugare competenze, approccio dal basso e lavoro in rete. Un movimento di cui ciascuno di noi può essere parte, attraverso il sostegno diretto e la scelta consapevole dei propri vestiti. Info: www.abitipuliti.org

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